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Operaio dell’indotto Fca: Guarito dal covid, voglio donare il plasma

Il racconto di Michele, giovane di Rionero in Vulture, uscito dall'incubo dopo un lungo isolamento

“Il momento più bello? Quando ho potuto finalmente riabbracciare mia madre dopo 4 settimane”. Michele abita a Rionero in Vulture, lavora in una fabbrica dell’Indotto Fiat di Melfi e oggi è “sereno” perché si è lasciato l’incubo alle spalle. Ed è proprio da questa normalità “riassaporata”, che vuole iniziare il suo racconto dopo “27 giorni di isolamento” a causa del Covid.

“Sabato scorso – confessa – appena saputo del tampone negativo, ho fatto ciò che avrei voluto fare in tutto il mese precedente: riabbracciare mia madre, con cui vivo, e con cui non ho potuto avere contatti, pur stando nella stessa casa”. E poi “ho preso lo scooter, visto che ho dovuto sanificare anche la macchina ed era l’unico mezzo a disposizione, e ho girato in paese per ore intere, libero come un ragazzino”. Questo il suo sollievo attuale, tregua dopo una tempesta di emozioni che andava avanti dal 17 ottobre scorso.

Tampone positivo e il lungo isolamento. “A metà ottobre nella fabbrica in cui lavoro sono emersi alcuni casi positivi – spiega – e al controllo che è stato fatto su tutto il personale sono risultato positivo anch’io”. Una doccia gelata e l’isolamento, vissuto in casa con l’anziana madre. “Fortunatamente non ci mancano gli spazi – racconta Michele – Ho vissuto nella mia camera, col mio bagno e con mamma che mi lasciava il cibo fuori dalla porta”. Ed è proprio la madre che ha cercato di proteggere con ogni forza. “Nessun contatto. Piatti e bicchieri in plastica. Con delle funi calavo i miei rifiuti, considerati speciali, dalla finestra, negli appositi contenitori. Venivano raccolti dall’operatore ecologico che mi telefonava prima di passare”. Ha risparmiato così ogni rischio alla madre, che di fatto “è risultata negativa al tampone lo scorso 3 novembre”. Per Michele invece l’incubo è finito solo sabato scorso (14 novembre).
La paura e l’affetto degli amici. “E’ stata dura – sottolinea – ho avuto qualche dolore alle ossa i primi giorni, poi è passato. Ma l’isolamento, l’ansia, i giorni tutti uguali…”. Il tempo Michele lo passava “conversando in video chat con altri colleghi, positivi anche loro”. Mal comune mezzo gaudio. “E poi gli amici che un messaggino al giorno non me lo facevano mai mancare”. Poi la sorella e i nipotini “sempre vicini” anche a distanza. Cronaca di un mese infinito ma capace di togliere la parola. “Si’, in quei momenti non hai voglia di parlare, prendi coscienza che ciò di cui si parla tanto in tv ha colpito anche te”.

“Voglio donare il plasma” . Michele fa un appello al popolo dei no mask. “Mantenete il distanziamento, usate la mascherina, il virus esiste. Io ce l’ho fatta, altri purtroppo no”. Infine, da persona “fortunata” volge lo sguardo proprio a chi se l’è vista peggio di lui. “Sono vicino corpo e mente a chi è in ospedale, a chi sta combattendo tra la vita e la morte; e alle famiglie di chi non c’è più”. E infine la sua offerta solidale rivolta alla ricerca. “Sono disponibile a donare il mio siero di persona guarita”. E ancora: “Sai quando sarò davvero felice? Quando il covid avrà smesso di far soffrire gli esseri umani”.