Covid, crisi: “Noi, ultimi e senza ristori”

L’amarezza di Donatello, birraio artigianale lucano

“La birra la produciamo perché non conviene fermare la macchina, le bollette le paghiamo, ma vendiamo pochissimo a causa delle restrizioni; e dallo Stato niente ristori”. Donatello, che ha un Birrificio nell’area del Vulture (Potenza) parla a nome di una categoria, i produttori di birra artigianale, che in Italia è cresciuta notevolmente negli ultimi anni.

Oltre 1000 produttori senza ristoro. “Ad oggi siamo oltre un migliaio i produttori di birra artigianale in Italia”, chiarisce Donatello. Un mercato in crescita da alcuni anni. Laboratorio e vendita nella stessa struttura, ma fornitura anche a ristoranti e pub. “Con le ultime restrizioni – aggiunge –  pub e ristoranti sono pressoché chiusi, noi stessi ci dimeniamo tra zone rosse, arancioni e gialle, quindi si lavora poco e niente”. Resterebbe la “consegna a domicilio, che stiamo facendo, ma con numeri irrisori”. Nel frattempo per essere pronti in caso di una vera riapertura “dobbiamo sempre avere scorte di magazzino, quindi dobbiamo produrre, tenere la macchina accesa e pagare bollette profumate”. Ma il ristoro non c’è.

Senza aiuti a causa del codice Ateco. E veniamo al punto. Donatello, come gli altri mille produttori del segmento “artigianale” in questa seconda ondata Covid non hanno avuto accesso agli ‘aiuti’ decisi dal Governo, perché inseriti, come codice Ateco, tra i produttori industriali di birra. Al pari, cioè delle multinazionali che in questi mesi hanno gonfiato i ricavi perché con i locali chiusi gli amanti della birra l’hanno bevuta comodamente sul divano di casa, acquistandola al supermarket. “Evidentemente – osserva Donatello – chi al Ministero ha deciso sui ristori conosce poco le nuove realtà produttive del Paese. Forse c’è incompetenza. Non saprei cosa pensare”. A causa di questo vizio di codice Ateco, in sintesi, piccoli produttori artigianali sono stati trattati come Gruppi industriali quotati in borsa e con cifre di vendita e distribuzione ‘stellari’.

“Penalizzati noi e tutta una filiera”. A pagare pegno e a risultare “doppiamente penalizzati”, non solo la carica dei mille giovani birrai artigianali dello Stivale, ma anche il comparto che li rifornisce e coadiuva all’interno dell’ampia filiera. “Stiamo parlando di chi ci fornisce luppolo e malto – spiega Donatello – chi produce per noi tappi e bottiglie. E anche grafiche ed etichette per gli imbottigliamenti”. Un danno, quindi, a catena, che si riverbera su un’intera filiera che da ormai 6,7 anni si stava affacciando sul mercato e agli occhi di consumatori sempre più appassionati dei nuovi sapori. “Ripeto – attacca Donatello – è assurdo che agli occhi dello Stato e dei ministeri competenti, siamo trattati come i produttori industriali che con le economie di scala quest’anno hanno aumentato i profitti e non hanno per niente bisogno di aiuti straordinari a causa della pandemia”.

L’appello: “Si intervenga col prossimo decreto”. Infine Donatello prova a guardare oltre le “penalizzazioni” subite nella seconda ondata Covid e si proietta nel futuro imminente. “Sappiamo che a breve ci sarà un nuovo decreto ristori. Qualche settimana fa si sentiva che si sarebbero fatte delle modifiche ai codici Ateco proprio per includere tra i beneficiari degli aiuti alcune categorie oggettivamente svantaggiate. Speriamo che ciò sia fatto davvero”. E alla vigilia del quinto decreto ristori, con una crisi di Governo che galoppa, c’è da augurarsi che prevalga lo sguardo sul Paese reale, con le sue difficoltà, e che tutto non si appiattisca solo su un gioco di poltrone che sarebbe incomprensibile agli occhi di chi, quotidianamente, vive e sopravvive. Oggi più che mai, a stento.