Sono davvero imprevedibili le catastrofi?

È crollata l'illusione diffusa che il benessere ci avesse emancipati dal rischio di guerre, pestilenze e fame

“Prevedere l’imprevedibile”, di Vito Teti (Donzelli Editore, 2020), pone il nostro tempo sotto osservazione, su una specie di complicato crinale della storia, tra passato e tradizione, modernità e futuro. A sancire il passaggio, la rievocazione delle immagini di Papa Francesco, nel colonnato vuoto del Bernini, nel passaggio epocale appena attraversato, con la maturata consapevolezza che nessuno possa salvarsi da solo.

Sin dalle prime pagine, l’autore pone sotto la lente della riflessione la necessità di imparare a prevedere le catastrofi, iscrivendole alla categoria della necessità, più che dell’imprevedibilità.

Teti parte dal dato esistenziale dell’inquietudine di chi “viaggia da fermo, con il fuso orario dell’erranza, dell’inquietudine, sentendosi in esilio, straniero” anche a casa propria, prendendo coscienza dello sforzo di cambiare il nostro sguardo sul mondo; occorre dotarsi della giusta dose di umiltà, per evitare che il futuro si riduca a vederci impreparati di fronte a una mera sequenza di catastrofi, come quella del Coronavirus.

Il quesito di fondo, che sottende il testo è: si può prevedere anche ciò che sembra imprevedibile?

Ci conforta, in verità, la considerazione del fatto che il Sapiens abbia abituato la storia a degli scarti inusitati, con la sua capacità di pensare a cose impensabili, di costruire miti inossidabili, fondere sacralità e religione; immaginare, persino, Apocalissi.

Un dato di partenza, secondo Teti, sarebbe il riconoscimento del ruolo che compete al passato, da interrogare, interpretare, pur “senza inautentiche nostalgie“.

È terminato, senz’altro, un lungo periodo di illusioni e di presunte onnipotenze; questo ci spinge a guardare con interesse alla semplicità e alla frugalità delle società tradizionali, senza però correre il rischio di esaltarle, attraverso rielaborazioni superficiali, nostalgie patologiche e nuove retoriche false. È crollata, invero, l’illusione diffusa che il benessere ci avesse emancipati dal rischio di guerre, pestilenze e fame: che queste iatture non riguardassero più noi o il nostro radioso avvenire. Invece, la loro apparizione rivelatoria ha avuto l’esito di ricapitolare, quasi, tutte le lezioni che non abbiamo voluto apprendere. A partire dalla rimozione illusoria del senso del limite: pericolosa e infondata. In effetti, nelle società tradizionali si viveva una condizione di precarietà diffusa, si conviveva con fatica, fame, malattie, mortalità infantile ma si aveva senso della misura. Nell’Occidente, siamo in fretta transitati dalle privazioni all’eccesso. Teti rammenta l’insospettato gemellaggio tra niente ed eccesso; i quali, per assurdo, si somigliano. E così, scrive, “la melanconia da fame diventava melanconia da benessere, e procurava eccessi, nuove malattie, nuove fobie e manie alimentari“. La modernizzazione e l’abbondanza, per una strana concatenazione di fatti, sono diventati anche causa della desacralizzazione che ha riguardato il cibo e l’acqua. A tal proposito, viene citato Pasolini, che tra i primi aveva contestato lo strappo fulmineo verso la modernità fatto in corsa, nel Dopoguerra, dalla società italiana: modernità intesa come omologazione proposta dai ceti dominanti, causa della perdita dei tanti universi popolari presenti in Italia. Non era, neanche il suo, un desiderio di ritornare al passato, bensì un invito a non disfarsi in fretta dei suoi lasciti, a custodire un mondo di valori che si dileguavano. Il punto centrale del saggio breve di Vito Teti resta: possiamo prevedere ciò che appare imprevedibile? Anche la catastrofe dello spopolamento dei paesi, si domanda Teti, era davvero imprevedibile? “Lo svuotamento e lo spopolamento dei paesi è davvero una catastrofe imprevista e imprevedibile di cui si prendeva coscienza col passare degli anni? O non era invece già possibile prevedere che quell’esodo di massa e ininterrotto avrebbe finito con lo svuotare campagna e paesi, avrebbe finito per erodere le economie, le culture e dilatare il mondo di origine in un altrove ignoto?

