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La pandemia nel Paese di Arlecchino

L’Italia incapace di stringere i denti per paura di mordersi la lingua

Questo Paese non si smentisce mai. La politica entra in campo a gamba tesa per strumentalizzare ogni episodio che impatta negativamente sull’opinione pubblica. Dall’immigrato che compie un reato alle misure anti covid. Mai che il Parlamento e i partiti agiscano nell’interesse del Paese nelle situazioni più difficili, c’è sempre qualcuno che ne approfitta per creare divisioni, contrapposizioni, conflitti allo scopo di indebolire gli avversari e ricavare consensi per la propria parte politica. In altri Paesi europei, abituati ad essere Stato da secoli, queste pericolose guerriglie da condominio, tra partiti, non si verificano, almeno nella stessa misura che in Italia. Agli albori della prima Repubblica, nessuno si sarebbe sognato di fare i dispetti all’avversario in una situazione drammatica per la nazione. Altri tempi, altri politici, altre profondità culturali e politiche. Non avevamo il Renzi di turno che spara sull’ovvio urlando che se chiudi i ristoranti aumentano i disoccupati: che genio! Non avevamo i Salvini o le Meloni che ad ogni piè sospinto aggrediscono il governo un giorno per un motivo e il giorno dopo per il motivo contrario.

In queste settimane assistiamo a continui attacchi degli uni nei confronti degli altri, con grave rischio per la tenuta del Paese e senza che le scaramucce producano granché di bene. In alcuni talk show si butta benzina sul fuoco delle manifestazioni scoppiate in questi giorni, con analisi superficiali che spingono l’opinione pubblica a leggere i fatti nel modo più sbagliato.

Avevo già scritto che gli episodi di Napoli rischiavano di replicarsi in altre città, ed è quanto sta accadendo. Frange estremiste, manovalanza delle mafie, si insinuano nelle maglie delle proteste per provocare scontri con le forze di polizia, disordini e per mettere a soqquadro le città. Gente che non ha nulla a che vedere con le manifestazioni pacifiche di chi legittimamente rivendica soluzioni diverse alla crisi economica causata dall’emergenza sanitaria.

Il Paese di Arlecchino e di Brighella

Tuttavia, le proteste di questi giorni, a cui partecipano centinaia e in alcuni casi qualche migliaia di persone, segnano un abisso profondo con le grandi manifestazioni del passato. L’emergenza sanitaria e i gravi problemi causati ad alcune categorie produttive danno origine a proteste marcatamente corporative. In una Paese veramente coeso, solidale, socialmente partecipativo avremmo dovuto assistere ad altri scenari di contestazione. Altre categorie, magari più tutelate o meno toccate dalle misure del Governo, le avremmo viste in piazza accanto a commercianti, e ristoratori, artisti e gestori di sale cinematografiche. Ma questo è il Paese degli egoismi regionali, del tornaconto corporativo, del si salvi chi può, il Paese di Arlecchino e di Brighella.

E vale anche il contrario, mai visti ristoratori e commercianti a una manifestazione – condivisibile –  dei metalmeccanici o degli studenti, o dei disoccupati. Tutti parlano di filiere in crisi: “se un ristorante o un negozio chiudono i problemi ricadono anche sui fornitori e a cascata sui lavoratori.” Strano che non si capisca che anche un disoccupato danneggia il commercio e i ristoranti, anche lui – nella logica calcolante –  è parte della filiera, senza soldi non si compra e non si va a mangiare in trattoria. Anche i metalmeccanici fanno parte della filiera, con una busta paga da fame in pizzeria ci andranno raramente.

Bisogna decidersi

Il punto, ad ogni modo, non è questo. I media e alcuni partiti provano continuamente a scavare nelle ferite affinché diventino feritoie aperte al peggio. Un’analisi e una narrazione serie su quanto sta accadendo dall’inizio della pandemia ad oggi sarebbe urgente. Ma questo non è un Paese serio. Scrivere o dichiarare che “sì, va bene, nelle proteste si sono infiltrati frange di estremisti e criminali, ma il malumore nel Paese è forte, il disagio è al limite della sopportazione”, è fare del male. Il Paese quale? Chi? In questo momento ci sono due Italia, quella che ha paura dell’emergenza sanitaria e dei rischi per la propria salute e quella che teme l’impatto sull’economia. Rispondere in egual misura alle due inquietudini non è facile, Ecco perché il Governo sbaglia quando prova in tutti i modi a tenere insieme le due cose. Bisogna sacrificare, in un tempo sopportabile, l’una o l’altra. Se le aziende hanno difficoltà bisogna risarcirle con intelligenza e senso della misura. Se le persone si ammalano e muoiono non sono risarcibili. E se la pandemia assume caratteri ancora più drammatici a nulla servirà il risarcimento alle imprese costrette a chiudere per qualche settimana perché chiuderanno per sempre e non solo loro. Messa così appare chiaro da che parte stringere i denti, non solo con le chiusure. Da quella parte il Governo sa bene che occorre mettere soldi sulla formazione specialistica dei medici e sul loro reclutamento, per esempio.

Spostare l’asse dal condominio al pianeta

Nel frattempo però chi pensa che quando sarà finita la pandemia tutto sarà finito dovrebbe cambiare idea adesso. Perché molte vicende irrisolte torneranno a galla impetuosamente e altre nuove crisi apriranno fronti da tempo prevedibili ma ignorati. Per questo oggi abbiamo tra le mani possibili soluzioni ai problemi di domani, a condizione che si recuperi un pensiero radicale per un’azione rivoluzionaria di massa. Questo è il momento dei world social forum che affrontino le sfide della povertà, dell’accumulazione squilibrata della ricchezza, dell’ambiente, della giustizia sociale, delle migrazioni, della democrazia in economia, dei diritti umani, dei rapinatori di cibo, della fame e della schiavitù, della questione africana, tanto per dirne alcune. Un pensiero radicale e un’azione rivoluzionaria che a partire dalle domande cruciali e scomode propongano risposte di rottura e mobilitino tutte le variabili per affermarle. È il tempo di spostare l’asse dal condomino al pianeta. Questo è il tempo dei Gandhi e dei Mandela non dei Renzi e dei Salvini e di quelli come loro.

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