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Quale Basilicata vogliamo: terra autentica o terra di scorie radioattive?

Il documento di Cgil, Cisl e Uil: Economia, ambiente e società sono i tre pilastri dello sviluppo

La Cigil Cisl e Uil di Basilicata hanno presentato un documento unitario per dire no al deposito unico di scorie radioattive.

“La necessità di definire nuovi modelli di sviluppo socio-economico deve assumere un ruolo primario nelle politiche di governo del territorio. Uno sviluppo economico illogico sta alterando i processi ecologici, entrando di fatto nell’era chiamata Antropocene, periodo in cui per la prima volta le attività umane sono conseguenza delle alterazioni del sistema climatico terrestre. L’obiettivo principale delle politiche di governo deve essere la salvaguardia delle attività produttive,rispettando al tempo stesso l’ambiente e il patrimonio naturale.

Ciò impone, un ripensamento sulle modalità e sui mezzi d’azione,oltre a un recupero di responsabilità e di consapevolezza dell’agire umano. Sul principio della consapevolezza ambientale, sociale ed economica questo territorio deve giocarsi la partita del futuro, un futuro che pone le basi nelle scelte del presente.

Che Basilicata vogliamo?

La forte opposizione della società civile lucana all’ ipotetica localizzazione del Sito Unico di Scorie Radioattive in questa regione non si basa su principi identitari o egoistici, né può essere derubricata a posizioni barricadere, nonostante la regione abbia subito e continui a subire i rischi e gli impatti ambientali del nucleare.

La Sogin, che ha redatto la carta (su indicazione dell’Ispra ora ISIN),è la stessa società che ha assunto la gestione dell’ITREC (Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibile, realizzato tra gli anni ‘60 e ‘70) di Trisaia di Rotondella per effettuare i lavori di Decommissioning, cioè di smantellamento degli impianti e di messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi. Tra questi ultimi,circa 200 fusti con rifiuti a media radioattività nel 1975 furono inglobati in malta cementizia a formare un gigantesco monolite.

Per oltre quarant’anni questi rifiuti sono rimasti interrati nel sito di Rotondella dove, per evitare chele acque sotterranee lambissero i rifiuti cementati, le stesse venivano drenate mediante un sistema di pozzi e poi convogliate in vasche controllate per essere avviate allo scarico a mare. Nel 2015, durante l’avvio delle operazioni di smantellamento, si è registrato un episodio di contaminazione delle acque di falda da sostanze cancerogene e potenzialmente tali. Dopo un lungo iter di caratterizzazione ambientale, sono ancora in corso le attività di bonifica del sito e monitoraggio delle acque di falda contaminate Pertanto nessuno vuole mettere in discussione l’autorevolezza degli esperti che hanno redatto la carta CNAPI con le indicazioni sulla possibile locazione del Sito Unico di Scorie Radioattive. Allo stesso tempo nessuno può dubitare della capacità del popolo lucano e del territorio della Basilicata di perseguire il principio della solidarietà nazionale: ne sono esempi le estrazioni petrolifere che soddisfano il 10% del fabbisogno energetico nazionale o la distribuzione di acqua dagli invasi locali alle regioni contermini. Solidarietà mostrata facendo spesso un passo indietro di fronte a necessità nazionali e comuni che in Basilicata ha i segni dei “lasciti” del nucleare.

Si discute della visione di un territorio, di principi intorno ai quali costruire l’idea politica el’indirizzo economico che questa regione vuole darsi. Sul principio della consapevolezza ambientale, sociale ed economica questo territorio deve giocarsi la partita del futuro, un futuro di cui si pongono le basi nelle scelte del presente.

Il contesto culturale degli ultimi anni ha subito una virata nei processi e nelle attitudini economiche delle comunità che vivono in Basilicata. La Basilicata e il Mezzogiorno hanno subito gli effetti delle contraddizioni e delle occasioni sprecate di sviluppo, a partire dal meridionalismo basato su industrializzazione indotta anziché sviluppo delle competenze e del capitale sociale. C’è stata l’illusione di poter innestare l’industrializzazione su territori abituati per secoli ad altre modalità economiche,messe da parte e derubricate come retaggio fuori tempo. Era il tempo dello sradicamento economico della Basilicata, in cui dopo la incompleta riforma agraria,contadini e agricoltori si riversano nelle fabbriche diventando metal mezzadri. La riconversione dei contadini in operai delle industrie generò una economia separativa che disgiungeva processi economici e società.

