Ripresa economica. Il Piano Colao in un Paese smarrito

Noi diamo spesso la colpa alla politica di tutto ma la politica raccoglie le idee e le spinte della società ma se queste sono le proposte che la società è in grado di mettere sul piatto non possiamo non essere preoccupati

Onore al merito. In un momento in cui il gotha del giornalismo italiano ha creato un nuovo paradigma, ossia le opinioni a prescindere dai fatti, il Sole 24 Ore pubblica per intero il ‘Piano Colao’ in modo da separare, per una volta, i fatti, ossia il Piano, dalle opinioni in modo che ognuno possa farsi, leggendolo, la propria. Al piano sono collegati gli ‘Stati Generali’ indetti dal Conte.

Una prima notazione riguarda il metodo. A me pare corretto. È giusto che dalla società pervengano proposte, che queste vengano raccolte in modo organico e che solo dopo queste formino oggetto di discussione democratica in parlamento. Trovo anche corretto che il meglio della società italiana venga chiamato a raccolta per fare in modo organico le proprie proposte.

Il profilo delle persone chiamate a far parte del c.d. gruppo di esperti è di standing assoluto e qui, devo dire, pur intimidito da cotanto ingegno e con qualche timidezza, mi sento costretto a dissentire dal contenuto del piano.

Fin dal punto 2: La visione per la ripresa.

Tra le fragilità elencate le prime due, bassi tassi di crescita con bassi livelli di produttività e rapporto debito PIL tra i più alti dell’Unione, a mio modo di vedere non sono la causa dei nostri guai ma la conseguenza della struttura produttiva del Paese e di come questo si è inserito nella Unione Europea.

Così come i successivi tre punti: scarsa efficienza della P.A. , l’economia sommersa e l’elevato livello di disuguaglianze. Anche qui questi sono il frutto, e non la causa, della costante disattenzione a tutto ciò che è pubblico e della forsennata politica liberale che invece di chiedere rigore, ossia di non sprecare le pubbliche risorse, ha perseguito e imposto a livello europeo e nazionale tagli indiscriminati sulla spesa pubblica e la precarizzazione della società.

È evidente che se si confondono gli effetti con le cause il seguito del contenuto del Piano non può che essere una elencazione di punti che manca di una cornice organica e di una progettualità di uscita stabile del Paese dai limiti strutturali della nostra economia.

Quali sono questi limiti? Ho ripreso la figura della distribuzione della ricchezza in Europa pubblicata da Eurostat.

Ho aggiunto, con il simbolo della stella, la sede delle principali istituzioni europee. Nove sono a Bruxelles, tre in Lussemburgo, due a Strasburgo e una a Francoforte.

Con il simbolo dei soldi ho messo la distribuzione dei principali porti europei. Dei primi cinque quattro sono tra Amburgo e Anversa. Aggiungendo il porto di Felixstowe, vicino Londra, in quell’area transita l’85% circa delle merci che arrivano in Europa da America e Asia.

È evidente che dove c’è la maggiore concentrazione di infrastrutture fisiche e politiche ci sia la maggiore possibilità di produzione di ricchezza. Questo è il dato strutturale!

Da tempo ci raccontiamo invece la favoletta sulle riforme che l’Italia dovrebbe fare e che negli ultimi venti anni si sono sempre tradotte in tagli alla spesa pubblica, ossia pensioni e welfare ma anche alla ricerca istruzione e sanità, taglio dei diritti dei lavoratori e taglio degli investimenti, specialmente, anzi soprattutto, al Sud.

Ma il problema vero è nella marginalizzazione delle nuove periferie europee che il concentrato di strutture logistiche e politiche nel Nord Europa genera. La conseguenza è nella divergenza tra le economie europee e un costante impoverimento delle aree del Mediterraneo, che non solo ha perso di centralità ma ha perso anche la possibilità di una politica estera efficace per la difesa dei propri interessi nell’area.

Il caso di Silvia Romano ha fatto scalpore nei media per la sua conversione all’Islam mentre avrebbe dovuto far scalpore e far riflettere il fatto che in un’area storicamente sotto la influenza italiana si sia riusciti a liberarla grazie alla relazioni della Turchia, sempre più presenta nel Mediterraneo, sia che si tratti di Libia sia che si tratti del Golfo di Aden. Insomma dove l’Italia era un punto di riferimento ora è stata sostituita dalla Turchia e non dall’Europa.

Cartina

La costante marginalizzazione di gran parte della nostra penisola ha prodotto un costante impoverimento mentre aree centrali, che erano periferiche sia in ambito sovietico sia occidentale, ora sono diventate centrali nel nuovo assetto, come Praga e la repubblica Ceca, e che quindi ora crescono a forti ritmi. Questo grazie all’allargamento ad Est dell’Unione.

