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Pandemia mood: non sarà ora di cambiare il pendolo bipolare che oscilla tra paura e coraggio?

Da rossi ad arancione e viceversa.  Con la semi-eccezione di chi si consola per il suo “giallino”, siamo tutti variopinti e scontenti

Alle latitudini “colorandia” di questa emergenza pandemica all’italiana, continua la saga del camaleonte virtuoso e/o vizioso. Mescolando numeri e colori come fossero carte da gioco, si attuano i passaggi di stato.

Da rossi ad arancione e viceversa.  Con la semi-eccezione di chi si consola per il suo “giallino”, siamo tutti variopinti e scontenti. C’è chi vuole andare a scuola, le “Anita” oltranziste del NO alla DAD; c’è chi vuole portare i ragazzi a scuola, senza se e senza ma, scambiando un diritto con la proprietà ad personam di un servizio. C’è chi ha bisogno di salvare la propria piccola attività commerciale, rispetto a cui il promesso ristoro non è che un’elemosina diversamente detta; c’è chi non ne può più del suo lavoro agile, richiamando il diritto alla disconessione per riprendere qualche boccata d’aria, seppure attraverso la mascherina. Un elenco che di certo non completa il quadro, fatto di mille pezzi. Perché questo è il punto. Siamo in mille pezzi.

Un fenomeno, che per la sua natura fortemente diffusiva richiedeva un approccio sistemico, ovvero un approccio globale e coerente dell’intero sistema paese, in modo da scongiurare il ritardo del doppio tempo e del doppiogiochismo azioni/reazioni, avendo a cuore la salute in un’ottica quanto più inclusiva possibile, ha determinato, a causa della nostra inabilità a pensarci collettivi, una frantumazione sociale e istituzionale a cui si porrebbe fintamente rimedio con una sedicente unità politica (di cui sarebbe espressione la recente votazione trans-governativa allo scostamento di bilancio).

Ma c’è un dato antropologico, sostrato della questione estetico-politica (in cui per “estetica” si intende alla lettera il “sentire” delle persone), che colpisce particolarmente. Il pendolo che oscilla fra la paura e il coraggio. Nel discorso pubblico ricorre l’opposizione tra queste due differenti tonalità affettive. A chi promuove la paura come migliore atteggiamento per affrontare la crisi sanitaria, si associa la prevalenza di una percezione della gravità del rischio (per sé e per i propri cari); per contro, ai cuor di leone, per dirlo con una metafora letteraria, si associa l’impavido “calvinismo” del lavoro prima di tutto, una buona dose di fatalismo apocalittico (tutti dobbiamo morire…) e una acuta miopia.

A guardar bene, viene da chiedersi se trattasi realmente di opposizione o, invece, di un problema mal posto, da addebitare a una cultura incentrata sull’individualismo e sul soggettivismo esasperati. Infatti, solo se si parte da questi presupposti, si escludono sostanzialmente sia l’approccio sistemico, sia una tonalizzazione affettivo-sociale diversa da questo bipolarismo schizofrenico. La questione centrale rimane pensare fuori dallo schema della staticità e tentare di fare il salto quantico sul piano del relazionismo. Posto che siamo tutti interrelati, a vario titolo e a più livelli, c’è un coraggio della paura che può essere meglio evocato come approccio di prudenza consapevole che non faccia leva su di un “proprio” che non sia il “collettivo”, il “comune”.

Come a dire che nessuno si salva da solo, ma non nel senso dell’attesa dell’avvento della salvezza “a dio piacendo”, ma nell’impegno della costruzione di un sentire condiviso con al centro l’essere-con.  Non c’è da aver paura per sé, perché in tal senso varrebbe perfino la pena essere coraggiosi (o, per meglio dire, strafottenti), visto che in taluni casi questa covid 19 può passar liscia perfino asintomatica; c’è da essere consapevoli di esser tramiti di una dinamica di sfacelo e, dunque, volersi sottrarre a questo gioco allo sfascio di una salute pubblica che è anche salute dell’economia (se tale economia pone realmente al centro dinamiche umane e non solo le speculazioni finanziarie).

Non si tratta di fare la sintesi. Non si tratta di una via di mezzo. Si tratta di cambiare schema o almeno provare a reclamarlo. Per tentare di porre la domanda giusta, senza continuare a partire da quella che conduce solo su di un binario morto. Non sarà forse ora di cambiare “pendolo”?