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“Discriminata perché diabetica”. La storia di Giovanna, poliziotta nel Reparto Prevenzione Crimine a Potenza

“Sono una donna della Polizia di Stato, ho indossato con onore la divisa che amo e chiedevo di tornare a lavorare e a servire il Paese in una collocazione adeguata alle mie condizioni di salute, con la stessa divisa”

Giovanna Soldi, Assistente capo coordinatore della Polizia di Stato, in forza nel Reparto Prevenzione Crimine di Potenza. Ha prestato servizio per 20 anni nel Reparto Volanti di Roma (dal 1987 al 2007), quindi nel Reparto Volanti della Questura di Potenza fino al 2015, anno in cui ha ottenuto il trasferimento nel Reparto Prevenzione Crimine di Potenza, “sempre con profitto e ottimi rapporti informativi”. Eppure…

Quel giorno, è il 7 giugno 2017, è in ufficio quando viene colpita da un malore e soccorsa dai suoi colleghi. Condotta all’ospedale San Carlo di Potenza, i medici le riscontrano un’ischemia scintigrafica ad albero coronarico esente da lesioni significative. “Ma la cosa peggiore – ci dice Giovanna – è la scoperta di una patologia che non immaginavo lontanamente, i medici scoprono che ho anche il diabete mellito di tipo 2, accompagnato da un’ipertensione arteriosa”.

Ripari di fortuna per fare l’insulina. Per queste ragioni il medico della Polizia di Stato le prescrive un lungo periodo di astensione dal lavoro. Giovanna rientra in servizio tra maggio e giugno del 2018. “Nonostante fossi costretta a prendere medicinali e fare un’iniezione di insulina ogni giorno alle 22 e a seguire un’alimentazione legata a orari tassativi, mi comandano al servizio di aggregazione a Foggia, in pratica su macchina in strada”. In quel lavoro la turnazione non le permette di seguire adeguatamente le prescrizioni mediche: “ero costretta a iniettarmi l’insulina in ambienti igienico-sanitari inadeguati, a fermarmi ovunque mi trovassi, cercando ripari di fortuna per farmi le iniezioni, durante lo svolgimento del servizio”.

Ma Giovanna, non vuole opporsi ai suoi dirigenti, non vuole essere giudicata come una persona pusillanime, lei vuole ottemperare agli ordini, con spirito di abnegazione e – come sempre nel suo lavoro – con un profondo senso del dovere.

Nel frattempo Giovanna, al lavoro in macchina sulla strada, contrae una grave infezione allo stomaco che la costringe a una nuova ospedalizzazione e poi al rientro nel suo domicilio per le cure necessarie.

Mi sentivo discriminata. “Al rientro in servizio – chiarisce la donna – faccio richiesta ex articolo 12 dell’Accordo Nazionale Quadro per evitare di fare turni serali e notturni e magari essere collocata in ufficio”. È stata accolta la sua richiesta? “Parzialmente, la dirigenza del Reparto mi assegna a turnazioni di mattino e di pomeriggio, ma comunque in servizi esterni a bordo di autoveicoli.” Quindi niente ufficio? “In parte, solo quando erano previsti turni pomeridiani di controllo del territorio, mi mettevano a una scrivania nel corridoio, di fronte ai bagni di servizio della caserma, con mansioni secondarie e marginali” – spiega, senza nascondere l’amara delusione, Giovanna. Si sentiva emarginata? “Non avvertivo di essere integrata negli uffici, anzi sentivo di essere discriminata, non potevo accettare quell’umiliazione”.

Meglio tornare sulla strada. È così la poliziotta preferisce tornare a svolgere servizio esterno in auto. Ed è quello che fa. Nel frattempo, però, la patologia diabetica si cronicizza, si aggrava fino a costringerla a cinque iniezioni di insulina al giorno. A questo punto lei, la poliziotta che ha sempre lavorato con meriti riconosciuti, capisce che rientrare in ufficio, a quelle condizioni, non è possibile. Ma si rende anche conto che l’alternativa è tornare su un’auto in strada, anche questa ipotesi è ormai diventata impraticabile.

Giovanna fa una scelta: “Chiedo ed ottengo i benefici della ‘legge Madia’.  Il 12 ottobre 2020, mi viene notificata la convocazione a visita medica collegiale presso la C.M.O del Dipartimento Militare di Medicina Legale di Bari, per il giorno 19 ottobre 2020 alle ore 8,00. Presento istanza al Dirigente del mio Reparto di appartenenza per poter utilizzare l’ambulanza della Polizia di Stato per il viaggio di andata e di ritorno da Potenza a Bari”.

Neanche l’ambulanza mi concedono. Ma l’Ufficio Sanitario Provinciale della Questura di Potenza risponde picche: provvedimento non di stretta necessità ed urgenza per i superiori fini dell’Amministrazione; il mezzo attualmente in uso all’Amministrazione a disposizione di quell’Ufficio Sanitario, peraltro in fermo macchina per riparazione, non è omologato dalla competente A.RE.S. al trasporto degli infermi a lunga distanza; tale trasporto richiesto non costituisce un Trattamento Sanitario Obbligatorio da porsi in capo ed in carico alla P.A.” … tale istanza allo stato degli atti risulta irricevibile” … la dipendente può eventualmente compilare motivata richiesta al competente locale Ufficio Assistenza PolStato per richiedere un contributo preventivo per il trasporto medicalizzato organizzato in proprio qualora le patologie risultino si dipendente da causa di servizio”.

Giovanna è triste, mentre racconta: “Mi faccio accompagnare, a mie spese, in macchina da mio fratello e mi presento regolarmente alla visita medica a Bari, dove vengo giudicata “non idonea permanentemente in modo assoluto al servizio nella Polizia di Stato e da collocare in congedo assoluto, idonea al  transito, a domanda, nelle corrispondenti aree funzionali dei ruoli civili delle Amministrazioni dello Stato, con controindicazione all’impiego in compiti e servizi che implichino esposizione a condizioni stressogene”. 

Voglio continuare a servire il mio Paese. Dunque Giovanna è costretta ad andare in pensione con 4 anni di anticipo, subendo un danno economico rilevante, evitabile se fosse stata collocata in altre funzioni compatibili con le sue condizioni di salute.

“Non è tanto il danno economico che mi rattrista – spiega Giovanna, quasi in lacrime – quanto il trattamento che mi è stato riservato dai miei dirigenti. Dopo più di trenta anni di onorevole servizio alla collettività, non mi è stato consentito di continuare il mio lavoro in un’altra collocazione dignitosa e allo stesso tempo adeguata alle mie condizioni di salute.”

Il ministero dell’Interno è stato informato della vicenda soltanto il 19 ottobre 2020, quando con una lettera del Libero Sindacato di Polizia, la storia di Giovanna è stata resa nota a diverse autorità nazionali, tra le quali il presidente della Repubblica, il ministro Lamorgese, i presidenti di Camera e Senato, il capo della Polizia.

Il desiderio di Giovanna è chiaro: “Sono una donna della Polizia di Stato, ho indossato con onore la divisa che amo e chiedevo di tornare a lavorare e a servire il Paese in una collocazione adeguata alle mie condizioni di salute, con la stessa divisa, ma ormai sono stata riformata”.

Giovanna

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