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La lotta alle nuove mafie: il fenomeno e le sue metamorfosi

Gli studenti della Luiss “Guido Carli” di Roma intervistano il professore Vincenzo Musacchio

Secondo il prof. Vincenzo Musacchio, studioso di strategie di lotta al crimine organizzato, occorre una serie d’interventi per rinforzare la normativa antimafia e renderla più adeguata per colpire il fenomeno mafioso e le sue metamorfosi.  In primis, serve realizzare l’internazionalizzazione della legislazione e delle politiche antimafia.

Partiamo subito dall’art. 416bis. Secondo lei va modificato?

Assolutamente sì. Va modificato e va ampliata la sua efficacia perlomeno in ambito europeo. Nel metodo mafioso vanno inserite le condotte corruttive che sono la caratteristica dominante delle nuove mafie. La criminalità organizzata oggi cresce e prospera utilizzando la corruzione e affermando il suo potere nella società. Dobbiamo comprendere che la mafia contemporanea è silente e mercatistica e non più violenta come nel passato. Per questo sono convinto che sia arrivato il momento di adattare e migliorare gli strumenti per contrastare le nuove forme della criminalità mafiosa. Tra questi, c’è anche la modifica del delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso.

Il concorso esterno in associazione mafiosa è spesso criticato da molti suoi colleghi, lei cosa ne pensa?

È ancora necessario per punire tutte le ipotesi di compartecipazione nel delitto di associazione di stampo mafioso e cioè le connivenze politiche, economiche e sociali. Ricordiamo, comunque, che le nuove manifestazioni del metodo mafioso sono diverse dal passato poiché le nuove mafie s’infiltrano nei circuiti legali in maniera “occulta” per riciclare i proventi illegali, di conseguenza, si evidenziano non pochi problemi dal punto di vista giuridico, che, tuttavia, potrebbero essere affrontati e risolti prevedendo una fattispecie incriminatrice ad hoc.

Arriviamo al 41 bis. Molti oggi lo attaccano, lei cose ne pensa?

Qualsiasi ragionamento sul 41bis, a mio parere, deve partire dal presupposto che il fine della norma non è rendere più afflittiva la sanzione penale ma interrompere i legami del mafioso con l’organizzazione criminale. Tutto ciò che va oltre tale scopo a me non piace. Giovanni Falcone sosteneva – a ragion veduta – che il carcere duro ai mafiosi non poteva mai andar bene, abituati com’erano a comandare anche dal carcere. Oggi, dopo quasi trent’anni, dovremmo domandarci se il traguardo di questa norma sia stato raggiunto così come auspicava proprio Falcone. Penso che le organizzazioni mafiose col 41bis e con la piena efficienza del sistema delle confische dei loro beni, saranno sconfitte o perlomeno ridimensionate. Sarò certamente criticato per la mia opinione, ma ritengo che il 41bis vada applicato con maggiore rigore. Nella lotta alle mafie resta uno strumento indispensabile.

Ha parlato delle confische dei beni ai mafiosi, secondo lei il sistema sta funzionando?

Gli ultimi scandali, che hanno visto condannare anche magistrati di primo livello, ci mostrano come il sistema non funzioni come dovrebbe. Uno degli aspetti più critici, come ho sempre detto in più contesti, è rappresentato dal tempo che intercorre tra la confisca e il reale riutilizzo del bene. Se non si riducono drasticamente i tempi intercorrenti tra l’iniziale sequestro e la definitiva destinazione dei beni, si rischia di provocare un cortocircuito a tutto il sistema di contrasto economico delle mafie. A mio parere occorrono anche mezzi e uomini in grado di gestire un patrimonio enorme, soprattutto laddove vi sia un’attività produttiva di grandi dimensioni. Occorre adoperarsi affinché il lavoratore di un’azienda confiscata non debba mai dire: “Con la mafia lavoravo e con lo Stato no”. Nello studio ultra trentennale delle mafie ho compreso che impoverire i mafiosi sia un’azione repressiva indispensabile da attuare non solo a livello nazionale ma soprattutto in prospettiva europea e internazionale. Un capo mafia senza ricchezze può essere paragonato a un re senza regno. Pensate per un attimo a un capo mafia rinchiuso al 41bis mentre i suoi familiari continuano indisturbati a gestire il suo immenso patrimonio. Per quel gruppo criminale cambia poco o nulla se non il fatto che un membro sia stato arrestato mentre il proprio patrimonio criminale sia rimasto intatto e pienamente gestibile, quindi, in grado di garantire la prosperità della cosca mafiosa.

Cosa ne pensa del nuovo Codice antimafia?

La riforma si poteva scrivere meglio, non è esaustiva, per molti aspetti è criticabile, ma, resta comunque necessaria. Non è un corpus unico per cui occorrerà avviare una procedura per rielaborarlo in maniera sistematica: la sua realizzazione comunque serve alla lotta contro le mafie. Le norme penali e quelle amministrative andrebbero collegate meglio alla legislazione antimafia e andrebbero riportate in un testo coordinato per consentirne un’attuazione semplificata e conforme con i dettami costituzionali in materia penale.

Lei da tempo è fautore della necessità di creare una Procura Antimafia Europea, ci spiega perché?

Negli ultimi trent’anni le organizzazioni criminali hanno progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione su scala internazionale, sfruttando le opportunità offerte dall’apertura delle frontiere interne dell’Unione europea, oltre che dalla globalizzazione economica e dalle nuove tecnologie informatiche e stringendo alleanze con gruppi criminali di altri Paesi per dividersi mercati e zone d’influenza. La Procura Antimafia Europea dovrebbe essere una delle risposte all’internazionalizzazione delle mafie. La criminalità organizzata si è globalizzata ben prima dei singoli Stati, per cui, tra le sue tante difficoltà, l’Europa ha anche questo problema. Sarà indispensabile creare anche un sistema di norme incriminatrici comuni e sanzioni omogenee. Sono convinto che le legislazioni dei singoli Stati membri possano trarre molti spunti dall’esperienza italiana.

Sul fronte della prevenzione stiamo operando bene nella lotta alle mafie?

Ingenuo chi pensasse di sconfiggere il sistema mafioso solo con le forze dell’ordine e la magistratura. La prevenzione è il presupposto per l’efficacia della repressione. Per uno Stato democratico di matrice solidaristico sociale come il nostro, prevenire il reato dovrebbe essere una priorità dell’agenda politica. Le politiche sociali e culturali sono il migliore strumento per sconfiggere la criminalità organizzata, purtroppo, sono di competenza della politica. A proposito di prevenzione, mi piace molto ricordare la frase di Paolo Borsellino quando afferma che la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Cominciamo a impedire qualsiasi incarico politico e amministrativo a chi è rinviato a giudizio per delitti che riguardano mafia e corruzione. Sarebbe già un buon inizio per un’ottima attività di prevenzione.