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Il Salento nei paesaggi di Antonio Bonatesta

In mostra a Lecce, fino al 25 luglio, le opere del ricercatore-artista

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Ho iniziato a scrivere queste brevi note sulla mostra personale di Antonio Bonatesta, mentre terminavo la lettura del recentissimo libro di Vito Teti, intitolato “Prevedere l’imprevedibile” (Donzelli Editore, 2020). Nel chiudere la lettura, mi è tornata alla memoria la percezione del “blu” in cui si affaccenda, nelle sere d’estate, l’ultima luce del giorno, se si volge lo sguardo al cielo del centro storico leccese. Questo piccolo miracolo si svolge a prima notte, o alla fine del giorno, come più piace. È un blu perfettamente identico a quello che potete incontrare, in via Palmieri 26, entrando nel locale che ospita la mostra “Bozzetti di viaggio”: il primo incontro tra l’opera del ricercatore-artista Antonio Bonatesta e la città di Lecce. Solo fino a sabato 25 luglio.

Mostra Bonatesta

Scoprirete che il quadro esposto all’ingresso è una rappresentazione dell’antistante piazzetta Panzera, con le tre svettanti palme, che solo poco tempo prima di quel blu, si erano vestite di oro puro, oltre la proiezione d’ombre degli edifici che concludono lo slargo rettangolare. Il blu di quel cielo, che vi invito a osservare, è proprio lo stesso del giorno che si spegne, quasi galvanizzato dall’ultimissima luce.

È il blu della melanconia e della nostalgia: il colore più idoneo a rappresentare cromaticamente quell’ora di mezzo, in cui la notte si preannuncia e ci riesce difficile discernere se sarà catastrofe o rinascita. È anche un blu che degnamente incarna il crinale storico che stiamo percorrendo, esposti al rischio dell’instabilità, che addensa il senso dei nostri passi. Anche di quelli più brevi.

Mostra Bonatesta

Bonatesta sceglie il paesaggio, dopo aver studiato e scritto a lungo sul’intreccio complesso tra intellettuali e pittori paesaggisti che hanno animato il dibattito culturale salentino, a decorrere dal 1800. L’affermazione del gusto orientato alla rappresentazione del paesaggio locale risale al periodo post-unitario ed era interprete del nascente ceto imprenditoriale. La pittura di paesaggio si fece carico, allora, di una rilevante interlocuzione sociale e culturale. Non ci sono figure umane nelle rappresentazioni di Bonatesta. La pennellata tradisce un’inquietudine di fondo nel modo in cui l’immagine si scompone e ricompone negli occhi.

Mostra Bonatesta

Il paesaggio emerge con una tensione palpabile, bagnato da una luce sempre emozionante ma ben lungi dalla tentazione della musealizzazione, meramente contemplativa. Penso al viale alberato di  “Orte. Viale di pini sotto il sole allo zenit” o alla luce di “Scirocco”. O al cielo quasi incarnato sopra la cupola di “Villa Sticchi al crepuscolo”, a Santa Cesarea. Il paesaggio viene attraversato dalle vibrazioni cromatiche della luce e la scomposizione dell’immagine pare render conto delle instabilità, del ritardo sul dibattito riguardante le nuove criticità sociali e politiche. Un ritardo, dicevo, talmente prolungato da farsi colposa censura del pur necessario confronto sui temi del lavoro, dei diritti civili e sociali. Tutti temi cari a Bonatesta, ricercatore e storico, impegnato da anni sul fronte della tutela dei diritti dei precari.  Il paesaggio, per Bonatesta, si presenta come un’apertura di credito al futuro, tenendo nelle mani il tesoro del passato e non costituisce un eremo in cui rifugiarsi ma un invito al confronto, partendo dal dato dei luoghi, per proiettarsi verso il futuro che ci attende. Auguro all’arte di Bonatesta di tenersi sempre emancipata dalla subalternità, come testimonia il guizzo della luce che oggi percorre le sue opere.

Negli oli e nei pastelli, il passato prova a imbastire un dialogo col futuro. E mi tornano ancora in mente le pagine di Teti: attraverso un artista, la “nostalgia” diventa un sentimento critico e propulsivo. Sul crinale della storia è il tempo degli inquieti, che prendono la parola.

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