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Draghi, la restaurazione neoliberista e la necessità di una nuova sinistra

Si ritornerà, tra qualche mese o un anno, alle politiche di rigore per fronteggiare l’enorme debito pubblico e per garantire gli interessi del capitale finanziario. Non è necessaria la palla di vetro per capirlo. Anche la Basilicata avrà i suoi bocconi amari

Ormai è chiaro, la Lega si sposterà sempre di più sull’asse europeista. All’interno del Pd la componente ex Dc-Margherita spingerà verso la nascita di una forza centrista in grado di gestire e cavalcare la svolta moderata del quadro politico italiano. Nel frattempo, il governo Draghi, almeno nel primo anno, fino al superamento dell’emergenza pandemica si guarderà bene dall’adottare misure “lacrime e sangue”. Anzi, manterrà in vita, seppure con qualche aggiustamento, sia il reddito di cittadinanza, sia il blocco dei licenziamenti, sia le misure di sostegno alle imprese, ecc.  Le misure destinate a garantire le oligarchie economiche e finanziarie europee, le varie Confindustrie, e non solo, arriveranno dopo, e allora saranno dolori per le piccole imprese, per i lavoratori, per le famiglie. La massa di piccole imprese ormai insolventi, rischia di essere marginalizzata nelle scelte del futuro governo e lasciata al proprio amaro destino. Anche le Regioni, come la Basilicata, marginali negli scenari economici e finanziari europei nella visione del nuovo corso, avranno di che soffrire. Ma di questo parleremo nelle prossime settimane.

Si ritornerà, tra qualche mese un anno, alle politiche di rigore per fronteggiare l’enorme debito pubblico e per garantire gli interessi del capitale finanziario. Non è necessaria la palla di vetro per capirlo.

Draghi non solo è il garante dei poteri finanziari che lo hanno condotto al governo del Paese, ma è l’uomo giusto in grado di capeggiare una forza politica determinante centrista. Una svolta “democristiana” che porterà il Paese a coalizzare tutte le forze del moderatismo presenti nelle diverse formazioni politiche: dal Pd alla Lega al M5S, con la partecipazione certa dei partiti minori già collocati con varie sfumature al centro dello schieramento, Iv, Udc, Azione, + Europa e via dicendo. E lo farà, forse, da presidente della Repubblica a garanzia della stabilità di un nuovo quadro politico e di governi futuri in cui quella forza centrista avrà il peso maggiore nel parlamento.

Nulla sarà come prima. Lo spauracchio delle forze sovraniste e populiste sarà un ricordo. E dunque il Pd non potrà più giocare, con lo stesso peso, la carta – e l’alibi –  del partito baluardo contro l’avanzata delle destre. Zingaretti e compagni rischiano un serio ridimensionamento, mentre Leu e gli spiccioli della sinistra extraparlamentare devono fare i conti con il dopo, vale a dire con una rinforzata egemonia neo liberista.

Ci sarà bisogno di una forza di sinistra in grado di contrastare l’ondata restauratrice e rilanciare sui temi dell’equa redistribuzione delle risorse, dell’ecologia, della giustizia sociale e fiscale, dei diritti, e capace di ricostruire una rappresentanza politica e culturale delle classi meno abbienti.

Occorrerà, in tal caso, un richiamo convincente a quelle culture, sensibilità, idee presenti sia all’interno del Pd, sia nel M5S, sia nell’associazionismo e, naturalmente, nei movimenti e nei partitini di estrema sinistra, residuali e di testimonianza, che ancora insistono nel loro inspiegabile isolamento.

Tuttavia, il sì di Leu a Draghi, renderebbe difficile questa prospettiva. Eppure, al netto degli interessi personali di carriera e di posizionamento nella scena governativa, dovrebbe essere evidente che è interesse del Paese e della parte di popolazione più debole della società, avere una sinistra capace di tenere testa alla restaurazione neo liberista. L’illusione che stando dentro il governo Draghi si orientino e influenzino le future decisioni politiche e di politica economica, è, appunto, un’illusione, che taglia le gambe a qualunque prospettiva futura di una nuova sinistra di cui l’Italia e l’Europa hanno bisogno.