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Altro che Covid, i poveri sono tanti, milioni di milioni con la stella dell’Unione: viva la verità

Che succede se la soglia del rischio di povertà viene fissata al 60% non della media nazionale ma di quella europea?

Le parole più utilizzate nel corso degli ultimi due giorni sono state indubbiamente: inclusione, povertà, solidarietà. Le abbiamo ascoltate da Papa Francesco dal Presidente della Repubblica, come un mantra assoluto e come una conseguenza della pandemia Covid – 19 diventato acceleratore della differenza sociali.

Ma è proprio così? Quale era la situazione prima del Covid – 19?

Prima che la memoria cancelli del tutto il decennio appena concluso vale la pena guardare da vicino cosa ha trovato più che cosa ha lasciato il Covid – 19.

Una definizione di povertà

Eurostat definisce “a rischio di povertà (povertà relativa o monetaria) la percentuale di persone che vivono in una famiglia che dispone di un reddito netto equivalente al di sotto della soglia del rischio di povertà, fissata al 60% della media nazionale (dopo l’erogazione delle prestazioni sociali). La soglia media del 60% è convenzionale e rappresenta il livello di reddito ritenuto necessario per condurre una vita dignitosa. Le persone che dispongono di un reddito familiare netto equivalente inferiore a tale soglia sono considerate a rischio di povertà”.

In figura 1 riportiamo i dati Eurostat relativi alle persone a rischio di povertà, così definite, in alcuni paesi europei con un confronto tra dati del 2008, prima della crisi dei sub prime, e del 2019, ultimo anno prima della pandemia.

figura 1

Siamo certamente in presenza di differenze significative. La Germania ha un indice di povertà di quasi la metà di quello della Grecia, di un terzo inferiore a quello dell’Italia e della Spagna, paragonabile a quello della Francia e leggermente peggiore a quello di Olanda e Lussemburgo. Certo le differenze sono significativamente aumentate tra i paesi dell’area Euro ma già prima della crisi le differenze c’erano eccome.

Ma cosa è l’Europa? Perché se l’Europa è una accozzaglia di Stati Sovrani che negoziano continuamente sulla base di egoismi nazionali la definizione appena citata può ancora reggere.

Prendiamone però atto e iniziamo a difendere i nostri interessi.

Ma se l’obiettivo è una effettiva Unione Europea, e siamo a distanze siderali da questo obiettivo, allora la definizione dovrebbe essere diversa.

Una nuova definizione

Non per fare polemiche ma proprio gli europeisti a prescindere, quelli del ‘vincolo esterno ’, del MES dovrebbero chiedere da ‘europeisti’ una nuova e diversa definizione che tenga conto dell’anelito alla unificazione.

La modifica è semplice: “la soglia del rischio di povertà viene fissata al 60% non della media nazionale ma di quella europea”.

In figura 2 si vede come cambia drammaticamente la situazione. L’Europa si divide improvvisamente in due: da un lato Germania, il cui indice di povertà scende dal 13% del 2008 al 10,5% del 2019, il Lussemburgo e l’Olanda, che pur in presenza di incremento di tale indice rimangono abbondantemente sotto la soglia del 10%, e la Francia che, nonostante il peggioramento, mantiene un indice di povertà simile a quello tedesco. Dall’altro lato ci sono paesi come la Grecia, che ha ormai raggiunto livelli inaccettabili con più dell’80% della popolazione a rischio povertà, la Spagna, che ne ha più del 40%, e l’Italia che partendo da un livello simile a quello della Germania ha raggiunto il 30% di persone a rischio povertà.

Prima di andare avanti occorre fare una notazione sulla Francia.

Al contrario di Germania, Lussemburgo e Olanda, che hanno mantenuto, se non migliorato, il rapporto debito PIL scendendo sotto al 60% la Germania e addirittura sotto al 50% l’Olanda, mentre il Lussemburgo rimane intorno al 20%, la Francia ha incrementato il proprio rapporto Debito / PIL dal 68,8% del 2008 al 98,1% del 2019. In altri termini per mantenere il proprio stato sociale si è indebitata. D’altronde non credo che in Francia possa funzionare ‘lo chiede l’Europa’ o’ il vincolo esterno ’.

Macron ci ha provato a riformare le pensioni senza riuscirci e il Covid gli ha salvato la faccia. D’altronde i francesi sono gente bizzarra. Se gli girano a qualcuno scappa la mano e a qualcun altro il decolté.

figura 2

Può sopravvivere una unione con queste divergenze tra le economie?

La figura 3 mostra preoccupanti differenze con la Germania.

figura 3

La figura si commenta da sola. Le differenze dell’Italia con la Francia, il Lussemburgo, l’Olanda e la Germania erano risibili nel 2008. Sono diventate allarmanti, 20 punti in più, nel 2019. La Grecia presenta differenze che dovrebbero gravare sulla coscienza europea e la Spagna si avvia al baratro.

