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Le ultime parole di una mamma poco prima di morire di Covid: “Non pensate a me, ma curatevi voi”

La frase di Antonietta alla figlia Michela, anche lei alle prese con il virus. I dubbi dei familiari nei giorni del ricovero: "l'hanno abbandonata"

Quando lo scorso 27 febbraio la salma di Antonietta, 87anni, vittima di covid, dall’obitorio di Potenza veniva trasferita a Rionero, neanche l’addio davanti al piazzale del cimitero è stato possibile. Già, perché figlie e figli, nipoti e pronipoti, per la maggior parte non c’erano; erano in quarantena o positivi, quindi impossibilitati a muoversi. Così il feretro, per l’ultimo saluto, si è soffermato per qualche istante davanti casa della vittima, un palazzo in cui vivono molti dei sui affetti che in quel momento si sono affacciati da balconi e finestre, per dare quell’ultimo, estremo, cenno con la mano. Una lacrima di sfuggita, un’ultima preghiera.

La figlia Michela: “Io non c’ero, ero a casa mia e combattevo il virus” Una delle figlie di Antonietta, Michela, da due giorni ha smesso di prendere il cortisone. Ha rischiato di finire anche lei in ospedale. E quando il feretro della madre è stato tumulato non ha potuto neanche salutarlo da lontano. “Abito in un’altra parte di Rionero, ho potuto rivedere mia madre solo ieri, in foto, al cimitero”, esordisce la donna, che solo ora inizia a realizzare quanto sia stato violento e atroce l’ultimo mese, vissuto a stretto contatto col maligno.

Sono stata male fisicamente, poi il decesso di mamma: che dolore..” Il morale è basso. Le parole escono fuori quasi per inerzia. “Dal 10 febbraio – racconta – è stata un’escalation. Numerosi casi in ambito familiare. Tra cui anche io”. Tutto è iniziato con “febbre alta, dolore alle ossa, agli organi interni”. Cure a base di “tachipirina e cortisone”. Michela ricorda bene “quegli angeli dell’Usco che venivano a sincerarsi di come stavo. Un giorno sentivo che parlavano di un possibile ricovero”. Ricorda tutto come un sogno. Un brutto sogno in cui non può che affacciarsi il volto di sua madre Antonietta. “Aveva già l’artrite, era debilitata. Una sera le venne la febbre”. Da lì, in pochi giorni, il 13 febbraio, Antonietta, una “contadina schiva e tutta d’un pezzo”, è stata ricoverata in ospedale. Il giorno 24 il decesso.

Nel reparto Infettivi l’hanno abbandonata” La prima tac mostrava solo “lievi lesioni ai polmoni”. Per questo Antonietta, che iniziava a saturare male, è stata ricoverata, al San Carlo di Potenza, agli Infettivi. “E’ li che l’hanno abbandonata a se stessa”, secondo Michela, che aggiunge: “Non aveva neanche bisogno di troppo ossigeno, parlavamo anche a telefono, ma…”. Una notte “mamma si è svegliata, sola, tutta bagnata. Credo che in quel reparto sia stata accudita male. So che stanno sperimentando il siero iperimmune, ma a lei non è stato suggerito”. Si dice convinta, Michela, “che non l’abbiano assistita al meglio”. Poi la malattia ha fatto il suo corso. Dopo qualche giorno è stata trasferita in pneumologia “dove ha avuto tutte le cure del caso, ma ormai era tardi”. E quando alla mamma è stato consigliato di “passare al casco”, l’anziana donna non ha voluto. “Avrà capito che era inutile, che la sua ora era arrivata”, suggerisce Michela. Di lì a poche ore, infatti, è spirata.

Non pensate a me, curatevi voi” Era cosciente Antonietta, fino a 24 ore prima della morte. Parlava al telefono con le figlie. E le consolava. “Al telefono ripeteva sempre di non preoccuparci per lei, ma di pensare a curarci noi dal Covid”. Le ultime forze le ha utilizzate per tranquillizzare la sua “prole”, ha voluto dar forza ai suoi familiari, alle prese, come lei, col virus. “Andandosene è come se ci abbia voluto liberare di un peso; e lo ha fatto in silenzio. Che dolore”, esclama Michela. Che è ancora sotto choc. Per la perdita della mamma e per i postumi di un virus “che ti annienta sul piano psicofisico”.

Nostro padre ha detto: torniamo a vivere” Ad aver sconfitto il virus, il padre 91enne di Michela. “Papà ha pianto solo un giorno – spiega – il giorno successivo al rito funebre ci ha detto che dovevamo rialzarci, che non dovevamo piangere, e che la vita, per tutti noi, doveva proseguire”. Ed è qui che si sente tutta la forza e la tempra di una generazione che ha ricostruito l’Italia, nel dopoguerra. L’ultimo pensiero di Michela, infine, è indirizzato ai cittadini, ai comportamenti sociali. “Utilizzate le mascherine – è il suo appello – siate prudenti e proteggete i più deboli. E’ un virus subdolo. Si insinua senza che te ne accorgi. E poi porta dolore, sofferenza, morte…”.