Diffamazione a mezzo stampa: un’arma nelle mani del Potere

Cari parlamentari lucani ve la sentite di fare questa battaglia di civiltà?

Questa storia delle querele per diffamazione sarebbe ora che finisse. Il presunto reato di diffamazione è ormai diventato un giocattolo pericoloso per la libertà di stampa, di critica e di cronaca. Un giocattolo nelle mani di potenti di ogni specie che, con una leggerezza disarmante, interpretano a soggetto articoli e inchieste giornalistiche. Le motivazioni dei querelanti, almeno nella nostra esperienza, spesso rientrano nella categoria delle “code di paglia.” Non importa se hai diffamato o non hai diffamato, ti querelano perché si sono sentiti attaccati, criticati, denudati su fatti tenuti nascosti all’opinione pubblica. E dunque, se scrivi di lanterne e quelle lanterne svelano episodi e circostanze degne di critica, loro faranno di tutto affinché un giudice le prenda per lucciole. Bisognerebbe introdurre il reato di false interpretazioni in atto pubblico o di grave incapacità di comprendere un testo scritto.

A parte l’ironia, la faccenda è diventata insopportabile e non si risolve con la nuova norma sulle liti temerarie. Questi signori ti denunciano per farti condannare, per tapparti la bocca, per mostrare i muscoli del potere, per farti capire chi è che comanda qui oggi. Se non fosse per l’ostinazione, anche folle, dei giornalisti che resistono e attaccano, oggi la libertà di stampa, non solo in Basilicata, sarebbe una barzelletta. E non ci scandalizziamo, in queste condizioni, se il giornalismo d’inchiesta o anche quello che svolge una funzione più spinta di watchdogging, siano in crisi di “reclutamento” e di risorse.

Altrove, per esempio negli Usa, la legge sulla diffamazione, tutela senza mezzi termini la libertà di stampa. Per essere diffamante, il contenuto dell’articolo deve essere falso; per essere diffamante, il contenuto falso deve essere “motivato da intenzioni malevoli” (motivated by malice). In Italia, invece, la legge considera diffamante anche un contenuto vero, quando si ritenga che la persona coinvolta nell’articolo di giornale possa essere in qualche modo lesa nella propria onorabilità. Diremmo che è più importante tutelare la collettività, il suo diritto all’informazione anziché la presunta onorabilità dei singoli.

Insomma – scriveva Paolo Costa nel lontano 2010 – la legge e la giurisprudenza americane impediscono che la querela per diffamazione venga utilizzata per intimidire la stampa e ridurre i suoi margini di libertà. Al contrario di quanto accade qui da noi. Ormai è evidente a chi fa un certo giornalismo: il reato di diffamazione a mezzo stampa è un’arma nelle mani del Potere, sia esso politico, economico o giudiziario, per contrastare giornali e giornalisti scomodi e per limitare il diritto di critica e di cronaca. Ci riferiamo a giornali e giornalisti veri, naturalmente, perché di filibustieri è pieno il mondo.

La Corte Costituzionale ha finalmente abolito la pena del carcere per i giornalisti condannati per diffamazione, decisione che, in mancanza di un intervento parlamentare diventerà comunque esecutiva a giugno 2021. Ma siamo indietro, molto indietro.

Norvegia, Romania, Irlanda, Regno Unito, Cipro, Montenegro, Macedonia e Serbia hanno eliminato il reato di diffamazione a mezzo stampa da un bel pezzo. E noi quando toglieremo questo bavaglio? C’è qualche parlamentare disposto a ragionare di questo orrore giuridico? Oppure fa comodo mantenere quel reato per proteggersi dalla trasparenza?