Un approccio plausibile potrebbe essere quello di decifrare le avvertenze che giungono dal passato per prevedere ciò che sembra imprevedibile: la conoscenza dei luoghi e della storia potrebbe contenere informazioni preziose, come nel caso dei sismi, considerando la prevedibile ripetizione degli eventi in certi territori: si parla, infatti, di tempo di ritorno. In molti casi, i territori soggetti a rischio di un ritorno del sisma conservano memoria nei ricordi degli anziani o addirittura in storie di santi che, con i loro miracoli, avrebbero ridotto o limitato i danni di un sisma catastrofico. Oggi, ancora, più che sperare nel miracolo di un nuovo santo o di novelli uomini della Provvidenza, dovremmo imparare a fare un uso scientifico della conoscenza, favorendo il dialogo proficuo tra i saperi disciplinari, oltre gli steccati.

La decifrazione delle avvertenze pone le catastrofi sul piano più accessibile della prevedibilità.

L’importanza della storia dei luoghi, dunque, per intravedere gli sviluppi delle catastrofi e contenerne gli effetti. Per non trovarsi impreparati.

Al di là dei singoli esempi, il passato insegna e contiene già il futuro in seno. “Insomma, le rovine, le calamità, le catastrofi non costituiscono una sorpresa, un incidente, ma vengono preannunciate, attese, temute, minacciate, fanno parte integrante di quello che la tradizione occidentale pensa di se stessa“.

In effetti, diverse discipline avevano già paventato, su basi rigorose, la prevedibilità della Covid o affini pandemie. Eppure, per quanto “avvisati”, tempestivamente, “non abbiamo investito risorse nella sanità pubblica: più posti letto, più terapie intensive negli ospedali, più formazione del personale, riapertura di presidi territoriali”. Gli studi inerenti il legame tra inquinamento dell’aria e i suoi effetti sull’apparato respiratorio, ad esempio, costituivano altro genere di avviso. Eppure, in quanti si sono davvero preoccupati di limitare i danni delle azioni antropiche – benché produttive – sugli ecosistemi? Ciò vale, altresì, per il legame tra molte recenti epidemie e l’abnorme sistema di produzione del cibo e, segnatamente, gli allevamenti intensivi.

Da queste premesse può scaturire la costruzione di un “pensiero apocalittico”, per rafforzarsi nell’evenienza delle catastrofi. In questo senso, “scrivere la storia dell’utopia vuol dire desiderare un futuro dipinto con i colori della nostalgia capace di immaginare un futuro diverso da quello realizzato”. La nostalgia, un concetto su cui tanto ha scritto, Vito Teti, diventa qui un concetto capace di sprigionare dinamiche sovversive.

Il testo si chiude con una interessante Appendice, che riprende l’approfondito studio tetiano sulla letteratura vampirica, già oggetto del saggio “Il vampiro e la melanconia” (Donzelli, 2018). L’accostamento stigmatizzante, tra pipistrello e maligno, è ritornato in auge durante il periodo pandemico. In piena continuità col passato, sono emerse fake news come quella secondo cui la Covid si sarebbe tenuta lontana, semplicemente, ingerendo aglio, facendo riemergere, in nuove vesti, antiche e mai tramontate superstizioni. È la consueta necessità del capro espiatorio, per spiegare ciò che non si riesce a spiegare (come accadeva con la peste e altre epidemie passate). Superstizioni forse un tempo persino giustificabili, dato che non si disponeva di una adeguata “teoria del contagio”, che associasse la diffusione di un male alla diffusione di microrganismi. Ma oggi, no.

Il punto su cui chiudo questa breve recensione concerne un aspetto che trovo centrale: il rapporto tra scienza, popolazione e potere. È noto che il potere di gestire una nuova tecnologia mette chi la possiede (Stato, aziende private) in una condizione di privilegio, data la molteplicità di ricadute settoriali che ogni nuova invenzione prospetta. Dopo un periodo frenetico di sovraesposizione mediatica di una frazione del dialogo scientifico, si rende più che mai necessario affrontare il problema della gestione e della utilizzazione delle conoscenze scientifiche, per l’intera società, in un’ottica finalmente inclusiva e democratica.

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