Si è trattato di un disallineamento tra consumo di energie sociali e depauperamento delle energie ambientali. Una industrializzazione indotta, slegata dal territorio,dovuta all’innesto di capitali esterni senza che questi però producessero sviluppo. Erano i tempi che hanno portato alla creazione di 107 zone Pip e Paip tra i 131 comuni, delle zone industriali della chimica e della tecnica, Tito scalo e Valbasento. Ferite ancora aperte! Una industrializzazione indotta, con la quale avvenivano compensazioni temporanee, che ha lasciato solo macerie ambientali, sociali ed economiche senza invertire il trend negativo degli indici di inquinamento, desertificazione, emigrazione e depauperamento dei servizi primari.

Oggi la Basilicata è un territorio che, grazie a competenze diffuse e attività localizzate, vuole autodeterminarsi compiendo con le proprie azioni il proprio destino economico,sociale e territoriale, in chiave sostenibile e consapevole.

Con l’istituzione dell’Università e l’attuazione di una serie di politiche regionali legate anche ai fondi di sviluppo che giungevano e giungono dall’UE (vedi regioni Obiettivo 1)tante sono state le attività legate alla rivalutazione e alla (ri)scoperta della Basilicata. A Pantanello di Metaponto, esiste ed opera un Centro Ricerche che sviluppa sperimentazioni in campo agricolo certificate dalle università di tutto il mondo.

Le aree interne della Regione sono diventate luogo in cui investire energie e sperimentare modelli di benessere collettivo. Non è un caso che il governo centrale abbia adottato una Strategia Nazionale Aree Interne(SNAI) per contrastare la marginalizzazione ei fenomeni di declino demografico propri delle aree interne. Indicativa è l’azione di rigenerazione messa in atto nel piccolo paese Grottole, sulla collina del fiume Basento. Sono giunte 250 mila richieste da tutto il mondo per risiedere in piccoli appartamenti nel paese in cambio di aiuti nei campi ai contadini locali. Un progetto di politica place based, con un approccio integrato orientato alla promozione e allo sviluppo locale. Ha preso piede quel processo indicato come “glocal” conun chiaro protagonismo sociale,culturale, economico che produce capacità endogena di economia.

Il Turismo ha visto nell’intera regione quasi 2 milioni e 800 mila presenze, con un aumento di oltre il15% delle presenze straniere rispetto al solo anno precedente, che già registrava un trend di crescita del13%. (APT febbraio 2020). Sette i comuni della regione certificati come “Borghi più belli d’Italia”; il22,8% della superficie regionale è composto da aree verdi protette e due sono i siti inseriti nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco: i “Sassi e il parco delle chiese rupestri di Matera” e la “Foresta di Cozzo Ferriero” nel Parco nazionale del Pollino

Un sistema turistico, legato indissolubilmente al paesaggio, che ha creato un indotto capace di assorbire una significativa forza lavoro- anche intellettuale – con ricambio generazionale. Un turismo che, fungendo da“ammortizzatore sociale”, ha arginato l’impatto devastante della chiusura dei molti stabilimenti del triangolo del salotto materano. I mutui accesi dai tanti addetti durante l’epoca d’oro del salotto rischiavano di non poter essere pagati con il rischio di una deflagrazione del sistema creditizio locale. Il riconoscimento di Matera Città Unesco e la successiva intitolazione di Capitale della Cultura hanno visto nascere un’economia diffusa. L’aumento di richieste di alloggi e la necessità di recupero edilizio di numerosi immobili ha generato nel comparto edile nuova energia e professionalità capaci di interventi di spessore qualitativamente elevato. Il sistema turistico delle coste, Metapontino e di Maratea rappresentano il sistema ricettivo che attrae buyer nazionali e stranieri. Il cinema ha contribuito a veicolare l’immagine di una “Basilicata autentica”. Produzioni italiane e internazionali hanno sceltola Basilicata per la diversità paesaggistica generando economia diretta e indiretta.

