Covid, suicidi e atti di autolesionismo tra i ragazzi: casi in aumento del 30%

Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma: “Dal mese di ottobre ad oggi, quindi con l’inizio della seconda ondata, abbiamo notato un notevole rialzo degli accessi al pronto soccorso con disturbo psichiatrico, nel 90% sono giovani tra i 12 e i 18 anni che hanno cercato di togliersi la vita”

Il suicidio, l’autolesionismo o i tentativi di farlo stanno crescendo esponenzialmente tra i giovanissimi. A portare l’allarme qualche giorno fa tra le pagine dei giornali è Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

L’esperto medico ha dichiarato che: “Dal mese di ottobre ad oggi, quindi con l’inizio della seconda ondata, abbiamo notato un notevole rialzo degli accessi al pronto soccorso con disturbo psichiatrico, nel 90% sono giovani tra i 12 e i 18 anni che hanno cercato di togliersi la vita”.

“Nel 2011 – dichiara Vicari – abbiamo avuto 12 ricoveri per attività autolesionistica, a scopo suicidario e non, mentre nel 2020 oltre 300, quindi quasi uno al giorno”. E aggiunge: “Io non ho mai avuto tanti accessi al pronto soccorso di tentativi di suicidio e di autolesionismo (…). Ho avuto ragazzini di 12 anni che si sono buttati dalla finestra (…). Mi arrivano ragazzini in ambulanza da tutto il Centro Sud e ora anche dal Nord”.

“Questo fenomeno è sempre esistito – spiega lo psichiatra – ma da ottobre si è acutizzato. Si tratta principalmente di tagli negli avambracci, nelle braccia, nelle gambe. Molti ragazzini ci dicono che lo fanno perché si sentono attanagliati da un malessere psicologico ed è come se il male fisico li liberasse dal dolore interiore”.

Per quanto riguarda la scuola Vicari è chiaro: “Lo stesso dibattito sulla riapertura o meno delle scuole ha avuto come sfondo due temi, entrambi importanti, ma nessuno dei quali riguardava il problema della salute psicologica dei ragazzi. Nel caso della scuola primaria e secondaria di primo grado, l’urgenza è stata di consentire ai genitori di continuare la loro attività lavorativa; per quella secondaria superiore, si sono – peraltro giustamente – sottolineate le difficoltà della didattica a distanza nel garantire un efficace svolgimento delle lezioni. Forse non si è tenuto abbastanza conto del fatto che la scuola non è solo il luogo della trasmissione della cultura, ma anche quello delle relazioni umane indispensabili al consolidamento e alla crescita della personalità e che proprio a questo livello la Dad costituisce una pesante deprivazione per i più giovani.”

La perdita del senso del futuro. È una malattia che affligge la nostra cultura già da molto prima della pandemia. Alle origini della post-modernità sta la tesi di Nietzsche che il progresso è un’illusione e che la storia, con le sue passioni, le sue apparenti rivoluzioni, le sue vicende liete o drammatiche, è un eterno ritorno di ciò che è già stato. Un divenire, insomma, magari affannoso, ma che non porta da nessuna parte.

Da qui un clima culturale che ha privilegiato l’“attimo fuggente”, il “carpe diem”, e ha fatto apparire superflue le domande sul “senso” – nella duplice accezione di “direzione” e di “significato”–, di tutta la nostra frenetica corsa quotidiana. Da qui, anche, lo scarso interesse della maggior parte dei giovani per la politica, che dovrebbe essere basata sulla progettazione del futuro. Anche se, in questo clima, essa si è sempre più ripiegata su logiche difensive, puntando sulla paura e sul mantenimento dell’esistente.

L’effetto della pandemia. Da questo punto di vista, la pandemia ha solo portato all’estremo una malattia dell’anima che già ci corrodeva e che spiega l’indebolimento delle passioni, già segnalato da molti ben prima del suo esplodere. È del 2010 la diagnosi spietata del 44° Rapporto Censis sul nostro Paese: “Sembra avvenire ogni giorno di più che il desiderio diventi esangue, senza forza, indebolito da una realtà socioeconomica che da un lato ha appagato la maggior parte delle psicologie individuali attraverso una lunga cavalcata di soddisfazione dei desideri (…) e che dall’altro è basata sul primato dell’offerta che garantisce il godimento di oggetti e di relazioni mai desiderati, o almeno non abbastanza desiderati”.

Quali le soluzioni?: “In questa emergenza i giovani sono stati dimenticati. Devono invece essere rimessi al centro dell’attenzione del mondo, politico e non, per il semplice fatto che saranno loro gli adulti di domani. Dobbiamo supportarli e dotare di strumenti per affrontare questo momento storico. Anche quei ragazzi che risorse non ne hanno. Dovremmo poi lavorare su ciò che rinforza la salute mentale, cioè famiglia e scuola, e potenziare le strutture psichiatriche sul territorio, dato che le Asl hanno impoverito fortemente i servizi di neuropsichiatria infantile”.

Certo, i nostri giovani non si suicidano (come qualche adulto è tentato di fare) alla vista dei disastrosi scenari della politica. Forse, se si chiedesse loro perché stanno così male, non lo saprebbero neppure dire. Ma noi, gli artefici di questa società, i seminatori, consapevoli o inconsapevoli, di questa cultura senza futuro (è da noi che i nostri figli l’hanno recepita), non abbiamo il diritto di stupirci del loro profondo disagio.

Ma se vogliamo riparare, non basterà creare le condizioni della riapertura in sicurezza delle scuole o altre singole misure. Qui è necessario mettere mano a una nuova cultura, pensarla, diffonderla. Per ritrovare noi stessi qualcosa che valga la pena di costruire nel lungo termine e offrirlo ai nostri figli, perché abbiano di nuovo la possibilità di sperare.