Covid e politica: i giovani lasciati per strada senza speranza e senza futuro

Next Generation, Recovery Fund, Recovery Plan. Il dibattito pubblico guarda al futuro con una cecità disarmante, dimentica il passato e non si accorge del presente. L'assurdo dibattito sulla "Patrimoniale"

Qualcosa non quadra. Centinaia di miliardi di euro per garantire alla prossima generazione un’Europa giardino delle meraviglie. Intanto, la generazione dei giovani di oggi paga un prezzo enorme tra disoccupazione, crisi economica, precarietà, Covid, futuro prossimo di sacrifici.

Nel frattempo che i governi adotteranno tutte le misure e i programmi previsti nella Next Generation Eu, i giovani di oggi saranno tutti cinquantenni e sessantenni. Insomma c’è una generazione di mezzo tra coloro che hanno sfruttato quanto di meglio poteva ricavarsi dalla situazione economica mondiale ante 2008 e coloro che avranno 30 anni nel 2050. Quella generazione di mezzo, i giovani di oggi, è diventata un fantasma della politica e della politica economica. Ragazzi deprivati della speranza, già lasciati per strada. Il dibattito pubblico guarda al futuro con una cecità disarmante, dimentica il passato e non si accorge del presente.

I giovani di domani vivranno meglio? Non è detto. Intanto bisognerà capire quali effetti ci saranno sull’economia, sulla società, sul lavoro e sulla crisi climatica e ambientale in seguito all’applicazione dei piani di rilancio a livello nazionale ed europeo. Oggi possiamo solo fidarci o non fidarci delle politiche messe a punto dai governi, ma non abbiamo la palla di vetro che alcuni economisti rivendicano al pari delle cartomanti. Le variabili in gioco sono molteplici e gli interessi dei grandi gruppi finanziari e industriali potranno, come al solito, prevalere sugli interessi generali.

Tanto per provare ad aprire gli occhi, sembrerebbe che i super manager man che affiancheranno il governo Conte nell’elaborazione del Recovery Plan, saranno alcuni amministratori delegati di società controllate dallo Stato: Claudio De Scalzi (Eni), Marco Alverà (Snam), Alessandro Profumo (Leonardo-Finmeccanica) Gianfranco Battisti (Ferrovie dello Stato), Francesco Starace (Enel) e Fabrizio Palermo (Cassa Depositi e Prestiti). La notizia non è confermata, ma pare circoli alla chetichella nei corridori di alcuni Palazzi. Nel quadro del ragionamento di questo articolo la faccenda aggiunge dubbi sulle prospettive di sviluppo del Paese, sulla qualità delle scelte, sulla visione di futuro.

E che dire delle polemiche sulla patrimoniale? Apriti cielo! Non c’è dubbio che un provvedimento del genere assuma anche un carattere simbolico. Tuttavia, gli scudi sollevati a difesa dei patrimoni privati ultramilionari e miliardari confermano un Paese sottomesso al potere dei ricchi, dove la solidarietà e l’equità sono parole pronte all’uso della retorica di una politica che non convince. C’è addirittura chi scomoda il ceto medio per farci credere che i cittadini dell’Italia mediana dispongano di patrimoni milionari.

Non è il prelievo di 2mila euro su un patrimonio di 1milione di euro che spaventa lor signori, ma la rappresentazione simbolica di quel prelievo. Un prelievo sui grandi patrimoni sancirebbe una svolta politica, un indebolimento del potere dei ricchi. Ci dicono che ci sono altre emergenze, che non è questo il momento: se non ora quando? Invece, è questo il momento per avviare una seria discussione su chi e come pagherà domani i debiti di oggi. È questo il momento per superare la sterilità di un dibattito su “patrimoniale sì o no” per affrontare la vera questione: patrimoniale per fare cosa?