Qualcuno pensa sul serio che si possa andare avanti così e cha basti dare del ‘sovranista’ o del ‘fascista’ a tutti quelli che non fanno parte del mainstream europeista? Insomma far finta di nulla è un poco come dire: “Se non hanno più pane che mangino le brioches!” Come è finita lo sappiamo tutti.

Ma magari ha ragione l’ex presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, beniamino dei circoli più esclusivi della stampa italiana, quando con acume ha affermato che i Paesi del sud Europa “spendono soldi in alcol e donne e poi chiedono aiuto”.

Come si è arrivati a tanto?

Sento già le voci negazioniste del fenomeno che iniziano a parlare di differenti poteri di acquisto, che in Lussemburgo la vita costa più che in Grecia, se non altro perché ad Atene non si spende di riscaldamento mentre a Berlino si gela, oppure che i greci già erano poveri prima e altre simili amenità.

In figura 4 ci sono le variazioni delle retribuzioni nette europee tra il 2008 e il 2019.

figura 4

Queste sono cresciute molto in Germania, Olanda, Lussemburgo e Francia, diminuite in Grecia e cresciute leggermente in Italia e Spagna.

Da rilevare che la retribuzione minima per legge di Lussemburgo, Olanda, Francia e Germania sono superiori di gran lunga a quella media greca e simili a quella media di Spagna e Italia. La cosa significativa di questi grafici sono gli aumenti delle differenze tra gli stati europei del Nord e del Mezzogiorno che si sono verificate dal 2008 al 2019. Da rilevare che il Bel Paese è uno tra i pochi paesi europei a non avere una retribuzione minima fissata per legge. Ovunque viene considerato un fatto di civiltà, in Italia una delle scempiaggini del M5S.

Ma poiché vi vedo ancora fissi sul potere d’acquisto, sul clima eccetera vi propongo un indicatore più oggettivo.

Privazione materiale e sociali

Vengono considerate persone con gravi privazioni materiali e sociali quelle che “hanno incapacità forzata di far fronte ad almeno quattro voci di spesa specifiche su nove: pagare puntualmente canoni di locazione/mutuo/bollette; riscaldare adeguatamente la propria abitazione; riuscire a far fronte a spese impreviste; fare un pasto proteico (di carne, pesce o equivalente vegetariano) almeno una volta ogni due giorni; trascorrere una vacanza di una settimana lontano da casa; possedere un’autovettura; una lavatrice;  un televisore a colori; un telefono” .

Come si vede si tratta di dati oggettivi e non influenzati dal territorio di appartenenza. In figura 5 sono riportate la percentuale delle persone occupate che si trovano in questa condizione e le differenze con la Germania.

Quasi un quarto degli occupati in Grecia e intorno all’8% in Italia, Francia e Spagna. Inesistenti in Lussemburgo e Olanda e appena appena statisticamente rilevanti in Germania.

figura 5

Che fare?

È del tutto evidente che la soluzione del problema è strettamente correlata alla definizione del problema. Se si definiscono ‘persone a rischio povertà’ quelle che hanno un reddito del 60% inferiore alla media nazionale il problema e la soluzione deve essere nazionale. Se la definizione è ‘chi ha un reddito inferiore al 60% del reddito europeo’ la soluzione deve essere europea.

Ma se la soluzione è nazionale è doveroso chiedersi se i singoli stati europei abbiano o meno tutti gli strumenti per far fronte alle disuguaglianze e alle necessità della popolazione.

Abbiamo queste possibilità quando la BCE ci tira le orecchie persino sul cashback?

Abbiamo questa facoltà se l’Europa e la BCE ci martellano con lo spread quando cerchiamo delle misure nazionali come il reddito di cittadinanza per mitigare gli effetti della povertà dilagante?

Possiamo utilizzare identiche politiche di bilancio e monetarie in tutti gli stati europei?

Se la soluzione è europea occorrono invece soluzioni europee. Per esempio nel rinnovo del fiscal compact invece del vincolo del bilancio occorrerebbe porre quello della sostenibilità sociale delle manovre economiche.

Possiamo seriamente porci il problema delle disuguaglianze senza porci il problema di come produrre reddito e se l’attuale assetto delle istituzioni e della logistica europea non ponga in difficoltà i paesi del Mediterraneo?

Possiamo anche mettere la testa sotto la sabbia e interrogarci stupiti sul perché alle prossime elezioni vinceranno i sovranisti o sul perché i rischi della disgregazione europea aumentino.

Anche qui dipende dalla definizione che diamo di ceto intellettuale e dirigente del Paese e dell’Europa. Sono quelli che cercano verità e soluzioni o sono quelli che si limitano a ripetere le parole della Sovrana “se non hanno pane che mangino le brioches”?

Pietro De Sarlo