L’addio senza saluto a mia madre: se n’è andata da sola in un sacco nero

Da Melfi la testimonianza di Giusi che a dicembre scorso ha perso la mamma Cristina. La donna colpita da covid è morta in ospedale a Potenza dopo aver contratto anche la setticemia: i familiari hanno chiesto la cartella clinica

“Dai, quando mamma tornerà a casa faremo una grande festa”, si facevano coraggio i figli, ma la signora Cristina, 85 anni, di Melfi, dall’ospedale di Potenza non è più tornata. Il Covid l‘ha portata via “e non poter toccare la propria madre, né sofferente, né in punto di morte, è una ferita incolmabile”, confessa Giusi

Una storia che potrebbe racchiuderne tante altre simili. Tutte ugualmente forti. Al centro della tragedia c’è la morte di un genitore, un familiare, andato via in un sacchetto nero, poi in una bara sigillata, senza che nessuno possa più guardarlo se non con gli occhi della “memoria”. Ed è ciò che più fa male dell’ecatombe Covid. A parlare, ad aprirsi, è Giusi. Da tanti anni vive a Rimini, ma la mamma l’ha persa a Melfi.

Mia madre morta dopo 35 giorni al S. Carlo” Tutto è iniziato ai primi di novembre. Cristina, che viveva a casa di una figlia, a Melfi, accusava linee di febbre, stanchezza, dissenteria. “Io vivo a Rimini da molti anni – esordisce Giusi – però in quei giorni ho vissuto tutto in modo diretto, come se fossi stata lì”. Il 7 novembre arriva l’ambulanza. La saturazione del sangue è bassa. Prima sosta all’ospedale di Melfi. Tampone “positivo”. Ventiquattr’ore al triage di Melfi in attesa che si liberasse un posto al Reparto Infettivi di Potenza. Poi il trasferimento e un viaggio senza ritorno. Un calvario durato 35 giorni.

Ho dovuto elemosinare una videochiamata” Giusi non ce l’ha con i medici né col sistema sanitario, ma sono le modalità con cui sua madre se n’è “andata” ad averle tolto tutte le lacrime. “Non ne ho più lacrime – confessa – in quei giorni interminabili ho cercato di contattare qualcuno del personale sanitario che mi riuscisse a far vedere mia madre, per parlarci, nel Reparto Infettivi. Finalmente ci sono riuscita il 2 dicembre. E quel breve video, pochi secondi, è tutto ciò che mi resta. Non la vedevo da luglio. Era troppo rischioso scendere da Rimini a Melfi in piena seconda ondata”.

La setticemia le ha dato il colpo di grazia” La signora Cristina aveva patologie pregresse “ma dall’ospedale quando chiamavamo il Reparto, ci dicevano che era stazionaria, che probabilmente da lì a qualche giorno l’avrebbero trasferita a Venosa, alla lungodegenza Covid”. L’ultimo tampone eseguito al S. Carlo, il 2 dicembre, confermava la positività. Ma non aveva bisogno di “troppo ossigeno” e le premesse per un ritorno a casa, seppur non in tempi brevi, c’erano tutte. Invece il 14 dicembre arriva la doccia fredda. “Dal reparto ci avvisano che mamma si era aggravata e aveva contratto la setticemia. Mi sono precipitata – racconta Giusi – in serata ero già rientrata da Rimini. Quella stessa sera ci hanno informati che mamma era morta”.

Neanche l’ultimo saluto. Un brivido sulla schiena Dopo la morte, per i pazienti trattati “Covid”, c’è il distacco peggiore. Un sacco nero con il corpo e gli effetti personali. L’obitorio, il corpo nella bara e l’ultimo saluto dei familiari “sul piazzale del cimitero”. “Non sai quante volte avrei voluto andare in quell’ospedale, salutarla, farle una carezza. E invece niente. Neanche da morta abbiamo potuto vederla l’ultima volta”. Tra i dolori più forti “proprio questo distacco freddo. Una bara chiusa, un fiore sopra e troppe lacrime da versare”. Ciò che ci si chiede in questi casi è “perché tutto questo dolore”. Cinque figli davanti a una bara chiusa e un ultimo salute veloce davanti al cimitero.

Un dolore che non dimenticherò mai” In attesa delle cartelle cliniche, richieste all’ospedale, è il momento dell’elaborazione del lutto. “Sono in contatto con un Gruppo di familiari di vittime Covid. Solo parlando con loro riesco condividere quant’è brutto vivere in questo modo la morte di un proprio caro”, è lo sfogo di Giusi. Già, perché se “la morte di una mamma di 85 anni puoi metterla in conto, viverla con le restrizioni del Covid è davvero dura da accettare. Solo se ci passi puoi capire davvero quanto dolore provoca”. Giusi porterà dentro “questa profonda sofferenza. Per quanto vivrò non potrò dimenticare”. Ma nel frattempo la vita deve ricominciare. Ecco perché si arrabbia, va su tutte le furie quando vede persone in luoghi pubblici e bar “parlarsi in faccia” ignorando distanze e mascherine. “Non abbassate mai la guardia”, è il messaggio affidato a tutti da parte di una figlia che ha perso una madre di Covid. Una figlia che fatica a dire addio a sua madre perché non ha potuto neanche stringerla a sé per l’ultima volta.