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Scienza e politica tra pandemia e crisi economica

Al clinico ciò che è clinico, al virologo e all’epidemiologo virus ed epidemie. E al politico?

Un celebre aforisma nietzscheano recitava più o meno così: “Occorre sbarazzarsi del cattivo gusto di andare d’accordo con tutti. Le cose grandi ai grandi, gli abissi ai profondi, le finezze ai sottili e le rarità ai rari”, quasi a voler ristabilire una giusta ripartizione di compiti, per attitudini personali e ambiti di cui occuparsi. Parafrasando, potremmo seguire questo principio per riferirci al caos che imperversa, in epoca di pandemia, nel mondo della scienza medica: con virus che si estinguono e poi risorgono (pensiamo alla nota dichiarazione di Zangrillo); numeri che, all’apparenza identici, denunciano però cose diverse (pensiamo al confronto che ricorre tra i dati dello scorso marzo e quelli di ottobre); affermazioni che vedono ora la patologia essere più leggera e ora no, la patologia rimanere uguale.

Non è sempre immediato comprendere, ogni volta, qual è il merito dei punti di vista. In altri termini: al clinico, ciò che è clinico; al virologo e all’epidemiologo, le pandemie.  Nessun punto di vista, in effetti, per quanto legittimo, può avere priorità su di un altro, qualora fosse pure animato dall’intento di un “accordarsi”. Occorre liberarsi dalla pretesa di andare d’accordo con tutti! Ciascuno osserva, nel merito, secondo il proprio metodo e, nel pluriverso delle scienze, ricchezza e ridondanza sono elementi di forza e non di debolezza.  Molto più pericolosa è la riduzione: riportare tutte le prospettive metodologiche a una sola dimensione. Ma allora come si risolve il problema del disorientamento che ne può conseguire in termini di dibattito pubblico? Questo è un altro piano del discorso, che risponde a un’altra domanda: cosa spetta al politico? A seconda di come rispondiamo a questa domanda, possiamo quindi farci un’idea di come si debba sbrogliare la matassa della confusione che regna sotto al cielo. Al politico spetta forse la parte del clinico? O quella del virologo? Se pure si trattasse di un politico con competenze mediche, sarebbe un abuso presumere che competenze mediche possano elidere quelle specificamente politiche. Ma allora il politico di cosa si dovrebbe occupare, di economia?

Ritorniamo nello stesso corto circuito. In realtà alla politica dovrebbe spettare l’autonomia di una sintesi e di una visione sociale. Solo così, forse, potrebbe farsi carico di tenere insieme la complessità del reale, dove, per fortuna! regna un creativo disaccordo. Ma una sintesi e una visione non vogliono dire molto di per sé, nel senso che si può vederla in molti modi e si può fare sintesi secondo tante strategie e obiettivi differenti. E anche questo è un punto. La visione e l’enigma! – per continuare a citare, per gioco, Nietzsche. Si tratta di avanzare verso l’orizzonte temporale del non-ancora: progettare il futuro. Il lavoro fra i più onerosi, perché si tratta di impiegare ciò che non c’è per dare un ordine, un corso, una piega a ciò che c’è e, intanto, si dilegua. Quello che ci manca, in altri termini, non è l’unidimensionalità, ma l’incapacità e il coraggio di fare sintesi lungimiranti. Il futuro non è mai stato così lontano come in questi giorni di grandi sofferenze, vessati da una crisi economica oltre che sanitaria.

Eppure, mai come ora, ciò di cui c’è reale bisogno, è il futuro. L’utopia serviva forse a questo scopo? A dare corpo al desiderio di futuro? Intanto, una politica in totale crisi di identità, strattonata da ogni parte, assoggettata a interessi altri rispetto a quelli ad essa specifici, in balia della pretesa del più forte in campo, non può che alimentare la confusione che regna sovrana e su cui imperversa il lucro del marketing. Se il dibattito pubblico è intriso di contraddizioni che ledono la nostra capacità di farci “un’idea” di ciò che accade, non dandoci modo di prendere dovute misure e contromisure, è per una evidente debolezza dell’autonomia della politica, che ha bisogno di appoggiarsi ora alla voce di chi inneggia alla morte clinica del virus, ora alla gravità di una diffusione virale dai tratti imprevedibili (oppure, per altre ragioni, agli algoritmi dei social…).

La domanda vera non è chi abbia ragione, se il clinico o il virologo. Hanno ragione entrambi. La domanda vera è quale società vogliamo. Una società dove il “sussidio”, in senso dispregiativo, sia sempre quello che si dà all’altro, mentre il “sostegno” all’economia solo quello dato a chi produce? Che vuol dire produrre e produrre valore, oggi? E domani? Vogliamo una società dove tra salute e lavoro ci sia reciproca esclusione, salvo le opportune mistificazioni del caso? Ma soprattutto, cosa intendiamo per lavoro? Per caso quello dei riders della piattaforma Uber, sfruttati in neo-forme di caporalato? Il problema, in democrazia, non sono i conflitti, ma la povertà di visione della politica, incapace perfino di riconoscere mano destra e mano sinistra.