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Autostrade S.p.A: Di chi è la responsabilità di quanto accaduto in questi anni?

La decisione della notte scorsa rimette indietro l’orologio di trenta anni, quando il delirio prodiano avviò le privatizzazioni in Italia. L’ingresso del capitale pubblico nuovamente nella gestione di Autostrade sana un errore storico e sancisce il fallimento della mitologia liberista

Alla fine una quadra, che pare contentare tutti, si è trovata. Ma il dibattito che ha portato a alla soluzione ha qualcosa di surreale.

I fatti sono noti nella drammaticità più evidente: un ponte crollato, decine di morti, una città e una regione in ginocchio e tutto questo non a causa del destino cinico e baro ma a causa della commistione di uomini e carriere tra controllori e controllati e di una spinta oltre misura a remunerare gli azionisti a scapito della sicurezza. Investimenti non fatti e manutenzioni omesse.

Accadimenti che non sono frutto del caso ma dell’applicazione del sistema e delle regole della finanza liberale e liberista a un monopolio naturale.

In una S.p.A. che operi realmente sul mercato e produce, per esempio auto o elettrodomestici, l’attuazione di comportamenti che mettano a rischio la sicurezza dei consumatori, o la qualità dei prodotti, pur di garantire utili e profitti agli azionisti è limitata dal mercato e dalla concorrenza. Se i consumatori hanno una valida alternativa non acquisteranno lavatrici da cui prendono la scossa elettrica per far guadagnare gli investitori della S.p.A. che li produce.

In un monopolio naturale no: gli utenti non hanno scelta e quindi a garanzia c’è solo il rispetto di obblighi previsti dai contratti e dalla vigilanza. Il ponte era uno e da lì occorreva e occorre passare.

Da trenta anni a causa del furore della ideologia liberale, dove lo Stato è solo pasticcione e il privato gestisce tutto meglio, si è proceduto a svendite e privatizzazioni anche di beni comuni, come l’acqua, o alla concessione di monopoli naturali nella apodittica certezza che il privato renda servizi eccellenti ai cittadini.

A questo si aggiungono i dogmi del neo catechismo liberale dove viene negata ogni responsabilità sociale di impresa: “Gli affari hanno una e una sola responsabilità sociale, quella di utilizzare le proprie risorse e svolgere attività destinate ad aumentare i profitti” (M. Friedman).

E quindi lavoro minorile, lavoro nero, trasferimento di stabilimenti dove il lavoro è meno remunerato e con meno garanzie insieme al trasferimento di sedi legali dove la tassazione è minore.

La conseguenza è la compressione della remunerazione di tutto ciò che non è capitale e la perdita di qualsiasi diritto se non quelli di impresa, a scapito dell’ambiente, della società e del welfare. Poi ci si lamenta del riscaldamento globale.

Di fronte allo scempio di moralità l’unica preoccupazione, dalla Merkel ai cinesi, è quella del rischio di perdite degli azionisti e investitori.

La decisione di ieri notte rimette indietro l’orologio di trenta anni, quando il delirio prodiano avviò le privatizzazioni in Italia e, di là dalle scemenze di molti osservatori economici, l’ingresso del capitale pubblico nuovamente nella gestione di Autostrade sana un errore storico e sancisce il fallimento della mitologia liberale.

Ma se si sana un errore non si può rifarlo riportando Autostrade in borsa, anche se con un azionariato diffuso.

In un sistema in cui nessuno è innocente alla fine nessuno paga realmente con la decisione presa dal governo. Vedremo cosa dirà la magistratura.

L’occupazione è salva ma nemmeno gli operai che hanno visto e taciuto sono innocenti.

Non pagano i Benetton. La decisione del governo ha fatto salire il titolo del 25%, a beneficio degli azionisti, che ai corsi attuali vale più di 2,5 miliardi di euro.

Ma la colpa di quanto accaduto quindi di chi è? Solo del management e di qualche sfigato funzionario pubblico addetto ai controlli?

Insieme agli operai non hanno colpe neanche gli azionisti, salvati anche loro.

Ma è così? Proviamo a segmentarli.

Ci sono quelli di controllo, come i Benetton, ci sono quelli istituzionali, come le Banche e Allianz, e ci sono i piccoli azionisti che investono direttamente in borsa.

Ma a prescindere dalla loro natura e tipologia tutti questi hanno delle responsabilità precise che esercitano attraverso gli strumenti di governance delle società.

Attraverso le assemblee, solo a titolo esemplificativo, hanno consistenti poteri.

Approvano il bilancio, nominano e revocano gli amministratori, nominano i sindaci e il presidente del collegio sindacale, determinano il compenso degli amministratori e dei sindaci, deliberano sull’azioni di responsabilità contro amministratori e sindaci, autorizzano programmi di gestione, scelgono gli amministratori con rappresentanza legale e approvano gli statuti e quindi anche la mission e gli indirizzi strategici delle società.

Quindi hanno poteri enormi che di fatto non esercitano, perché l’unico potere che esercitano è quello di sostituire gli amministratori che non distribuiscono dividendi crescenti anno dopo anno. Nei loro MBO ci sono utili e dividendi tra gli obiettivi ma mai i livelli di manutenzione e di etica nel lavoro.

