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Dov’è la notizia? Qual è l’informazione?

Evitare il rischio della demagogia e del populismo della comunicazione ad effetto, quella che “liscia il pelo” alla vanità dell’opinione pubblica

Partiamo da un dato, uno dei tanti titoli che si rincorrono sul tema caldo dell’emergenza sanitaria: “sfondata quota 200 contagi”. Diamo per scontato che si sappia di cosa si parli e ci riferiamo all’ultimo aggiornamento numerico con una contabilità che, però, non individuiamo a quale contesto temporale si riferisca. Alla giornata? Al mese? Come si individua una notizia? Ma, prima ancora di porsi il problema di individuarla, per evitare di presupporre ciò che cerchiamo di determinare, cosa significa “notizia” e cos’è una notizia? Una serie di questioni decisive per comprenderne una dirimente: cosa cerchiamo quando cerchiamo una news? E cosa dobbiamo aspettarci dalla nostra ricerca?

Si tende a credere che, incamminandosi alla ricerca della notizia, si sia tesi a scovare qualcosa di “nuovo”, qualcosa che sfidi il nostro sapere. Si tende a supporre che la notizia si trovi in qualcosa di sconosciuto, mentre invece, quando si cerca una notizia, si è forse al limite di un paradosso, iscritto nel termine stesso. Il paradosso è già tracciato nel significato etimologico della parola, se “notizia” viene dal latino “nòtus”, participio passato del verbo “nòscere”, ossia “conoscere”. “Notizia” significherebbe allora qualcosa di già noto? Cioè, nel cercare una notizia, nel presentarla, non si farebbe altro che ri-presentare “la” notizia, ossia quel dato, quell’informazione-lì predeterminata, già conosciuta?

La questione non è in realtà così semplice. Sarebbe assurdo intendere una “news” esattamente come il suo contrario: il già noto. Eppure, è in parte vero. O meglio, il vero si ritrova sospeso tra le parti: una parte in chiaro e una parte in scuro. La notizia è sul crinale del già noto e del mai noto abbastanza, solo così forse ci è dato di poter afferrare l’informazione nella notizia? La notizia porta con sé un elemento di informazione. Questo elemento è un po’ il cuore pulsante della nostra notizia. Se la notizia è il noto, cosa sarebbe l’informazione?

Il paradosso qui prende corpo. La notizia è il mezzo attraverso cui fa capolino un’informazione come quel qualcosa che è condizionato da ciò che lo veicola, pur non risolvendosi in esso. Come potremmo riconoscere l’informazione portata dalla notizia qualora essa fosse totalmente confusa in questa? Sarebbero indistinte. E talvolta accade anche che una notizia non sia abbastanza “profonda” da prospettare una effettiva informazione. Affinché ci sia informazione, occorre che la notizia, intesa come il già noto, faccia da sfondo, da precursore, dell’informazione. Ma allora l’informazione sarebbe l’ignoto? Anche questa sarebbe una conclusione affrettata. In realtà l’informazione è il differenziale della/dalla notizia. Essa si dà nello scarto dal già noto. Senza lo sfondo di un già noto, non potremmo cogliere nessuna nuova informazione. E allo stesso tempo, senza informazione, non potremmo valutare come interessante una notizia.

Il significato di “informazione” risulta attraente proprio per questo: in-formazione, immaginando in tal senso una sorta di operazione sempre in fieri. Se la notizia funziona, opera in tal senso: produce uno scarto, che in realtà non termina se non concatenandosi ad altro. Il flusso informativo è questo concatenamento. Ma qual è il rischio? La notizia, a rigore, non è informazione. Così come l’informazione non è notizia. La comunicazione è la trama dei concatenamenti tra informazioni portate dalle notizie e dagli scarti portati nel processo. Il rischio è che si risolva l’informazione nella notizia, appiattendo la comunicazione sul già noto, ricalcando le attese dei fruitori (della notizia), scadendo in un populismo e una demagogia del comunicazionale ad effetto.

Senza “differenziali”, senza cura per ciò che, a partire dal noto, noi possiamo avvertire come diverso-da, al limite anche problematico per le nostre conoscenze di sfondo, il tutto si riduce a un ripetere ciò che l’altro vuole sentirsi dire. A che scopo? Allo scopo di “lisciare il pelo” alla vanità dell’opinione pubblica. La comunicazione si traduce così in un marketing delle ovvietà, snaturandosi fino all’indifferenza della infodemia, in cui si perde il gusto dell’informazione che fa la differenza. Si tratta, del resto, di un rischio insito alla notizia, una possibilità connaturata alla nostra modalità di rappresentarci il mondo. Ma è un rischio che bisogna imparare a riconoscere, per rimanere “soggetti aperti alle informazioni” e non ridursi all’assoggettamento della notizia.