Basilicata, la stampa d’affari e l’informazione avvelenata

L’autorevolezza e la libertà della stampa sono ogni giorno a rischio in questa regione dove si vendono più giornalisti che giornali

Loro le mele non le rubano, le avvelenano. Sono i signori della stampa d’affari. Padroni di quattro fogli esposti sul web, o di giornali che aggregano “notizie” per incassare i soldi della pubblicità di ignari inserzionisti e un briciolo di attenzione da parte di inconsapevoli lettori. Padroni di fogli che usano la stampa per scopi che nulla hanno a che fare con il giornalismo e l’informazione, ma molto a che fare con le pressioni sui decisori politici affinché cedano alle richieste di incarichi o finanziamenti o contributi.

E se un giornale lucano di oltre un secolo fa scriveva che la sua finalità è di biasimare o di lodare secondo che si fa bene o male, questi fogli moderni nascondo lo scopo di biasimare o lodare secondo che il politico o il detentore di qualche potere mi aiuta negli affari o non mi aiuta. E quando mi nega prebende e favori lo attacco, viceversa gli offro paginoni di lusinghe. Giornali-giocattolo, nelle mani di affaristi che si definiscono editori.

E così assistiamo alla pubblicazione di notizie cocktail, miscuglio di parole dosate con il 70% di insinuazioni, pregiudizi volontari, inesattezze consapevoli e un 30% di verità. E c’è anche gente che quella paccottiglia avvelenata se la beve. Il politico locale, mediamente ignorante di faccende mediatiche, vittima di una percezione distorta del peso di questi giornali, si intimorisce e a volte cede al “ricatto” mediatico degli editori e direttori da strapazzo.

E capita pure che intorno a questi fogli si creino circoli di interesse, legami diretti con esponenti delle istituzioni e dei partiti, che di fatto costituiscono la Redazione: decidono quale avversario politico attaccare, quali notizie sparare contro tizio o caio. “Redazioni” che mutano nel tempo col mutare degli scenari del potere locale.

Questi fogli non hanno nulla a che fare con l’opinione pubblica, con il diritto all’informazione, alla critica e alla cronaca. Non influenzano minimamente la moltitudine dei cittadini, non spostano nemmeno un voto. Fanno breccia tra quei pochi lettori alla ricerca di buchi di serratura. Questi fogli offrono pettegolezzi, insinuazioni, cattiverie, alimentano odio e disprezzo, senza alcuna motivazione che non sia quel 30% di verità diluito nella menzogna. Chi offre spazi di visibilità a questi “giornali” ne certifica, magari inconsapevolmente, l’appartenenza al mondo del giornalismo: un mondo lontano anni luce da loro. L’autorevolezza e la libertà della stampa si restringono ogni giorno in questa regione in cui si vendono più giornalisti che giornali. Chi ha paura e soccombe a questi sedicenti editori non fa un bel servizio alla Basilicata.