Mi spiace per la grande volontà europeista dimostrata dalla presidente Ursula Von der Leyen ma siamo molto lontani dalle cose che si dovrebbero fare per eliminare la divergenza tra le economie europee e senza muoversi in questa direzione la disgregazione dell’Europa prima o poi avverrà, se non in questa crisi alla prossima.

Lo abbiamo visto in Italia. La continua e progressiva divergenze tra le economie del Nord e del Sud ha prodotto spinte secessionistiche mai sopite e che covano sotto la cenere. Lo stesso vale per l’Europa.

Le infinite sovrastrutture finanziarie che sta creando l’Europa, MES Eurobond, Recovery Fund e via dicendo, finiranno per complicare i problemi senza risolverli. Sovrastrutture che nascono solo per la fisima di non voler condividere il debito pubblico e di non voler avere una vera banca centrale.

L’Italia, dal 2008 al 2019, ha pagato 860 miliardi circa di interessi sul debito. Senza lo spread ne avrebbe pagati circa 440 e il debito pubblico sarebbe stato, a fine 2019, del 110% invece che del 135%. Lo sbilancio tra quanto versato e quanto ricevuto dall’Italia all’Europa negli ultimi 11 anni vale circa 110 miliardi. Senza il rapporto debito/ PIL sarebbe al 100%. Scenderemmo abbondantemente sotto al 100 se Olanda e Lussemburgo la smettessero di sottrarci le tasse che le aziende dovrebbero pagare in Italia.

Una compensazione degli enormi vantaggi che ha il Nord Europa dovrebbe esserci per i Paesi delle periferie, specialmente quelli del Mediterraneo, ma le pubbliche opinioni dei Paesi del Nord Europa fanno e faranno orecchie da mercante.

Eppure la condivisione del debito dovrebbe essere il presupposto della moneta unica e dell’Europa unita.

Esempio: i veneti non vogliono condividere con i calabresi il debito pubblico italiano? Secessione. I tedeschi e gli olandesi non vogliono avere un unico debito pubblico europeo? Fine dei giochi europei.

Ma realisticamente la soluzione non può essere nella intelligenza e ragionevolezza dei ricchi nordeuropei. Né più né meno è la stessa ragione per cui il Sud non può fare affidamento sulla benevolenza dei veneti. Le divergenza economiche tra Nord e Sud Italia rendono difficile la tenuta unitaria del Paese figuriamoci quella dell’Europa che non è ‘una d’arme di lingua d’altare di memorie di sangue e di cor’ ma la sommatoria di popoli che si sono combattuti da più di 1500 anni.

Ed eccoci quindi di nuovo al Piano Colao. Cosa manca nel Piano?

Da un punto di vista di metodo si sarebbero dovuti indicare le nostre produzioni, manifatturiere, agricole e i mercati su cui esportare i nostri prodotti. Poi i nostri asset paesaggistici e storici e indicare a quali paesi rivolgere la nostra offerta turistica. Poi disegnare le infrastrutture logistiche e di accesso al nostro paese. Quali potenziare e quali realizzare di nuove. Poi individuare li infrastrutture amministrative e culturali di supporto. Poi quale la politica estera di supporto. Insomma occorre passare del subire i processi economici al loro governo.

A mio modo di vedere, approcciando così il problema, l’unica soluzione che vedo per l’Italia è nello sviluppo di una nuova centralità logistica e politica del Mediterraneo da realizzare con una politica estera commerciale autonoma e nel dotare il Sud di infrastrutture idonee a convogliare i commerci con la Cina e l’Oriente. Quindi la creazione di una rete di porti in connessione tra loro e con Suez per il commercio con l’Est Asiatico, la creazione di un baricentro logistico nell’Italia peninsulare e un aumento della nostra presenza nei paesi del Mediterraneo anche attraverso una politica di immigrazione legale.

Ancora una volta ci deve essere la consapevolezza che gli interessi dell’Italia e del Nord Europa non coincidono. Il primo partner commerciale della Germania è la Cina con scambi pari al 6,25% del PIL tedesco. Appena in Italia si parla di Cina si scatena il deliro. Così con la Cina l’Italia scambia si e no il 2,3% del proprio PIL mentre con la Germania scambia più del 7% e con un deficit commerciale consistente.

Di tutto ciò nel piano degli esperti non vedo traccia e non riesco a capirne il motivo. Non vedo un razionale e un disegno. Non vedo la visione organica del nostro ruolo nell’economia mondiale. Non vedo proposte alternative né in Confindustria né in altri ‘pensatoi’. Noi diamo spesso la colpa alla politica di tutto ma la politica raccoglie le idee e le spinte della società ma se queste sono le proposte che la società è in grado di mettere sul piatto non possiamo non essere preoccupati.