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Fischia il vento e tace la bufera: dove ci sta portando la politica?

Il riformismo non si può riformare, il tempo è scaduto

“Campo largo progressista”, “riformismo di sinistra”, “nuovo Ulivo”, sono slogan, affermazioni, dichiarazioni, pronunciate da dirigenti politici del nostro Paese. Che cosa sarebbe oggi una prospettiva progressista o riformista? Che cosa significa “liberal democratici” in un mondo dove il libero mercato e la libera diffusione delle conoscenze sono scomparsi nelle mani di monopoli e oligopoli giganteschi? Che cosa significa riformismo, in una società e in un’economia dove qualunque riforma deve passare dall’approvazione dei dominatori della finanza e della grande industria? Che cosa significa libertà in un mondo di gabbie virtuali le cui chiavi sono possedute da pochi player della Silicon Valley?

“… Oggi 6 società controllano di fatto il 90% del mercato dei media; 4 società di aerolinee controllano 80% del mercato del trasporto aereo; 5 banche controllano la metà dei mercati finanziari del mondo; 10 società controllano il mercato mondiale della distribuzione alimentare” (R. Barberio, 2018)

Se spostiamo tutto in un campo minimalista, qualche passo avanti per farne altri indietro è sempre possibile. Un aumento di 100 euro ai metalmeccanici, una riduzione di 30 minuti dell’orario di lavoro, un abbassamento di 12 mesi dell’età pensionabile, magari. E per tenere tranquille folle di poveri, un bel sussidio pagato con i soldi pubblici. Denaro che si nutre con le tasse degli altri cittadini, mica con quelle delle grandi corporation, sia chiaro. Centinaia di migliaia di bambini vivono in una drammatica povertà e povertà educativa. E che vuoi che si faccia: ci pensano loro, le fondazioni, le associazioni filantropiche, lo Stato per quello che può, se vuole e quando vuole.

Il minimalismo obbligato dei riformisti

Entro certi limiti, come sempre accaduto da un secolo, qualcosa si può fare, purché si abbia il “buone senso” di non disturbare oltre modo chi oggi tiene bloccati le democrazie, il libero mercato, la partecipazione sociale all’economia, le condizioni di povertà di mezzo mondo, le nuove schiavitù, il massacro dei bambini in diverse zone del Pianeta. Qualcosa si può fare, entro certi limiti. Importante è non rompere gli equilibri che garantiscono le guerre, i conflitti, il saccheggio delle risorse naturali.

Cento euro in più ai metalmeccanici, potrebbe voler dire una grande conquista, ma anche una grande sconfitta. Il capitalismo si trasforma in neo capitalismo, il liberismo in neo liberismo, le oligarchie in plutocrazia e tutto cambia, grazie al riformismo-stampella. Quel riformismo che chiede, e a volte ottiene, le riforme, causando miglioramenti all’istante nella vita quotidiana della moltitudine mediana della società, lasciando indietro i più deboli e aprendo nuovi spazi al capitale, alle rendite parassitarie, alla ricchezza finanziaria. Gli oligopoli del Potere si comportano da camaleonti che dominano la foresta, i leader delle forze politiche sono, al contrario, come camaleonti in un mare di Smarties. Bandiere sempre in attesa di un vento, mentre la tempesta dilaga silenziosa.

Eppure, si continua a parlare di campo largo progressista, di nuovo riformismo, e cose del genere piene di polvere.

Il riformismo non può essere riformato

L’ala radicale del movimento liberale del diciottesimo secolo realizzò nel tempo una vera e propria rivoluzione civile e politica: il suffragio universale, l’abolizione dei titoli nobiliari, la separazione tra Stato e Chiesa, la repubblica, e così via. La differenza storica tra i radicali di allora e il radicalismo di cui oggi abbiamo bisogno è nella velocità dei cambiamenti. Allora i mutamenti sociali, civili, economici e politici avevano un ritmo storico più lento che consentiva un approccio riformista nell’azione, anche se rivoluzionario nel pensiero. Oggi, per causa dei repentini sviluppi delle tecnologie e dei mutamenti profondi nel sistema delle relazioni sociali e dei rapporti di forza nell’economia, occorrono un pensiero rivoluzionario e un’azione radicale.

Per ottenere il suffragio universale ci sono voluti, in Europa, mediamente 100 anni dalla nascita del pensiero radicale. Un secolo di battaglie. Oggi nessuno si può permettere di aspettare cento anni, a colpi di piccole riforme, per realizzare cambiamenti necessari, vitali, per la sopravvivenza di una società che sia democratica, solidale, civile, libera dal dominio del pensiero unico del neo capitalismo digitale e finanziario.  Eppure, si continua a misurare il tempo con la clessidra.

