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Ma la Banca Popolare di Bari l’hanno salvata o l’hanno occupata?

Dopo il fallimento, il “salvataggio” e la retorica sul rilancio, prevale la strategia del gambero. In Basilicata, e non solo, resistono le vecchie logiche

Politica, vecchie logiche, clientele e conflitti di interesse, a che punto siamo? Circa 300 filiali in Italia, oltre 30 in Basilicata, le ombre sull’istituto di credito non sono state completamente diradate.

Dopo il fallimento e la trasformazione in S.p.A., dopo la delusione dei soci, piccoli risparmiatori e clienti, sembra che il famoso piano di rilancio sia sostanzialmente una chimera. Anche se, fino ad oggi, qualcuno pensa che basti chiudere qualche filiale, licenziare una parte dei dipendenti e decurtare le retribuzioni agli altri rimasti per far tornare a sorridere i bilanci. Al momento, sull’accordo del 10 giugno 2020, tra sindacati e azienda c’è un acceso dibattito su alcuni passaggi interpretativi, restiamo in attesa di capire le conclusioni. E vedremo, probabilmente a gennaio prossimo, quali intenzioni prevarranno nel Piano industriale.  Ricordiamo che la banca è stata salvata con 900 milioni di soldi pubblici versati da Medio Credito Centrale, istituto di credito di Invitalia controllata dal ministero del Tesoro.

Tutti i manager, quelli veri, sanno benissimo che le variabili da aggredire sono ben altre: sottrarre l’azienda al “controllo” dei partiti o delle loro consorterie interne; eliminare le situazioni di conflitto di interessi; affidare la gestione sia a livello di vertice sia a livello territoriale a personale esperto, competente e capace. In breve: discontinuità con il passato. Pare che su queste variabili, da quando la Banca è stata sottoposta, nel dicembre 2019, al commissariamento e allo scioglimento di tutti gli organi di amministrazione e di controllo, non siano tra le priorità del management. Cerchiamo di capire a che punto siamo con queste variabili.

Le mani della politica sulla Banca

La banca è stata salvata con 900 milioni di soldi pubblici versati da Medio Credito Centrale, istituto di credito di Invitalia controllata dal ministero del Tesoro. A metterci le mani immediatamente sono Michele Emiliano e Francesco Boccia, rispettivamente presidente della Regione Puglia, Pd, e ministro per gli affari regionali, Pd. L’assemblea dei soci che doveva nominare i nuovi amministratori non a caso è stata rinviata a dopo le elezioni regionali del 20 e 21 settembre scorso, seppure già convocata per il 16 dello stesso mese. Alcuni organi di informazione hanno ipotizzato, infatti, un rinvio legato all’esito del risultato elettorale.

Sta di fatto che nell’assemblea convocata il 15 ottobre avviene la nomina del nuovo Cda i cui componenti hanno scarse o nulle esperienze di banche. L’accordo informale prevedeva ben altro, ma il Pd di Emiliano e di Boccia, grazie all’esito del voto regionale, rovesciano le logiche. La Puglia propone di entrare nel capitale della banca con 60 milioni di euro – mai versati –  e impone nel Cda Cinzia Capano, ex parlamentare Pd ed ex assessore a Bari quando Emiliano era sindaco e Bartolomeo Cozzoli, consigliere del ministro Boccia. Alla presidenza, l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. Insomma un management che con l’esperienza in materia di banche fa a pugni.

 Alla faccia della discontinuità: la nomina del direttore finanziario

Prima che la politica decidesse la composizione del Cda, qualche mese prima, a febbraio, i Commissari della Banca nominano direttore finanziario dell’istituto un certo Cristiano Carrus. Chi sarebbe questo signore?