E come fanno i manager così scelti a garantire utili sempre crescenti? Fanno tutte le cose che ho detto prima. Se operano sul mercato libero trasferiscono gli stabilimenti dove possono far lavorare bambini come schiavi e le sedi dove non pagano le tasse. Se gestiscono un monopolio naturale non fanno manutenzioni e fanno tutto quello che abbiamo letto sui giornali nel caso Autostrade. Li chiamano manager, in realtà ricevono valanghe di quattrini solo per fare lavoro sporco. Se pizzicati andranno, si spera, in galera ma con laute liquidazioni.

Ma, ripeto, gli investitori, o per meglio dire, gli azionisti di qualsiasi ordine e grado sono innocenti?

No!

Da tempo le Nazioni Unite invitano le aziende e i loro azionisti a considerare che comportamenti socialmente irresponsabili mettono a rischio le loro stesse società e i loro stessi investimenti.

L’esempio più lampante è quello delle BP e del petrolio sversato nel Golfo del Messico dove gli azionisti, per risparmiare qualche spicciolo nelle sicurezze estrattive, corsero il rischio del fallimento. Oppure il caso della Volkswagen e dei suoi rimborsi miliardari per aver barato sulle emissioni dei motori diesel.

Quindi le Nazioni Unite raccomandano l’incorporazione di principi ESG (Environment Social Governance) nell’analisi degli investimenti e nei processi decisionali; l’atteggiamento proattivo degli azionisti per la verifica del rispetto di questi principi; la comunicazione dell’orientamento di investitore che chiedono il rispetto dei principi ESG nelle aziende in cui investono e via così.

In altri termini un dialogo costante sul rispetto dei principi tra gli investitori e la società che può arrivare fino alla dismissione degli investimenti se la società non opera in modo virtuoso.

Molti avranno sentito parlare del Bilancio Sociale di Impresa o delle procedure di Engagement di Banche, Assicurazioni, Fondi pensione.

Tutte cose che nascono dalla cosiddetta finanza sostenibile e che al momento ha prodotto specialmente carta, convegni e chiacchiere. Insomma patacche che tutti gli investitori si mettono fieri sul petto senza fare nulla di concreto ma solo per vantarsi di essere socialmente responsabili.

Tra i paladini delle buone pratiche della finanza sostenibile c’è Allianz che ha investito in Autostrade e le cui potenziali perdite hanno tolto il sonno alla Merkel e che ora, per fortuna, ha ripreso il 25% della quotazione.

Ma se Allianz avesse fatto quello che dichiara di fare come azionista, anche di Autostrade, il ponte Morandi non sarebbe crollato. Guardate questo filmino . Come ha valutato il loro team di esperti il rapporto “clienti fornitori” di Autostrade che dichiarano di essere uno degli elementi di valutazione della social responsability? E le remunerazioni del management? Si sono mai accorti che questi riuscivano a dare dividendi perché non si facevano le manutenzioni? È questo l’interpretazione “social” strombazzata da Allianz?

Cosa è stato fatto dai tanti piccoli azionisti che si sono divertiti a giocare in borsa puntando sulla redditività del titolo senza preoccuparsi di come questa redditività sia stata conseguita? Cosa è stato fatto dai Benetton o dalle banche o dagli altri investitori istituzionali? C’è un solo verbale di assemblea in cui un azionista, uno solo, abbia chiesto se le autostrade, i ponti e le gallerie gestite fossero in sicurezza oppure hanno solo chiesto maggiori dividendi? Qualche azionista ha mai chiesto come mai la società fosse così profittevole?

Ecco quindi che io mi chiedo se questi investitori, se il mondo della finanza, se questi privati che gestiscono sempre meglio del pubblico siano o no colpevoli e se la politica debba preoccuparsi delle loro perdite o se debbano farlo i cittadini.

Eppure gli investitori professionali, come Allianz, hanno tutti gli strumenti per far sentire la propria voce e i piccoli firmano quintali di carta per assicurare che hanno capacità adeguate per capire il profilo rischio / rendimento dei loro investimenti.

In nessun posto c’è scritto che il rischio è della collettività e il rendimento degli investitori. Vero cari amici liberal liberisti per cui le aziende hanno sempre ragione e tutti gli altri sono dei … che nulla capiscono?

Io mi chiedo che moralità ci sia in una Europa in cui la Presidenza di turno invece di chiedere a Conte se i colpevoli di tanti disastri siano stati o no assicurati alle patrie galere chiede che fine faranno i soldi dei poveri azionisti e investitori?

Ecco quindi che la soluzione di questo governo finisce per accontentare tutti, ma lascia l’amaro in bocca a molti. Intendiamoci è facile criticare e forse la decisione presa, tutto considerato, è la più indolore ma la questione morale esce di nuovo con le ossa rotte.

D’altronde cosa ci si poteva aspettare? La moralità dell’Europa e della Merkel si era già vista all’opera in Grecia, su quella di tanti partiti e politici italiani meglio stendere un velo pietoso.

Pietro de Sarlo il blog