Alla luce di questa riflessione, il dibattito politico attuale, appare sempre più “infantile”, storicamente inadeguato. Indebolito dall’ansia del consenso elettorale cash. Sottoposto ai voleri e alle pressioni delle oligarchie finanziarie, delle “monarchie della rendita” o, se vogliamo, dei Mercati.

 “Combattere le destre, sconfiggere le destre”

“Combattere le destre, sconfiggere le destre” è l’altro ritornello usato per giustificare l’esistenza di taluni progressisti, senza tuttavia motivare fino in fondo le ragioni di quel “combattimento”. Certo, in un condominio è importante combattere e sconfiggere gli inquilini che hanno un’idea diversa dell’edificio: il progressista vuole le fioriere, quello di destra vuole che l’ingresso sia monitorato da decine di video camere. Ma il vero nemico sono Salvini o la Meloni? Nel recinto dei limiti della politica, certo, sono avversari dei progressisti, perché hanno un’idea diversa di Paese. Sarebbe interessante, però, conoscere quale idea di Paese abbiano sia la destra sia i progressisti. Capire queste grandi differenze oggi è diventano un tantino più difficile dato che governano insieme, a parte la Meloni che si distingue per il solo fatto di sedere all’opposizione in Parlamento.

Sarebbe più rassicurante un ritornello diverso non solo nel testo ma anche nella musica e possibilmente con nuovi musicanti. “Combattere i nemici della democrazia, gli oligopoli del Potere, i monopolisti della finanza, le rendite parassitarie, i detentori illegittimi di ricchezze, i divoratori dei beni comuni, le ingiustizie sociali, i predatori del territorio, i paradisi fiscali, la grande evasione, l’accentramento del patrimonio di conoscenze, i dominatori delle tecnologie, le nuove schiavitù sociali ed economiche, il capitalismo amorale, e così via.  Altro che “le destre”.  Il verbo “Combattere”, nel campo riformista assume carattere transitivo (affrontare, sostenere combattendo…) mentre sarebbe l’ora di un movimento che combatta nel senso intransitivo del verbo (prendere parte attiva a una lotta).

Tuttavia, non si combatte contro nessuno e non si sconfigge nessuno senza un progetto politico e sociale. Ecco, qualcuno dica quali orizzonti futuri propone, quale visione di società, di democrazia, di economia, basata su quali ideali e valori. Ed è di questo che il Paese, l’Europa, hanno bisogno. Un futuro in cui la libertà sia integrale e indivisibile, perché – lo diceva Sturzo – la libertà economica, la libertà culturale, quella politica e quella sociale, nessuna sta in piedi da sola. A maggior ragione in questa epoca in cui ad ogni briciola di libertà (apparente e percepita) corrisponde una grossa contropartita in schiavitù (sostanziale e non percepita).

Un nuovo movimento rivoluzionario

Un nuovo movimento non può che partire da valori antichi e mai invecchiati, perché poco usati: fratellanza, amore, solidarietà, comunanza, libertà integrale. Capace di una critica radicale al sistema e capace di proporre un’alternativa credibile ai processi di annichilimento sociale in atto. Occorrono un pensiero rivoluzionario e un’azione radicale. E dunque una politica e una cultura politica collocate in una prospettiva ideale rivoluzionaria non violenta. Che guardi a una riappropriazione democratica delle risorse, a una distribuzione equa e generativa della ricchezza prodotta attraverso mezzi e modi di produzione trasparenti, sostenibili, rispettosi della vita e della dignità delle persone, della vita del Pianeta. Che dia nuove prospettive al lavoro e al senso del lavoro nello scenario delle tecnologie avanzate, e al welfare nella società digitalizzata. Altro che riformismo.

Se spostiamo l’asse sul piano globale, il tempo stringe ancora di più: ci sono miliardi di vite da salvare, intere aree del Pianeta da sottrarre ai predoni e ai saccheggiatori, intere zone che invocano pace e sicurezza, libertà e dignità. Non c’è tempo. La crisi climatica, quella demografica, richiamano il tempo presente e non quello futuro. E dunque rivoluzione. Come, con chi, con quali mezzi? Queste domande frenano, al momento, qualunque ipotesi rivoluzionaria e alternativa. La domanda giusta in questo istante è un’altra: c’è qualcuno che abbia la volontà e la capacità di elaborare un pensiero rivoluzionario e di innescarlo in un processo politico e culturale in un campo sociale vasto? E da qui che bisogna partire. Chi, dei partiti politici italiani per esempio, dialoga con i gruppi del World Social Forum? Chi dei media italiani parla e diffonde notizie e materiali sulle iniziative del Social Forum mondiale?

Chi sono gli interlocutori privilegiati dei nostri partiti in questo momento? La JP Morgan Chase & Co.? Eni, Total, Santander, Stellantis, Goldman Sachs Group, Lockheed Martin, Gazprom? Moḥammad bin Salman Al Saʿud?