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La mala educación della televisione

Ballando con le stelle in una stalla. Gli esquimesi insegnano agli africani come difendersi dalla calura estiva

Non ho mai visto in tutti questi anni la trasmissione di Rai1 che si chiama “ballando con le stelle”. Ieri sera, casualmente, facendo zapping, vedo la faccia di Antonio Razzi e mi chiedo: che cosa ci fa in televisione in prima serata un personaggio come lui? Legge una “poesia” inascoltabile dedicata a una concorrente di cui stamane non ricordo il nome. Una stupidaggine stratosferica.

Grazie a Razzi mi incuriosisco e mi fermo a guardare quel programma, per oltre un’ora, credo. Scopro almeno un paio di cose che mi lasciano basito: 1) a decidere chi è più bravo a ballare non è una giuria di persone competenti, ma la marmaglia dei social; 2) per questa ragione i migliori in quella disciplina vengono scartati a vantaggio dei peggiori. Osservo, ascolto, ad un certo punto non resisto e spengo, torno a leggere ma non ci riesco. Sprofondo nella mia tristezza pasoliniana. Penso, penso a quel programma completamente diseducativo: a) legittima la marmaglia indistinta confusa e ignorante di facebook attribuendole competenze che non ha, e sottrae, alle persone capaci di giudicare le performance dei concorrenti, buona parte del diritto a valutare; b) è un invito alla superficialità, al disprezzo delle competenze e delle sensibilità artistiche.

Mi dicono che quel programma è molto seguito. Non avevo dubbi. In un Paese di bigotti, ipocriti, narcisisti e macchiettisti, Antonio Razzi fa il divo e la paccottiglia dei social, autorizzata e legittimata dal servizio pubblico televisivo, mette il becco dappertutto. La televisione è lo specchio del Paese? Non direi, direi che, ormai, il Paese è lo specchio della televisione.