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Coronavirus, Gennaro: sto impazzendo, mia moglie e i miei 4 bambini non ce la fanno più

È amaro lo sfogo di un operaio, marito e padre, letteralmente intrappolato in casa con tutta la famiglia a Lavello, per causa del Covid, dal 10 novembre

“Sto impazzendo. Ho rispettato i protocolli, ma la macchina sanitaria ci ha abbandonati a noi stessi”. È amaro lo sfogo di Gennaro, letteralmente intrappolato in casa a Lavello a causa del covid dal 10 novembre, mentre alla moglie e i 4 figli, che vivono con lui, a tutt’oggi non è stato ancora eseguito il tampone.

10 novembre, inizio del calvario

È il 10 novembre quando a Gennaro, campano trasferito a Lavello per lavorare in Fiat, vengono i ‘decimi’ di febbre. Da quel giorno, per senso civico, decide di non mandare i figli a scuola e si mette in malattia. Il 12 novembre, un collega che viaggia con lui lo avverte di essere “positivo”. Gennaro fa richiesta di tampone e il medico curante gli dice di aspettare in isolamento la chiamata dell’Asl. Inizia la lunga attesa e il 22 viene chiamato. Si reca in auto al Distretto, fa il tampone e il giorno successivo gli viene comunicato l’esito: “positivo”.

“Faremo il tampone anche alla tua famiglia”

È qui che le cose prendono una piega assurda. Il 23 novembre, all’esito della positività, dall’Asl gli chiedono i contatti stretti. Lui comunica quelli della moglie e dei 4 figli, con età compresa tra 2 e 16 anni. Vengono registrati nella piattaforma e gli viene comunicato che a distanza di una settimana avrebbero eseguito il tampone anche a loro. Forse la richiesta sarà finita nel dimenticatoio se oggi, 9 dicembre, dopo 16 giorni, nessuno si è fatto più sentire. “Neanche una telefonata per sapere se stavamo bene, come se fossimo appestati”.

“Ci hanno trattati senza umanità”

 Nel parlare della sua vicenda, il giovane operaio passa dalla disperazione all’autoironia. “Ho dei bambini piccoli che ogni giorno mi chiedono quando possono uscire – racconta – e io mi trovo a giocare con loro come faceva Benigni col figlio ne ‘La vita è bella’”. Ma ora che “la reclusione” ha raggiunto il mese, anche la pazienza inizia a vacillare. “Siamo di Napoli, qui non abbiamo la famiglia, non posso andare in banca a prelevare, sto traslocando, ho mille cose da fare e chi doveva assisterci in questo mese è stato assente”. E ancora: “Noi abbiamo assolto i nostri doveri, ma i nostri diritti, che fine hanno fatto”. Ma è un altro il suo sospetto. “Io aspetto il secondo tampone, quello di verifica, ma a mia moglie e ai bambini, qualora dopo tutto questo colpevole ritardo facessero il primo tampone e qualcuno risultasse positivo, cosa facciamo poi, stiamo chiusi fino a capodanno?

Danni collaterali del Covid

 Gennaro è stato previdente, si rende conto del difficile momento per la sanità “sovraccaricata” e anche sul virus non ha dubbi. “Il covid esiste e fa male vedere persone che muoiono e soffrono”. Proprio per questo si chiede come mai, “per noi che siamo asintomatici questi ritardi ci costringono a rimanere reclusi così a lungo. Nel nostro caso la malattia diventa un fatto mentale, si rischia la pazzia”. E conclude: “Qualcuno faccia qualcosa, liberateci, i bambini, e mia moglie che li assiste, sono allo stremo, non ce la fanno più”.

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