La sanità delle disuguaglianze

Squilibri alimentati anche dall'autonomia normativa delle regioni in materia sanitaria

Da circa un anno la diffusione del Sars-CoV-2 e la dichiarata pandemia da COVID-19 sono l’argomento del giorno, dominano titoli e prime pagine, assorbono tempo e riempiono pagine; tutto il resto passa in secondo piano o è ignorato in notiziari e talk-show. Da comprimario qual era, il calcio stesso, svuotato di liturgia, è relegato al ruolo di comparsa di lusso.

Assai poco, però, si parla delle disuguaglianze, accentuate e introdotte nel contesto socio-economico modellato all’ordine della pandemia e ben celato dietro l’angosciosa narrazione del flusso d’informazione mainstream. Un flusso che, in modo autoreferenziale, lavora per la costruzione del consenso intorno ai governanti: con ciò intendendo non solo i governi, gli esecutivi, ma anche tutti coloro che a diverso titolo, c.d. maggioranza e c.d. opposizione, si muovono alle spalle del proscenio, tra le scene, i fondali e le quinte del palcoscenico della paura. La recente unilaterale eliminazione di un account Twitter eccellente ne è la conferma: è evidente che, a  prescindere dalla condivisibilità o meno dei contenuti dell’account, il sistema social-mediatico-politico, il mainstream insomma, si autoprotegge concedendo o negando a sua discrezione il diritto d’opinione e la sua espressione, facendosi così legge oltre la legge. Esattamente come quando Mussolini si assunse la responsabilità politica e morale del delitto Matteotti: la legge oltre la legge.

L’art. 32 della Costituzione italiana fa della salute un diritto personale e un interesse collettivo da garantire a tutti in modo uguale. Il contesto disegnato con la normativa emergenziale giustificata dalla pandemia ha interrotto pressoché tutte le attività sanitarie estranee al COVID-19, anche quelle necessarie alla sopravvivenza delle persone: di esempi documentati è pieno il web. In questa contingenza il sistema sanitario nazionale ha manifestato tutti i limiti e l’inadeguatezza derivatigli dalla cieca e annosa riduzione e rimodulazione della spesa pubblica nel settore e dalla indiscriminata privatizzazione, sostenuta però dalla spesa pubblica (sic!), che ovviamente si è orientata verso le attività sanitarie più remunerative. Così i cittadini sono stati separati in diverse categorie di malati. Il diritto personale e l’interesse collettivo alla salute sono formalmente salvi; ma la loro tutela reale dipende ora dal profitto che, di volta in volta, le diverse patologie sono in grado di generare: così tutti i malati sono uguali ma ci sono malati più uguali di altri. E’ pressoché inevitabile che in questo quadro le distorsioni corruttive trovino alimento e spazio. Il sacrificio che pativano, il prezzo che pagavano i diritti prima della pandemia era già alto; ora è divenuto altissimo, insostenibile.

Le disuguaglianze sono alimentate anche dall’autonomia normativa delle regioni in materia sanitaria.

La Giunta della Regione Toscana il 22 giugno 2020 ha deliberato le “linee di indirizzo per la gestione del prelievo e dei test molecolari per la diagnosi di infezione al virus SARS-CoV-2” introducendo tra i criteri di refertazione l’indicazione della c.d. “bassa carica” virale nel caso di accertata positività. Per quanto ci risulta la Regione Toscana è stata l’unica a prevedere ciò, peraltro “in accordo con la Circolare del Ministero della Salute prot. n. 9774 del 20/03/2020” che ha validità per tutte le Regioni, compresa la Basilicata. La conoscenza della carica virale è assai importante per modulare le misure di prevenzione e bilanciarle con la tutela dei diritti fondamentali.

Questa è una delle conseguenza della riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione che ha radicalmente trasformato l’assetto del governo territoriale, sovvertendo i rapporti tra ‘centro’ e ‘periferia’, creando centri di potere e di gestione con facoltà legislativa e perciò d’autoregolamentarsi. Per approfondire si suggerisce la lettura delle leggi costituzionali n. 1 del 1999 e n. 3 del 2001: la seconda dovremmo già conoscerla, giacché l’abbiamo ratificata, col primo referendum costituzionale della nostra storia, il 7 ottobre 2001. Questa riforma ha moltiplicato i centri corruttibili, ha accentuato il divario tra le sanità delle diverse regioni e perciò la migrazione sanitaria, attivando flussi finanziari verso le regioni più attrezzate a scapito delle regioni meno attrezzate. Così le regioni povere sono diventate più povere, invece più ricche quelle già ricche. Ma il fenomeno non viene considerato da chi reclama l’autonomia differenziata.

Tornando alla carica virale, la diversa applicazione della citata Circolare Ministeriale nelle diverse regioni comporta una violazione dei diritti alla salute e all’uguaglianza declinati dalla Costituzione e induce a porre alcune domande: i tamponi molecolari eseguiti dal sistema sanitario della Regione Basilicata sono quantitativi o qualitativi? comunque, com’è stato previsto che siano? e perché? Ancora: perché la carica virale non viene comunicata agli interessati? Chi la conosce? Che uso fa del dato?

E qui s’apre un altro capitolo della sanità: il Fascicolo Sanitario Elettronico di ciascun cittadino in cui dovrebbe essere conservata la storia sanitaria personale e al quale solo l’interessato e il suo medico curante possono accedere. Nel sito della Regione Basilicata si legge: “Si tratta di uno strumento di importanza vitale perché contiene la storia clinica con tutti i referti, le analisi e le radiografie, tutte le terapie e gli eventuali ricoveri ospedalieri.” Ciononostante nel proprio fascicolo gli scriventi non hanno trovato traccia degli accertamenti sanitari a cui sono stati sottoposti a seguito di positività e contatto diretto con positività al SARS-CoV-2. Richieste spiegazioni, ci è stato riferito che, pare (si ribadisce: PARE!), ci siano precise indicazioni interne nel senso di non introdurre nel Fascicolo Sanitario Elettronico i dati relativi alla relazione eventualmente intercorsa tra il cittadino e il virus. Chiediamo: è così? e, se sì, perché?

Noi purtroppo non abbiamo risposte. Ma riteniamo che porsi domande certamente tenga fuori dal gregge.

Per esempio: una volta passato il virus e finita la c.d. pandemia, vogliamo conservare la sanità così com’è: commerciale e affaristica? o riformarla alla radice per rimettere al centro il diritto personale e l’interesse collettivo alla salute eliminando le disuguaglianze tra i territori e tra le patologie?

F. Topi e F. Castelgrande per “La Piazza Pubblica”.

(https://www.facebook.com/groups/117212948306937)