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Sanità, ospedale San Carlo di Potenza. Menano il can per l’aia mentre il paziente rischia la vita

La storia di Antonio, “prigioniero” nel reparto sbagliato

È il 28 maggio quando Antonio subisce un incidente. La ruota di un trattore per molte ore sulla sua gamba sinistra ne ha provocato lo schiacciamento. Arriva il 118 per trasportarlo al pronto soccorso del nosocomio potentino. Gli accertamenti escludono fratture e dunque il medico in servizio fa sapere ai familiari di Antonio che a fine turno, intorno alle 20 avrebbe trovato una sistemazione di ricovero in un reparto di degenza.

Alle 20 il paziente viene ricoverato nell’UOSD di Traumatologia. La diagnosi: sindrome da schiacciamento (o rabdomiolisi) che è una grave condizione clinica causata da una forte pressione prolungata su uno o più arti. Questa condizione causa insufficienza renale acuta, l’aumento della produzione di glucosio, l’alterazione della permeabilità cellulare con conseguente edema cellulare. Questi ed altri fattori hanno come effetti ultimi un edema, una diminuzione del sangue in circolo (ipovolemia) con grave rischio di shock. La terapia da protocollo medico prevede un trattamento generale che ha come scopo principale il controllo dell’iperkaliemia (eccesso di potassio nel sangue) e la prevenzione dell’insufficienza renale, oltre che il controllo di tutti i valori delle sostanze presenti nel sangue e che assicurano l’equilibrio biologico e la vita del paziente. La cura è di esclusiva competenza del servizio di Nefrologia.

“Già al momento dell’arrivo in Pronto Soccorso – ci dice Angelo, uno dei figli di Antonio-il medico riferisce che sono state chieste consulenze polispecialistiche, tra le quali si presume anche quella nefrologica, dato che è chiaro che il pericolo più grave può verificarsi a carico dei reni.”

Il giorno dopo il ricovero, 29 maggio – racconta Angelo –  facciamo visita al mio genitore ricoverato nel reparto Traumatologia e osserviamo che veniva curato con la flebo di soluzione fisiologica. Dalle informazioni assunte i valori delle sostanze nel sangue erano gravemente fuori dai limiti e la sacca del catetere era poco piena, nonostante un giorno passato dall’incidente, di evidente colore rosso, a dimostrazione dell’insufficienza renale a fronte del grave bisogno di espellere i liquidi corporei eccezionali e dell’insufficienza a filtrare e regolare lo squilibrio biologico e sanguigno.”

“Il giorno successivo 30 maggio, alla nostra visita notiamo che le condizioni del mio genitore non miglioravano, con l’urina nella sacca molto scura, sicché mio fratello Vincenzo, infermiere, allarmato, capisce che nessuno si accorge che mio padre non urinava. Solo dopo, forse il giorno seguente ma non ricordo esattamente, il medico nefrologo cui era stata chiesta la consulenza informava mio fratello che nel pomeriggio avrebbero sottoposto mio padre a dialisi nel reparto Nefrologia per aiutare i reni nella loro funzione. Tuttavia restava ricoverato in Traumatologia, ove la specializzazione medica e quella infermieristica non è assolutamente paragonabile alla branca medica per assistere il mio genitore.”

Nei giorni successivi i figli non riescono ad avere notizie chiare sullo stato di salute del genitore. Il corpo di Antonio mostra evidenti segni di rigonfiamento, con un gonfiore più marcato del braccio sinistro dove è inserito l’ago per le flebo. Tuttavia nel reparto dicono che è tutto a posto.

Il 5 giugno – dice Angelo – notiamo che l’accesso venoso era stato spostato sul braccio destro ed il sinistro era enormemente gonfio con fuoriuscita di gocce di acqua a vista d’occhio dalla pelle, chiaro sintomo di insistente erronea infusione che ha pervaso il braccio e spalla di soluzione fisiologica. Fino al 5 giugno mio padre non è ancora ricoverato nel reparto confacente alla sua patologia che è la Nefrologia.”

Solo in Nefrologia è possibile la frequente visita dei medici nefrologi in turno e la costante ed adeguata assistenza infermieristica attenta alla circolazione sanguigna, considerata pure la presenza di ematomi che non sono ancora riassorbiti. In ogni caso la sua malattia principale riguarda la branca medica e quindi potrebbe anche essere ricoverato in Medicina, Cardiologia, Pneumologia o altra branca specialistica medica.

Il 6 giugno, a nove giorni dal ricovero, Antonio è ancora in Traumatologia-ortopedia. “La conseguenza – aggiunge Angelo – è che i medici ortopedici non sanno darci ragguagli sulla situazione clinica del mio genitore, poiché attendono informazioni dai nefrologi. Eppure, chiedendo lumi al reparto di Nefrologia, il 5 giugno, il medico di turno ha chiaramente detto che non poteva darci alcun ragguaglio clinico perché la cartella di mio padre era in Traumatologia e non aveva avuto modo di leggerla.

Intanto l’altro figlio di Antonio, Vincenzo, richiede al medico di turno di ricoverare il padre in Nefrologia, ma la risposta è negativa.

Insomma, le condizioni di salute del paziente nel frattempo peggiorano, subentrano gravi problemi di respirazione, e anche cardiaci, perché Antonio è cardiopatico. Però, rimane ricoverato in Traumatologia-ortopedia. Certamente in quel reparto non vi è sufficiente competenza sanitaria per fare un’anamnesi del paziente e decidere al momento la cura cardiologica secondo l’evoluzione del suo stato di bisogno, considerato che al momento dell’arrivo al Pronto soccorso, qualcuno ha eliminato alcuni farmaci assunti dal paziente per motivi cardiologici.

Sono condizioni cliniche – racconta Angelo –  che per competenza afferiscono alle specialità che nulla hanno a che fare con l’Ortopedia. La verità è che le condizioni di mio padre si sono aggravate, ha il respiratore, ha gli occhi chiusi, non mangia e pare avviarsi alla morte.

Angelo e Vincenzo hanno ripetutamente chiesto che il padre fosse ricoverato in un altro reparto: pneumologia, medicina interna, nefrologia, cardiologia. Niente. Possibile che non ci sia un posto letto in uno di questi reparti? È possibile che non ci sia un posto letto in un altro ospedale anche fuori regione? Possibile che un paziente deve essere parcheggiato in un reparto, per 10 giorni e ancora oggi, che nulla c’entra con la sua condizione clinica? Possibile che i familiari del paziente abbiano dovuto chiamare la Polizia per avere risposte alle loro richieste?

A queste domande dovrebbe rispondere il direttore di presidio Angela Pia Bellettieri e il direttore generale Massimo Barresi.

Intanto, i figli di Antonio sono costretti a presentare denuncia-querela per far cessare il ricovero del padre nel reparto di Traumatologia e ottenere le cure di cui il paziente ha bisogno, prima che sia troppo tardi.

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