Dalla meritocrazia alla talentocrazia. Il salto necessario per una società libera e giusta

La giustizia sociale e le pari opportunità sono gli ingredienti indispensabili per evitare di cadere nella trappola del merito e del classismo liberista

La meritocrazia, l’ho sempre detto, è un concetto di destra, liberista. È una formula che esclude i migliori e include minoranze di “fortunati” alla lotteria della vita.

Luigi si è laureato con il massimo dei voti, una carriera universitaria fulminante. Ha avuto l’opportunità di mantenersi alla Luiss con i soldi di papà. Sempre con i soldi di papà ha frequentato master a Londra, a Parigi, a New York. Luigi è uno dei migliori nel suo campo. Sarebbe preferibile lui in quel posto di direzione anziché un mediocre palpeggiato dal politico di turno. Nel caso Luigi vinca il concorso o sia nominato dai vertici a ricoprire il posto che fa per lui saremmo di fronte all’affermazione della meritocrazia. Nonostante la possibilità che il papà, grazie al suo capitale di relazioni, possa interferire nella carriera di Luigi.

Alberto è un talento, sa vendere fischietti anche ai sordi. Ha un suo modo di fare particolare. Si è inventato una formula di marketing non scritta sui libri ma incisa nella sua brillante intelligenza di inventore. Ha il diploma, tra l’altro ottenuto frequentando la serale, perché a casa le circostanze non hanno consentito un percorso di studi normale. L’università neanche a parlarne, niente soldi, e poi doveva lavorare: vendere fischietti al mercato, i fischietti di terracotta che papà – un po’ ubriacone – quando può, crea nel suo piccolo laboratorio di ceramica. Alberto, il fischiettaro, se avesse avuto la possibilità di frequentare l’università e inserirsi negli ambienti del marketing a livelli nazionale e internazionale, sarebbe stato probabilmente uno dei migliori. Avrebbe dato un contributo notevole alle teorie e alle tecniche di vendita che lui nel suo piccolo usa con la bancarella.

Vincenzo, è un mediocre. Si è laureato a fatica. Grazie a suo padre, compare di nozze dell’assessore, oggi il ragazzo dirige una struttura complessa in un ente sub regionale. Un concorso, tagliato su misura per lui, che ha escluso i più bravi dalla competizione.

Luigi è un caso meritocratico, Alberto è l’emblema della mortificazione dei talenti, Vincenzo è il simbolo del malcostume clientelare. Il caso di Luigi non rappresenta l’alternativa al caso di Vincenzo.

Scusate la semplificazione, tra gli estremi c’è tanta zona mediana e una certa quantità di eccezioni, ma gli esempi servono a rendere più comprensibile il concetto che: “la meritocrazia è la giustificazione ideologica di una società sostanzialmente divisa in caste, basata su una profonda ingiustizia e sulla marginalizzazione totale delle classi subalterne”. Ho citato il sociologo inglese Michael Young che fu il primo a usare il termine meritocrazia, con un’accezione negativa, nel suo saggio Rise of Meritocracy.

Quanti talenti la società perde per strada per causa della mancanza di opportunità e di condizioni di parità? Musicisti, pittori, ingegneri, scienziati, artisti, sportivi, tutta gente mancata all’appello della vita, dispersa in uno Stato incapace di accoglierla, mortificata in una scuola classista, abbandonata nelle proprie condizioni di disagio. Non si tratta di adottare sistemi scientifici – non sempre esatti –  per selezionare i frutti migliori, come avviene nel quadro della meritocrazia, si tratta di creare le condizioni affinché ciascuno possa esprimere i propri talenti e conquistarsi i traguardi desiderati.

Ne guadagnerebbe la società. Che cosa sarebbe accaduto se Maradona non avesse avuto l’opportunità di mostrare il suo talento? Che cosa sarebbe accaduto se Gandhi non avesse studiato a Londra o se Guglielmo Marconi non fosse nato in una famiglia ricca? Potremmo fare migliaia di esempi.

Certa sinistra farebbe bene a riflettere su queste sollecitazioni anziché continuare a lanciare slogan sulla meritocrazia.

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