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Povertà e “glebalizzazione” di massa

La società di mercato produce “scorie sociali-umane” che in qualche modo devono essere smaltite, contenute e, nel caso di certe politiche cosiddette attive del lavoro, “riciclate”. Il futuro richiede un rovesciamento di logiche e di vecchi paradigmi

Contrastare la povertà è un concetto ambiguo poiché implica azioni “riformistiche” e politiche le più varie che spesso, lo dimostra la storia, non portano ad alcun risultato. La povertà continua ad esistere, a crescere, i poveri sono sempre più numerosi. Dunque il sostantivo “contrasto” richiama a sinonimi tipo “impedire”, “opporre resistenza”. Impedire e opporre resistenza richiedono spesso interventi legati al presente, all’emergenza, alla necessità e riconoscono un potere a cui opporsi. Contrastare vuol dire porre ostacoli a un percorso e dunque sul lungo periodo quell’ostacolo può logorarsi ed essere superato dalla forza degli eventi, scavalcato. Come accade con la pezza al buco della condotta che perde acqua, nel tempo la pezza si deteriora e a quel punto bisogna applicarne un’altra, ma sempre pezza rimane. Il flusso rimane lo stesso, l’acqua continua a scorrere come le pare, grazie appunto alla pezza. Il percorso non cambia, la portata e la pressione sono salve. Eppure sono proprio quel percorso e quella pressione che vanno cambiate insieme alla struttura e alla grandezza della condotta.

Dalla pezza illusoria al rifacimento dell’impianto

Perciò anche il “contrasto” è generalmente efficace sul breve periodo. E così le politiche di sostegno al reddito, per esempio, quando intendono contrastare la povertà durano poco, e sul lungo periodo perdono di efficacia. Soprattutto quando intervengono variabili potenti che spingono in direzione contraria: sostegno ai profitti e alle rendite. Più spesso però le misure di sostegno al reddito funzionano quando hanno lo scopo di promuovere i consumi privati. È un caso?

Se vogliamo impedire, ostacolare, un fenomeno che riteniamo negativo, dobbiamo necessariamente conoscerlo a fondo. Non possiamo impedire l’esondazione di un fiume se non conosciamo a fondo le cause, anche ipotetiche, che la provocano. E dunque la povertà è un fenomeno le cui cause, non solo ipotetiche, sono complesse e di diversa natura. Nell’economia di questa riflessione è impossibile approfondire questi aspetti, mi limito a semplificare il quadro con una definizione abbastanza (di luogo) comune di povertà che ci serve a spiegare le ragioni di un rovesciamento di logica: dal contrasto alla povertà, alla promozione di una vita dignitosa. Vale a dire: dalla pezza al buco, al rifacimento dell’impianto.

Povertà: Condizione di chi (persona o entità collettiva) è privo di sufficienti mezzi di sussistenza o ne ha in maniera inadeguata (indigenza, miseria, bisogno). Condizione di inferiorità economica e anche sociale.

Questa definizione non dà ragione della complessità del fenomeno e della sua vastità in relazione ad altre sfere della vita: culturale, informativa, cognitiva, per esempio. Tuttavia, come ho già detto, è una definizione utile a sostenere il ragionamento che segue.

L’approccio retorico e illusorio

L’approccio del contrasto, dell’impedimento, dell’ostacolo è limitato, spesso retorico, illusorio e legato al presente immediato. Si coniuga con le sfere dell’emergenza, della necessità, della carità, del filantropismo, della morale e di un malinteso senso della solidarietà. Sfere che fondamentalmente giustificano il fenomeno considerandolo inevitabile. La società di mercato produce “scorie sociali-umane” che in qualche modo devono essere smaltite, contenute e, nel caso di certe politiche cosiddette attive del lavoro, “riciclate”. L’approccio filantropico e caritatevole, per esempio, si preoccupa di limitare il danno che le condizioni di povertà assoluta o anche relativa provocano agli individui. Danni potenzialmente e pericolosamente riversabili su larga scala che possono causare seri problemi alle condizioni di dominio vigenti, nell’economia, nella politica, nella cultura, che strutturano l’attuale modello di società.

Le misure di contrasto adottate dai governi sono una “stampella” che in realtà, mentre “aiuta il povero”, consente ai signori delle rendite, ai detentori “illegittimi” della ricchezza, di continuare a mantenere lo status quo. Certo, le condizioni e il tenore di vita generali, come spiegano alcuni, sono migliorate notevolmente nell’ultimo secolo. E chi può negarlo. Tuttavia neanche si può negare che la povertà, seppure in forme diverse, sia cresciuta. Oggi la gente è diversamente povera rispetto a cento anni fa, ma rimane povera, specularmente ai “diversamente ricchi” di oggi.

Il riformismo debole e le fatiche di Sisifo

L’approccio rovesciato, riguarda l’abbandono definitivo di parole – e relativi concetti –  quali “tutela,” protezione”, “contrasto”, “bisognosi”, a vantaggio della promozione di massa di una vita dignitosa che vale la pena di essere vissuta. Questo approccio richiede politiche su vasta scala che agiscano con decisione e con un certo radicalismo sulla scuola e il sistema scolastico, sull’università e il sistema universitario, sulla promozione delle pari opportunità di partenza per i bambini e gli adolescenti e sulla rimozione degli ostacoli che ne impediscano l’accesso, sulla distribuzione delle risorse e della ricchezza, sul sistema fiscale, sul mercato del lavoro, sulle norme urbanistiche, ambientali, sui trasporti, sulla lotta alla corruzione, sul sistema giudiziario, sui processi culturali, sul welfare. Insomma, politiche che abbiamo lo scopo primario e irrinunciabile della giustizia sociale, della promozione dei diritti e della dignità delle persone, della costruzione di una società più giusta e più bella. Progetti non misure senza progetto, orizzonti non confini, visioni non punti di vista. Perché la povertà è sia materiale sia immateriale. Quest’ultima colpisce in particolar modo chi ritiene di non essere povero. Anzi, la povertà immateriale è una delle cause di una società ignorante, individualistica, frazionata in mille inutili microscopici interessi, a sua volta una delle cause delle sofferenze e della povertà materiale di milioni di persone.

L’approccio politico del solito riformismo debole, che assomiglia molto alle fatiche di Sisifo, andrebbe abbandonato una volta per sempre: i filantropi diano il pasto all’affamato, oggi, ma la politica dia dignità alle persone, per sempre. Chi si adagia sul fatto che questa roba sia pura utopia, evidentemente non ha tra le priorità il futuro delle bambine e dei bambini di oggi e di domani.

Quali partiti o movimenti, oggi, oltre le dichiarazioni, oltre la propaganda, hanno un progetto di futuro con un orizzonte ideale ampio, di lungo periodo e, appunto, utopico, sottratto ai pesanti condizionamenti delle oligarchie dominanti? Progetti diversi, anche contrapposti, che siano la sostanza di una dialettica sociale e politica, che rendano praticabile, l’aspirazione alla felicità invece che alla ricchezza, esistono? Intanto, altro che globalizzazione, siamo nell’epoca della “glebalizzazione” di massa 4.0.