Federalismo fiscale, nel dibattito politico assume il ruolo delle bomboniere nella credenza

Della “storia incredibile e vera dell’attuazione perversa" si occupa con garbo e dovizia di dettagli il giornalista Marco Esposito nel suo libro Zero al Sud

Nel dibattito politico degli ultimi anni, il federalismo fiscale assume il ruolo delle bomboniere di famiglia nella credenza. Nessuno – quasi – osa metterne in discussione la presenza. Della “storia incredibile e vera dell’attuazione perversa del federalismo fiscale”, come promette il sottotitolo in prima pagina, si occupa con garbo e dovizia di dettagli il giornalista Marco Esposito, responsabile Economia del “Mattino”.

Zero al sud

La riforma del Titolo V della Costituzione (2001) ha, come noto, rivisto la ripartizione delle competenze tra Stato ed enti locali, fondandosi su tre articoli decisivi (117, 119 e 120). Il carburante del dibattito politico che ha sospinto i partiti – da destra a sinistra – a dare ascolto alle sirene del federalismo, attuando quella riforma così sostanziale del testo costituzionale, è stato offerto dalla crescente demonizzazione dell’intervento pubblico, unitamente al crescente “disegno leghista di concentrare le risorse disponibili sui propri territori di elezione, premiando in primo luogo i propri cittadini; e quindi riducendo gli interventi nel Mezzogiorno”. Esposito affronta il nodo delle cosiddette narrazioni, come quella sul “residuo fiscale”, a più riprese affrontata dal Presidente di Svimez, Adriano Giannola, o quella sugli “sprechi del Sud”.

Per fugare i dubbi, Esposito ricorda quanto sia falso che la spesa pubblica sia omogenea sul territorio nazionale, visto che, citando i Conti pubblici territoriali del 2015, pubblicati nel 2017, “la spesa pubblica complessiva pro capite in Italia era di 15.801 euro nel Centronord e di 12.222 euro nel Mezzogiorno”. Lo Stato, lo sanno tutti ormai (si spera), spende al Sud meno del 30% delle risorse, a fronte di una popolazione del 34.4%.

Dove ha condotto l’applicazione del federalismo fiscale, dalle sue origini ai giorni nostri? Di questo parla “Zero al Sud”. Lo fa combattendo da un lato la deficitaria informazione su un tema tanto delicato come la ripartizione nazionale delle risorse per i servizi fruiti dai cittadini italiani, dall’altro la marea di luoghi comuni che sono diffusi tra i meridionali stessi, inficiando ogni nascente possibilità di iniziativa concreta.

Se al lettore, temi come il federalismo e la sua attuazione possano sembrare da addetti ai lavori, il saggio di Esposito, edito da Rubbettino, mette in campo una secca e urgente smentita. Dal modo in cui il federalismo si è andato attuando, sono scaturiti livelli discutibili dei servizi essenziali per tutti i cittadini italiani. Di cosa parliamo? Di cose che ci sono più vicine di quanto crediamo: degli asili nido, ad esempio, ma anche degli altri servizi, che sono tutt’altro che astratte elucubrazioni. Stiamo parlando della qualità delle nostre vite di cittadini, sui nostri territori.

Il libro ricapitola quasi venti anni dell’intricato percorso federalista, passando per la cruciale approvazione della Legge 42/09, che aveva ribadito la necessità di stabilire i Livelli Essenziali delle Prestazioni e i cosiddetti “obiettivi di servizio”, per le amministrazioni locali. Quella Legge fu firmata da Berlusconi, Tremonti, Bossi e dal Ministro per i rapporti con le Regioni di allora, Raffaele Fitto. Il fondo di perequazione, stabilito dall’articolo 13 di quella legge, si trovò di fronte al limite della “neutralità finanziaria per il bilancio dello stato”, cioè “dalla presente legge […] non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Quindi, quel testo sanciva che le risorse aggiuntive per i comuni in stato di bisogno di perequazione finanziaria dovessero e potessero giungere solo dai comuni più abbienti, in modo orizzontale e non più verticale. Minando l’attuabilità della perequazione stessa. Cosa scaturì da tutto questo? Ne parla con dovizia di dettagli Marco Esposito, narrando le discussioni delle varie commissioni parlamentari di cui l’epilogo fu il seguente: “Si considerò essenziale e quindi meritevole solo l’asilo nido dove c’era e superfluo, se non inutile, dove non c’era”. Se hai è giusto che tu mantenga il tuo status; se non hai, invece, peccato per te.

Con amarezza, il testo ci ricorda che fu debole la risposta e la partecipazione dei parlamentari meridionali, nei vari contesti in cui si discussero questi temi, come si sforza di documentare Esposito, nelle pagine di “Zero al Sud”. Come chiarisce l’autore, “in cinque anni di lavori, nei verbali della Bicamerale risultava solo una manciata di interventi di parlamentari dell’Italia meridionale, perlopiù concentrati nel primo mese di lavori della Bicamerale, dicembre 2013”.

Forse ora, dopo queste brevi battute, emerge chiaro a cosa faccia riferimento il titolo, Zero al Sud: in Italia, l’attuazione del federalismo fiscale andava sancendo la consuetudine secondo cui “per riconoscere i livelli alti in alcuni territori bisognava mantenere bassi quelli nei territori più in difficoltà”. L’assenza della definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (o LEP) conduce l’Italia a distorsioni che Esposito a buon diritto definisce gravissime, “come considerare “fabbisogno standard” la vacanza estiva per i ragazzi delle scuole in cui il servizio sia attuato, come a Bologna, e di giudicare inutile la mensa scolastica là dove il servizio era inesistente, come a Reggio Calabria”.  Nel 2017 entrava infine in funzione quello che Esposito battezza “federalismo fiscale disuguale”, capace di moltiplicare persino gli “zeri”, per molti comuni, dagli asili nido all’istruzione, ai servizi sociali, al trasporto locale.

Nel libro, è riportata una tabella che merita qualche attenta considerazione da parte di tutti gli italiani che credano nella Costituzione. Qualche auspicabile riflessione in più, da parte dei meridionali. Essa infatti sancisce che l’attribuzione delle risorse tra Nordest e Sudovest, ad esempio – sia che si ricorra al fabbisogno standard che alla spesa storica – sia in rapporti pari a 80 a 45 e 86 a 32, rispettivamente; tanto, pur con tutta la gravità del divario Nord- Sud che persiste da sempre. Ecco perché è stata davvero importante la recente presa di posizione dell’Unione Europea sulle modalità in cui verranno distribuite le risorse comunitarie che giungeranno nel nostro Paese.

Alla luce di queste premesse, risultano più dolorose le parole del presidente di Svimez, Adriano Giannola, secondo cui “Il Sud potrebbe recriminare per l’eccessivo danno subìto a causa delle scelte del Nord: sono stati sottratti 60 miliardi ogni anno da 10 anni”. Sono fioccati tentativi di smentita e il dibattito sui media è aperto. Conoscere le premesse di questo dibattito diventa più facile, leggendo il libro di Marco Esposito.