Terremoto 1980: la coscienza critica prevalga sulla retorica delle celebrazioni

Sarebbe doveroso ricordare le ruberie, la corruzione, gli sprechi, la burocrazia malata che hanno nel tempo e fino ai giorni nostri resa quella catastrofe un simbolo del malaffare che ci ostiniamo a rimuovere dalla memoria. Con quella montagna di denaro in un altro Paese avrebbero creato praterie di sviluppo

A 40 anni dal terremoto non dobbiamo dimenticare cosa? Leggo che dobbiamo conservare la memoria dei morti, del disastro, di un tragico evento della “natura” che ha colpito una vasta zona della Basilicata e della Campania. Bene, ma ancora non capisco quale utilità abbia una celebrazione che ancora una volta si innesta in una modalità museale, collocata nel quadro di una ricorrenza plastificata. Ogni anno siamo costretti a ripeterci.

La memoria di quell’evento dovrebbe essere produttiva di una profonda autocritica della politica e della società civile. Il ricordo dei morti e delle distruzioni è doveroso, ma sarebbe altrettanto doveroso ricordare le ruberie, la corruzione, gli sprechi, la burocrazia malata che hanno nel tempo e fino ai giorni nostri resa quella catastrofe un simbolo del malaffare che ci ostiniamo a rimuovere dalla memoria.

Ebbene, quello che avremmo dovuto imparare da quella catastrofe corrisponde a cosa dovremmo ricordare ogni volta, nella speranza che quel ricordo diventi finalmente motivo di redenzione, di autocritica affinché la storia non si ripeta. Tutto quanto di vergognoso è accaduto dopo il sisma non è acqua passata, è acqua che scorre oggi copiosa. Certo, il terremoto è stata anche una storia di solidarietà, di eroismo, di coraggio e questo nessuno lo dimentica, ma c’è anche altro che non bisogna dimenticare.

Ebbene, quello che dobbiamo ricordare è che…

Non abbiamo imparato l’onestà. Subito dopo il tragico evento una gigantesca macchina degli affari si mette in moto. Tanti piccoli furbetti cavalcano l’onda di lacrime per ottenere contributi a cui non hanno diritto. Lo Stato ci mette la mano larga. Gli ordini ai collaudatori sono chiari, ma non ufficiali: anche in situazioni sospette chiudete un occhio, certificate il danno. Ed ecco ingegneri e geometri che da poveri diventano immediatamente ricchi. Ed ecco che i Comuni colpiti, da circa 340 diventano quasi 700. È così che molte risorse prendono la strada verso zone che non ne hanno diritto. Casolari già decrepiti che diventano gravemente danneggiati dal terremoto, stalle inutilizzate da decenni si trasformano in aziende agricole distrutte dal sisma. E così via. Si moltiplicano i professionisti della falsificazione delle pratiche per la ricostruzione.

Non abbiamo imparato a programmare lo sviluppo e a cogliere le opportunità. Opportunità e risorse che abbiamo sprecato e inghiottito in un famelico egoismo. Anziché puntare sulle vocazioni e le potenzialità locali, si è preferito “investire” sul rilancio industriale. Vale a dire sul rilancio del nulla, considerato che tutto il territorio colpito dal sisma non presentava già prima della tragedia alcuna caratteristica industriale. E siccome l’esperienza del terremoto non ci ha insegnato l’onestà, la pioggia di contributi per l’industrializzazione è finita nelle mani di faccendieri di ogni tipo, spesso con la complicità di sindaci e funzionari locali. Praticamente soldi rubati da imprese che fallivano subito dopo aver intascato il contributo. Le mafie in quegli anni si danno da fare. Decine di banche aprono nuovi sportelli e finiscono per finanziare le aziende del nord, le stesse che scappano con la cassa. Intanto però le banche ci guadagnano.

La stima dei danni ammonta a 8mila miliardi di lire, ma la cifra salirà fino a circa 70miliardi di euro al cambio di oggi. I costi delle infrastrutture, alcune ancora non completate, lievitano di circa 30 volte rispetto alle previsioni originarie.

Intanto le aree della Basilicata e dell’Irpinia colpite dal sisma non sono mai decollate. Anzi la loro economia è dopata dalle risorse pubbliche per la ricostruzione. Con quella montagna di denaro in un altro Paese avrebbero creato praterie di sviluppo.

Non abbiamo imparato a vergognarci e a chiedere scusa. I segni di quel sisma resistono nel tempo a testimoniare l’inerzia, l’incapacità e la furbizia di una classe politica che non si è mai vergognata. Bucaletto a Potenza, alcuni quartieri di Torre Annunziata, alcune aree cosiddette industriali che sono diventate un deserto di lacrime continuano a tenere viva la fiammella di un gigantesco fallimento. E come in tutte le “italianate” non poteva mancare una Commissione parlamentare di inchiesta. Servita soltanto a certificare, in parte, lo schifo di cui già tutto il mondo sapeva.

Non abbiamo imparato ad esercitare la responsabilità, né a pagare quando si sbaglia. Sono le indagini della magistratura a scoprire il malaffare e il sistema corruttivo intorno alla ricostruzione. Anche la stampa di opposizione con le sue inchieste rivela fatti eclatanti che coinvolgono personaggi noti e meno noti della politica, delle istituzioni locali, delle banche e delle imprese. Ma a pagare saranno in pochi e nemmeno quelli di primo piano. Come al solito.

Non abbiamo imparato a rispettare la natura e le sue leggi. L’abusivismo edilizio, lo scempio del territorio attraverso impianti eolici, fotovoltaici, petroliferi. La violenza dell’industria predatoria esercitata sulla terra, sui fiumi, sul mare. Tutto questo non si è fermato.

Il terremoto del 1980 non ci ha insegnato nulla. Perché nel frattempo nulla è cambiato. Neanche le celebrazioni dell’anniversario, ogni anno sempre la stessa litania e la stessa ipocrisia.