In Basilicata, e non solo, se bevi e sei alcolizzato la colpa è dell’oste

Sui giornali qualcuno banalizza fenomeni complessi fornendo soluzioni facili e fuorvianti

Per eliminare l’alcoolismo bisogna proibire la vendita di bevande alcoliche. Per eliminare il tabagismo bisogna vietare la vendita di sigarette. Per eliminare la ludopatia è necessario impedire il gioco nei luoghi pubblici. E tanto per essere abbondanti ne aggiungiamo un’altra: per eliminare la dipendenza dall’eroina o da altre porcherie stupefacenti bisogna contrastare lo spaccio. La strada è diroccata? Nessun problema, basta piazzare un cartello di divieto di transito e tutto è risolto, intanto la strada rimane diroccata, chissà per quanti anni.

In estrema sintesi, e in via del tutto semplificata, possiamo dire che se io fumo la colpa è del tabaccaio, se tu bevi la responsabilità è dell’oste. Insomma, è questa l’idea geniale che circola spesso, anche sui giornali, specie da queste parti. È la semplificazione all’ennesima potenza di fenomeni complessi, è la stupidità elevata a ragionamento intellettuale.

Questo approccio sempliciotto non fa altro che alimentare i fenomeni che si vogliono debellare. Dovrebbe essere evidente anche ai più sprovveduti che fin quando esiste una domanda, per esempio di cocaina, l’offerta non scompare, magari si trasforma, si nasconde, si riorganizza, ma non batte mai in ritirata.

Il contrasto, il proibizionismo, l’accanimento sull’offerta di alcol, droga, giochi, sigarette, è un fallimento ormai storico. Il numero di persone vittime della dipendenza da droghe e gioco, è cresciuto drammaticamente, non solo in Italia, ma nel mondo intero.

In Basilicata poi, negli ultimi 20 anni abbiamo fatto la nostra bella figura: questi fenomeni hanno registrato un’importante crescita.

Se lo spacciatore di crack vende la roba è perché c’è chi la compra. Elementare. Se arresti il pusher ne arriva un altro, perché c’è chi la compra. Elementare. Certo, proibire lo spaccio, eliminare le slot machine, infastidire i venditori con tutti i mezzi, riduce il danno, forse, ma non risolve il problema. Sul gioco per esempio, qualcuno è ancora lì a nascondere o eleminare quegli aggeggi infernali che dissanguano le vittime, e fa bene. Bisogna sapere però che la macchina infernale del gioco d’azzardo si nasconde nella rete con decine di applicazioni che invitano a scommettere, a divertirsi con slot virtuali. E bisogna anche sapere che molta roba stupefacente ormai si vende su internet, e che le tipologie di stupefacenti  sono decine e sfuggono persino alle forze dell’ordine e alle autorità sanitarie.

Eppure, spendiamo molto per contrastare lo spaccio – l’offerta – e molto meno per agire sulla domanda. “Sprechiamo” i soldi nel circuito del “cane che si morde la coda.”

Perché il vero problema è lì, nella domanda. E siccome non parliamo del mercato del pesce, ma di un mercato di morte, quella domanda sono persone.

E se non si agisce radicalmente sulle contraddizioni profonde di questa società galleggiante, se non la si smette di inondare le famiglie, i giovani con messaggi ambigui e ingannevoli attraverso i media e il web, quelle persone saranno sempre “la domanda”. Se non la si smette con l’identità consumistica, con il vincere facile, con i sogni di gloria dei giochi a premi, con le periferie degradate, con la povertà, con le mafie di ogni tipo e cultura, i nostri ragazzi continueranno ad essere non solo “la domanda”, ma il prodotto.

Gli sforzi economici, politici, sociali devono massicciamente convergere sul fronte delle condizioni che concimano e alimentano milioni di persone vittime delle dipendenze. Lo so che è più facile chiudere l’osteria, ma se un ragazzo ha bisogno di bere, la vodka la compra altrove, e state certi che qualcuno che la vende lo trova a tutti i costi. È più difficile, invece, rimuovere le cause che costringono quel ragazzo a bere, a drogarsi, a giocare d’azzardo.

Smettiamola sui giornali con le semplificazioni e con le stupidaggini.

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