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Lavorare meno, lavorare tutti, ma senza essere sfruttati

La riduzione dell’orario di lavoro deve essere a parità di salario. Perché senza parità di salario, con la scusa della competitività, saremmo di fronte all’ennesima fregatura seduttiva del capitalismo selvaggio

Lavorare meno lavorare tutti. È la proposta su cui si discute in queste ore.  Come al solito una certa sinistra ci arriva con grave e colpevole ritardo. Ora vedremo come sarà declinato questo slogan, dopo che fior di sociologi, economisti, filosofi e sindacalisti, ormai da decenni, insistono per questa strada indicandone forme e modi.

Che non siano la faccia apparentemente buona del capitalismo straccione all’italiana e del neoliberismo feroce all’occidentale a prendere in mano la faccenda.

La riduzione dell’orario di lavoro deve essere a parità di salario. Perché senza parità di salario, con la scusa della competitività, si tratterebbe dell’ennesima fregatura seduttiva. Perché senza la parità di salario i benefici economici di un incremento dell’occupazione, e dunque dei percettori di reddito, finirebbero non nell’economia reale e nel miglioramento delle condizioni delle famiglie, ma nei profitti di pochi e nelle rendite finanziarie e improduttive.

E i benefici sociali che deriverebbero da un incremento delle ore disponibili e sottratte al lavoro, rischierebbero di trasformarsi in un danno, specialmente se non si adotteranno nel frattempo altre misure finalizzate a stimolare e promuove forme intelligenti di uso del tempo liberato.

Bisogna evitare di trattare questa occasione, con approcci ragionieristici, condizionati dalla calcolatrice ad uso di Confindustria. Non va trattata, politicamente, come una semplice faccenda economica, come una misura dettata dalla crisi di questi mesi, come una specie di riforma del mercato del lavoro.  Si tratta, nello stesso tempo, di cambiare rotta, di superare le ampie sacche di sfruttamento e precarietà in diversi settori produttivi, di virare verso soluzioni strutturali di equità e giustizia sociale.

Qualcuno, dalle parti del Parlamento ha già detto che “in attesa che il Pil riparta, non ci resta che fare fette più piccole della torta che abbiamo, anziché lasciare le persone fuori dal mercato del lavoro a vivere di espedienti o di reddito di cittadinanza”.

E invece no. Questa è l’occasione per redistribuire meglio la torta. Le fette vanno rimpicciolite per chi fino ad oggi l’ha mangiata quasi tutta. Il Pil riparte, insieme allo sviluppo, se si rilanciano la democrazia economica, l’economica civile, la giustizia sociale e l’equità fiscale, le pari opportunità di partecipazione alla vita economica e all’intrapresa. In breve, gli squali di Stato, i rapaci dell’industria assistita, i predatori di risorse pubbliche, gli evasori legalizzati, gli usurai salvati con i soldi pubblici, vanno messi all’angolo. Adesso.

Sintetizzo con quanto scriveva Tonino Perna sul Manifesto nel 2013: “La riduzione dell’orario di lavoro è non solo una necessità per contrastare la disoccupazione crescente, ma anche una scelta di civiltà: a che cosa è servito lo strepitoso progresso tecnologico, la telematica, la robotica, la meccanizzazione di tante operazioni una volta svolte dalla mente e dalle braccia degli esseri umani? Che senso ha una società che dopo aver moltiplicato per cinque volte la sua ricchezza materiale, dopo la seconda guerra mondiale, non riesce a distribuire decentemente il lavoro e la ricchezza prodotta, costringendo alcuni a morire di lavoro ed altri a suicidarsi per la mancanza di lavoro?”

Ecco, questo è il momento per cambiare, davvero.