Lo capiamo leggendo una nota dei parlamentari del M5S componenti della Commissione d’inchiesta sulle banche: “È come minimo stupefacente la decisione dei commissari della Popolare di Bari di affidare il ruolo di direttore finanziario dell’istituto di credito a Cristiano Carrus. È appena il caso di ricordare che Carrus è stato vicedirettore generale di Veneto Banca nella fase finale del regno di Vincenzo Consoli, per poi diventare direttore generale e amministratore delegato della stessa Veneto Banca. Non solo, con quel ruolo aveva fortemente sostenuto il piano di fusione dell’istituto di Montebelluna con Popolare di Vicenza, quando entrambe le banche erano controllate dal Fondo Atlante. Un piano che poi è fallito miseramente e ha aperto la strada alla drammatica liquidazione delle due banche venete, con effetti per i risparmiatori che tutti sappiamo. Ancora prima Carrus era stato lambito dalla vicenda diamanti, quando era a capo del Credito Bergamasco. Secondo quanto raccontato da Report avrebbe ricevuto regali e soggiorni dalla Idb (International Diamond Business), società che all’epoca piazzava i preziosi attraverso la banca bergamasca creando altri danni ai risparmiatori. Oggi il rilancio della Popolare di Bari deve passare per profili lontani dai legami con vecchi poteri. Per questo Carrus pare del tutto inadeguato”.

Siamo andati a curiosare nel curriculum del signor Carrus e scopriamo il suo titolo di studio: diploma di perito per il turismo. In effetti ha gestito qualche biglietteria, ma sarà stato un genio della finanza se dal 1978 ai giorni nostri ha lavorato, con diverse mansioni di responsabilità (direttore, vice direttore, ecc.), almeno in una decina di istituti di credito.

Il solito andazzo: clientele e conflitti di interesse

“Risulta piuttosto urgente rimuovere situazioni di incompatibilità, conflitti di interesse tra dipendenti che, appartenendo a stessi nuclei familiari o in qualità di soggetti comunque “interessati”, gravitano ed operano negli stessi ambiti aziendali, assicurando la giusta complicità che ha consentito e che continua, neppure in modo così tanto latente, a permettere a certi rappresentanti aziendali e/o certo sindacato di perseverare in condotte al limite della decenza e della moralità (…)

Spiace, pertanto, dover continuare ad assistere al coinvolgimento sempre delle stesse persone, anche per l’elaborazione del tanto atteso Piano Industriale. Ma è mai possibile che parenti di ex componenti del CDA, amici di ex vertici aziendali e stretti collaboratori della “vecchia guardia” che hanno contribuito allo sfacelo dell’Azienda, adesso debbano avere l’onore ed il merito di segnare il destino di tanta brava gente?!” È quanto scrivono i dipendenti della Banca in un manifesto interno destinato al vertice dell’Istituto.

Un esempio di conflitto in Basilicata

“Si tratta di un capo distretto il quale gestisce la posizione e la condizione lavorativa della sua ex moglie e della sua attuale compagna, entrambe in organico in filiali ricadenti nel medesimo distretto. Questo signore risulta anche iscritto a un’Organizzazione sindacale a favore della quale, in tempi passati, nel suo ex ruolo di direttore di filiale, ha svolto anche attività strisciante di proselitismo”. È quanto ci dice una fonte interna alla Banca che aggiunge: “dispone trasferimenti a piacere utilizzando criteri molto discutibili tra i quali l’appartenenza dei beneficiati alla stessa sigla sindacale o come nel caso della compagna che sarebbe stata trasferita in una Filiale di Potenza distante pochi metri dal domicilio in cui convivono”. “Naturalmente, spiega la fonte, a queste storture gestionali concorre, in una certa misura, il responsabile di Area che, stando a Napoli e non conoscendo, il contesto territoriale del distretto, compreso il personale, ratifica a prescindere tutti i provvedimenti segnalati dal capo distretto.”

Insomma, le promesse di cambiamento, e di discontinuità con il passato, al momento non sono riscontrabili. I vecchi legami tra ambienti e personaggi che hanno portato la Banca al fallimento risalgono a galla con evidenza. Tutto lascia immaginare che si è ancora in una condizione di scarsa trasparenza nella gestione e che i vecchi vizi, le vecchie logiche, prevalgano sul buon senso e sulla volontà di risanare e rilanciare l’istituto di credito.