Allerta sanitaria e crisi economica: più realismo e più senso di responsabilità

Nulla è possibile cambiare senza prima una radicale e inaggirabile presa in carico della “negazione” a cui siamo tutti esposti, avendo a cuore chi è, in questo frangente, più vulnerabile di altri: perché più esposto agli effetti nefasti del contagio o perché più esposto agli effetti della crisi economica

Ci risiamo. Come appare chiaramente dal puntuale aggiornamento del data room fornito dalla fondazione GIMBE, la corsa dei contagi è ripresa e a fatica si riuscirà, non solo a captarla, ma a starle dietro. E questo per ragioni non solo contingenti, legate alla disponibilità o indisponibilità dei nostri strumenti, ma anche per ragioni dettate dalla natura stessa del fenomeno pandemico allorché la sua crescita passa, da un andamento lineare, a un andamento esponenziale. Il rischio di nuovi lockdown o, addirittura, di un nuovo generalizzato lockdown, si fa sempre più probabile (Crisanti e Galli evocano chiusure a dicembre).

Di fronte a questo scenario, si continua ad assistere, oggi, a una doppia rimozione della gravità della pandemia, all’insegna dello stesso principio di rifiuto del reale. Una rimozione di destra, che inneggia alla libertà e di fatto sostiene gli interessi della curva del profitto, travestita talvolta dagli interessi di una fantomatica difesa del lavoro (quanto di quel profitto che si vuole a tutti i costi difendere va nella direzione di un lavoro effettivamente tutelato?); e una rimozione di sinistra, di impostazione non tanto ideologica quanto, in effetti, demagogica e altrettanto mistificatoria, che, inneggiando a pur legittimi interessi della collettività, protesta, per esempio, contro la chiusura delle scuole (si pensi alle reazioni di fronte alla scelta del governatore De Luca, che, nel pomeriggio di ieri, è intervenuto a sospendere tutte le attività didattiche).

Per due ordini di ragioni differenti si arriva infine allo stesso risultato: la trappola dell’immobilismo (in Lombardia ancora non si sono prese misure e contromisure), quando, invece, la velocità della crescita del contagio richiederebbe tempestività nell’intervento.

È chiaro che il mondo di marzo è ancora il mondo di ottobre: pensavamo davvero che, nel giro di qualche mese o settimana, si potesse da un lato disinnescare l’epidemia e quindi poter continuare come se niente fosse e, dall’altro, rimettere in piedi servizi necessari alla collettività la cui cura è stata disattesa per decenni e decenni?

Credo siamo chiamati tutti a un senso di responsabilità condiviso, che passi innanzi tutto per l’ammissione, senza se e senza ma, della situazione limite in cui ci stiamo muovendo. Tutti siamo chiamati a sacrificare parte dei nostri interessi, valori, abitudini, di fronte a uno scenario come quello pandemico. Solo a questa condizione, forse, saremo pronti a una ricostruzione. Ogni rimozione, da qualunque parte provenga, non può che ostacolare la fase di argine alla diffusione del contagio, rallentando, così, quel processo di ricostruzione tanto auspicato.

È tuttavia altrettanto vero che da marzo a oggi, una consapevolezza nuova serpeggia da parte a parte. Il virus non ha soltanto sembianze umane, ma è connaturato a un modus vivendi che ha caratterizzato la nostra cultura contemporanea, in termini di modalità di produzione e socializzazione. Cambiare non può che essere l’imperativo connesso al resistere.

In questa fase di resistenza, appare irrinunciabile porre da subito l’accento su alcuni temi, senza cedere ad alcun vizio ideologico o demagogico e senza neanche scadere in toni paternalistici.

 

È evidente come il restringimento della base produttiva, con i licenziamenti prospettati dopo gennaio, non potrà che comportare un disastro sociale ed economico. Ed è altrettanto evidente che è intollerabile la discrepanza attuale tra lavoratori ipertutelati e lavoratori privi di qualsivoglia tutela ed esposti, di fatto, a vessazioni e ricatti di ogni genere.

Per non parlare di chi, non avendo affatto un lavoro, è in balia dell’incertezza più totale, costituita, innanzi tutto, dal latitare di una coerente rappresentanza dell’istanza sociale portata dalla sua condizione. Infatti, a dare voce ai precari di ogni ordine e grado e agli inoccupati, si trova da una parte chi immagina un sostegno universale al reddito e chi, dall’altro, brama per poter mettere le mani su questa disperazione, con offerte occupazionali che con il “lavoro” hanno molto poco a che vedere. Le diseguaglianze sociali, anche solo a questo livello, sono e saranno la vera priorità. E le scelte di campo da fare, tanto chiare quanto severe.

Ovviamente, qui non si tratta di opporre rimozione del reale e sua giustificazione. Nessuno vuole, minimamente, legittimare l’inefficienza e l’inadeguatezza determinata dai mancati interventi (per esempio quelli sui trasporti pubblici o anche sulla capacità del sistema sanitario di procedere a una efficace messa in campo delle tre T: testare, tracciare, trattare).

Quello che proviamo a dire è, però, che nulla è possibile cambiare senza prima una radicale e inaggirabile presa in carico della “negazione” a cui siamo tutti esposti, avendo a cuore chi è, in questo frangente, più vulnerabile di altri: perché più esposto agli effetti nefasti del contagio o perché più esposto agli effetti della crisi economica.