Per un pensiero virale: pandemia e pandemonio

Dovremmo provare a pensare come un virus per capire come contrastarlo

Pandemia e pandemonio: a più livelli emerge una voluttà polemica amplificata da una informazione mai paga di se stessa. Di sfondo, persiste una surreale resistenza paranoica, una ostinata opposizione alla presa d’atto della complessità del fenomeno che ci ha investiti.

Viene da chiedersi se tale rifiuto trovi o meno origine solo in una disperazione, dettata dalla indigenza o dalla minaccia di indigenza, in cui getta l’interdizione a condurre le proprie attività, o se ci sia dell’altro. L’atteggiamento di riluttanza, però, non pare circoscrivibile solo a quelle categorie che, con grande evidenza, colpite a morte dalla crisi economica, non possono in effetti anche solo sostenere l’idea del peso della crisi sanitaria. E non possono perché la disperazione in cui appunto sono gettati li espone in tutti i casi alla minaccia della fine. Per costoro non avrebbe senso rimettersi a un distinguo. Sembra dicano: “Muoio in tutti i casi.

Allora meglio morire tentando di resistere alla morte, ossia portando avanti le mie attività, perché tanto, sul resto, non avrei margine di azione comunque”. Il punto è che questa resistenza trova sponda in un sentire diffuso, in una sorta di umore (rumore di fondo) che a valle trova un pretesto di giustificazione in questi casi di sofferenza reale, estrema. Perfino strumentalizzandoli. Vale la pena chiedersi, allora, cosa spinga, alle mille strategie della rimozione, quei molti che continuano a rifiutare l’idea di doversi “fermare”, cambiare abitudini, rinunciare a mettere al primo posto il più importante fra i propri valori, farsi carico di un’interruzione.

C’è una visione generale alla base di queste surreali prese di posizione che portano alla divisione e alla contrapposizione, alla polemica, alla zuffa: tra istituzioni, categorie professionali, fazioni politiche. E che portano alla caccia all’untore. Probabilmente, questa logica è esattamente la logica come normalmente la conosciamo, nella sua tendenza ordinaria a dividere, segmentare, razionalizzare in termini difendibili come arroccamenti. Si tratta di tentativi di comprensione tesi a trovare un riparo. È una logica della auto-rassicurazione.

Eppure, proprio questo modo di pensare inficia la comprensione reale della situazione in cui siamo. Un fenomeno che, al contrario, non conosce di per sé comparti stagni e si propaga ovunque ci sia un varco. Dovremmo provare a pensare come un virus per capire come contrastarlo. Invece di pensare da umani – troppo umani! – dovremmo non-pensare come non-pensano i virus – se è solo ascrivibile agli umani l’attributo del pensiero. Ma allora come non-pensa un virus?

Il virus non distingue la scuola, la fabbrica, il bar. Va dove siamo noi. Cammina con noi, respira con noi. Questo vuol dire che il virus non si focalizza sull’elemento, ma si nutre della relazione. Più relazioni ci sono, più il virus cresce. È uno sciame, non un soggetto. Il virus è plurale. Più cresce la sua densità, maggiore è l’impatto che ha su di noi. Il virus risponde a una logica che è quella che passa fra i termini, modificandoli. È una relazione che si alimenta attraverso il respiro dei termini che attraversa e ammala. E ammalando dà ulteriore stimolo alla sua diffusione. Il virus risponde a una epistemologia della relazione, ed è così che dovremmo pensare anche noi: come collettività, come “sciame”, come “muta”, non come soggetti a comparti stagni.

Il fenomeno di una pandemia si può arrestare solo come comunità. Ma forse – e questo è il dubbio vero – è proprio perché non sappiamo essere comunità, ovvero plurali, ovvero sciame e muta, che siamo diventati luogo d’elezione per la proliferazione del virus. Un paradosso. Sappiamo incontrarci solo per divorarci ed è in questa economia del nichilismo che dobbiamo riconoscere il nostro nemico. Nemico è stare insieme senza saper essere comunità. Senza riuscire a nutrire un pensiero e un sentire comune.

Una estetica della politica. Passa una enorme differenza tra un formicaio e una città, se la città è a misura d’uomo. Il virus dovrebbe insegnarci a ripensare la relazione e a commutare il rischio del formicaio in opportunità di un rapporto costituente e aperto al futuro. Perché schiacciati sul presente, nessuna formula di riprogettualità può realizzarsi. Ed è l’interruzione, ora, a ricapitolare il valore della relazione. In questo caso, sentendo più in alto, lanciando il cuore oltre l’ostacolo, è possibile cogliere nello stop non un annichilimento ma l’opportunità di un passaggio di soglia. È così che l’interruzione si traduce in una pausa “relativa”, cioè in relazione a qualcos’altro. Questo “altro” è frutto della triangolazione che l’esercizio dei valori e della valutazione deve consentirci. Bisogna sentire che c’è qualcosa che vale di più. Ed è il nostro domani.

Se tutti accettassimo questa piccola sospensione in un’ottica di costruzione e fiducia, avremmo fatto nascere dal basso una diversa solidarietà, da offrire a chi meno può permettersi questa chance, anche solo di pensare e immaginare il domani. Occorre un grande sforzo collettivo. Uno sforzo che faccia rinascere il senso della collettività. Proprio a partire dal duro sacrificio di vederla compromessa. Perché, in realtà, ciò che appare compromesso attualmente, è solo il simulacro dello stare insieme, se stare insieme è starci in una condizione di economia dell’annientamento.