La Dop economy (prodotti DOP,IGT, DOC, DOCP) è diventata un driver fondamentale per l’economia lucana. L’agroalimentare ha raggiunto 100 milioni di fatturato ed è in continua crescita con colture diversificate, come l’agricoltura legata alla nocciola (accordi con la Ferrero) o i pistacchi della collina materana. La piana del Metapontino è territorio di eccellenza perl’ortofrutta. La Plasmon acquista in Basilicata prodotti destinati ai bambini. Il distretto del vino ha coniugato storia, competenza, saperi e capacità di marketing legate al territorio. La sola Cantina del Vulture, con350 soci, è leader nel mondo nella produzione del vino Aglianico. L’olio lucano, dichiarato IGP nel2020, conta oltre 12.000 olivicoltori. Il pane e i prodotti da forno sono esportati in ogni parte del mondo.

L’agricoltura ha quindi sviluppato tecniche e competenze avanzatissime che permettono di produrre economia e tutelare il territorio. Negli ultimi anni si sono formate nuove cooperazioni sociali ed economiche mai sviluppatesi in passato. Si sono costituite, infatti,cooperative di pescatori che,supportati da azioni comunitarie sulla economia del mare, stanno pian piano sviluppando una capacità di promo-commercializzazione dei prodotti ittici del Mar Jonio e Tirreno.

Non è un caso che l’occupazione cresce solo dove è trainata dai servizi, soprattutto turistici,e dall’agricoltura; è calata invece nell’industria, dove è significativamente aumentato ilricorso alla Cassa integrazione(Banca d’Italia 2019).

Un sito di rifiuti radioattivi farebbe breccia nell’immaginario collettivo: la Basilicata diventerebbe terra di scorie. Cambiare prospettiva di360 gradi e imporre un Deposito di scorie certificherebbe di fatto l’incapacità di questo un territorio di essere produttivo,condannandolo ad un ritorno al passato. Punto cruciale è pertanto la multidimensionalità dell’idea di sviluppo sostenibile verso cui si sono orientate le scelte di questi anni. Un deposito di scorie nucleari annullerebbe la multidimensionalità di un intero territorio riportando a una regressione sociale, culturale ed economica. Un’azione anelastica,senza possibilità di recupero degli errori.

Trent’anni fa gli ingegneri avevano assicurato che scaricare le scorie nucleari in mare fosse la migliore opzione possibile. Poi hanno suggerito che il sotterramento geologico profondo fosse una buona soluzione definitiva. L’opzione dello smaltimento geologico non è ancora operativa e presenta con grande probabilità imperfezioni e rischi chela rendono inaccettabile e non una soluzione definitiva.

La soluzione presentata da Sogin il 5gennaio u.s. mette insieme scorie a molto bassa e bassa attività e scorie ad alta attività in un unico deposito di superficie in attesa che per quelle ad alta attività si trovi il deposito geologico profondo definitivo.

L’intera catena della trasformazione di materie prime nucleari delle centrali nucleari, la gestione dei rifiuti nucleari e di riprocessamento finale, possono essere e sono fonti di perdite e contaminazione,producendo un retaggio altamente tossico per lunghissimo periodo a venire.

Per l’individuazione del sito nazionale destinato allo stoccaggio dei rifiuti a bassa e alta attività sarebbe stato necessario e ineludibile il pieno coinvolgimento

dei territori e delle istituzioni(anche quelle tecnico-scientifiche)nella fase ex-ante, prima di partorire l’ipotesi. Il territorio della Basilicata presenta caratteristiche morfologiche, geomorfologiche,litologiche, di geomeccanica, di

idrogeologia e sismologia nonché peculiarità archeologiche, rurali,agricole, faunistiche e di rilievo paesaggistico che nell’indagine della CNAPI non sono state sufficientemente approfondite.

La domanda è: che Basilicata vogliamo? Quale paradigma economico e sociale adottare? Uno passivo, verticale, calato dall’alto, adattativo di economia non propria, legato a un deposito di scorie nucleari e alla sua percezione negativa, oppure uno rigenerativo, orizzontale, di beni e prodotti relazionali che sviluppi una infrastruttura connettiva tra capitali sociali, economici e ambientali? Quale idea di territorio si ha per la Basilicata e per i suoi abitanti? Quale visione? Il futuro si gioca a questo bivio: Basilicata terra autentica o Basilicata terra di scorie.