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“I petrolieri ci avvelenano senza chiederci neanche scusa”. La verità di Mario, agricoltore senza speranza

L’agghiacciante quotidianità di chi vive tra i pozzi della Total, a Tempa Rossa

“Non è solo il fumo che esce dalla torcia, ma è proprio una melma inquinante che si appiccica sulla pelle”. Mario ha una masseria vicino al Centro Olio della Total, a Corleto Perticara, e da quando l’impianto è entrato in produzione, il 15 dicembre, ci dice in che modo le cose sono peggiorate.

Quando ti asciughi il sudore esce una melma nera”. La torcia, che spesso sprigiona fumi neri, è solo la punta dell’iceber. E’ ciò che non si vede a fare paura. “Sono più di 10 anni che conviviamo con pozzi e prove di produzione della multinazionale – spiega – ma da alcuni mesi la situazione è peggiorata”. Ha dei terreni vicino l’impianto di desolforizzazione e da almeno due mesi nota il peggioramento. Proprio a metà dicembre scorso la Total ha avuto l’autorizzazione a estrarre 50 mila barili al giorno. E i fumi della torcia, al Centro Oli sono oggetto di una “contesa” tra Regione e proprietà dell’impianto. “E’ solo un contenzioso di facciata – racconta – per capire cosa accade ci devi vivere quotidianamente”. Ecco un aneddoto. “La mattina – svela – quando faccio lavori in campagna mi sento subito la pelle appiccicosa. Se mi passo un fazzoletto sul collo esce una patina nerastra”. E questo “a prescindere dai fumi della torcia”. Spesso “non si sente neanche un cattivo odore, ma è come se ci fossero degli inquinanti che sfuggono anche all’olfatto”. E poi una “strana acidità alla gola”. Oltre ad un rumore costante simile al “planare di un aereo”.

L’agricoltura si è “spenta”. Il danno maggiore, arrecato nell’area dei pozzi petroliferi, è la morte delle attività agricole. “Fino a qualche anno fa – sottolinea – nell’area a ridosso dell’impianto c’erano ben 8 allevamenti ovini, oggi nessuno”. C’è chi continua a coltivare il grano, “ma come si fa in quest’area, io ho dovuto produrre molto più distante, abbandonando quei terreni sotto i pozzi per altro già inquinati dalle perforazioni fatte nei decenni passati”. Ma anche “quei pochi che lavorano la terra qui ormai lo fanno prevalentemente per uso familiare”. Un intero comparto, quello primario, massacrato silenziosamente dalle estrazioni petrolifere.

Ci stanno avvelenando senza chiederci il permesso”. Il racconto di questi anni è straziante. “Quando sono entrati nelle nostre terre – osserva – non ci hanno mica chiesto il permesso”. Dietro la voce “pubblica utilità hanno fatto cosa hanno voluto, ignorando la nostra volontà”. E quando sono stati registrati “inquinamenti, li hanno trattati come se fossero avvenuti in una loro proprietà privata. Un doppio danno per noi proprietari”. E’ un po’ come se qualcuno “entrasse a casa tua, buttasse i tavoli per aria, passando anche sui cadaveri e se ne andasse senza neanche chiedere scusa”. Un atto di prepotenza in stile “far west”.

Istituzioni assenti. “E’ solo una facciata”. Ci si sente soli a Tempa Rossa. E presi in giro. “Quando sentiamo che la Regione diffida Total, che l’Arpab ha fatto i controlli, o che il Comune ha chiesto conto alla Compagnia, ormai non ci crediamo più” – sostiene – sono solo balletti e azioni di facciata”. Qualunque cosa succede, a suo avviso, ora più che mai “è giustificata dai permessi che lo Stato ha concesso alla multinazionale”. “Attivazione della torcia di controllo”, “abbassamento improvviso della temperatura”, dietro formule che “a noi non dicono niente si continuerà a consumare questo scempio”. E la sensazione è che “le Istituzioni che dovrebbero tutelare la nostra salute, agiscono perché devono agire, senza incidere in alcun modo sul massacro quotidiano che noi cittadini del posto siamo costretti a subire”.

E’ triste ascoltare simili parole, ma sembra davvero che in queste montagne poco accessibili, che richiamano un piccolo Afghanistan lucano, a cavallo tra le province di Potenza e Matera, tanti sfregi siano già stati perpetrati. E il peggio deve ancora venire.