Fca Melfi, parla Antonio, operaio storico: “siamo l’ultima ruota del carro”

Siamo un esercito di uomini e donne senza voce e alla mercé di giochi di potere molto più grandi di noi, che ci sfuggono e ci sovrastano. Stellantis è come una camicia di forza che dovremo indossare senza nemmeno fiatare

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Non vi sentite anche voi come me, l’ultima ruota del carro?”. A parlare è Antonio, un operaio di lungo corso della Fca di Melfi, che con le sue riflessioni si rivolge ai tanti colleghi in fabbrica. Il momento è topico. In settimana è stata formalizzata la fusione tra Fca e Peugeot, per un Gruppo, il quarto produttore automobilistico al mondo, che si chiamerà Stellantis, e che parlerà sempre meno italiano.

I francesi dettano legge. “Non vi sembra che in questo matrimonio di interessi gli unici a non essere tutelati, siamo proprio noi operai italiani e quindi anche lucani”. Antonio passa all’attacco e spiega perché la disparità è così evidente. “La Peugeot è partecipata dallo Stato francese – osserva – mentre la Fca attualmente chiede solo incentivi statali ma non è protetta in caso di grosse crisi”. Da questa osservazione emerge la debolezza della parte italiana “subordinata ai francesi, strategici e nazionalisti”. Afferma Antonio: “Chi ci garantirà davanti a possibili crisi, o innanzi ad eventuali delocalizzazioni decise dagli asset del colosso?”

La debolezza dei sindacati. Seguendo lo stesso filo logico l’operaio guarda alle azioni sindacali fatte in questa fase. “Oggi più che mai – afferma – si nota la subordinazione di chi dovrebbe tutelarci, i sindacati di categoria, rispetto alle scelte del nuovo ‘astro nascente’”. Per Antonio “la decisione della fusione è venuta dall’alto, senza alcuna contrattazione con le parti sociali”. E negli ultimi giorni proprio i rappresentanti sindacali “hanno detto che vigileranno e che chiederanno allo Stato italiano di monitorare”. Si chiede Antonio: “In concreto cosa vuol dire visto che non c’è nessun patto scritto? Sarà un gioco al si salvi chi può, fatto sulla nostra pelle”. È come “un abito calato dall’alto – prosegue –  una camicia di forza che dovremo indossare senza neanche fiatare”.

Da 20 a 15 turni. Sempre nell’ultima settimana è emerso che alla Fca si passerà dai 20 turni settimanali attuali, a 15. In sostanza buste paga leggermente indebolite ma sabato e domenica liberi. “Quella del week end da dedicare a famiglia e tempo libero è una vecchia battaglia sindacale – spiega Antonio – e serviva un tempo a sancire l’importanza della vita sociale, familiare dell’operaio, visto come persona a tutto tondo, non solo come operatore sulla linea”. Oggi, invece, “la cosa è decisa in modo unilaterale, i sindacati rispondono che vigileranno e noi recitiamo la parte dei birilli da alzare e stendere a piacimento del mercato e dell’azienda”. Domani, in qualsiasi momento si ritornerà a “17, 18, 20 turni, senza pensare che nel frattempo non siamo più giovani e forti come a metà anni ’90, quando nascevano la Fiat e il modello di lavoro just in time a S. Nicola di Melfi”.

Flessibili e senza voce. Antonio vede se stesso e i suoi colleghi come sprofondati in una condizione sempre più marginale. Un esercito di uomini e donne “senza voce e alla mercé di giochi di potere molto più grandi di noi, che ci sfuggono e ci sovrastano”. Si chiede “dov’è finita quella forza e condivisione che ci ha caratterizzati nella lotta dei 21 giorni, quell’affiatamento e quel comune sentire che ci dava potere contrattuale e grande dignità”. Quello di Antonio non è un attacco ai colleghi, ma una “riflessione, un punto da cui ripartire, per non lasciarsi travolgere dagli eventi futuri”. E conclude, rivolgendosi ai colleghi: “Ditemi come la pensate, ditemi pure che sbaglio, ma dite qualcosa”. Il dibattito, con toni civili e rispettosi, è aperto.

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