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Storia di un rinvio a giudizio degno di una commedia

Vi è mai capitato di subire un furto, di aver denunciato il ladro e di essere stati mandati a processo per diffamazione ai danni del ladro per aver detto che siete stati da lui derubati?

Siamo il giornale più querelato della Basilicata. Ci sta. I nostri articoli, le nostre inchieste danno fastidio a molti. Non siamo sorpresi, è un rischio che metti in conto quando fai il tuo lavoro di giornalista in un certo modo. Politici, imprenditori, magistrati, dirigenti della pubblica amministrazione, ognuna di queste categorie ha almeno un rappresentante tra i querelanti. Persino il presidente dell’Ordine dei giornalisti ci ha onorati di una richiesta di risarcimento danni. Eppure, eravamo convinti che, come capita in altre regioni, l’Ordine professionale, si costituisse parte civile in un processo che riguarda due giornalisti aggrediti. Qui no. Ci sta anche questo. Lo mettiamo in conto ogni giorno. Fa parte del nostro lavoro, e se non si vogliono correre rischi è meglio cambiare mestiere. Va bene tutto. Ma che la giustizia, quella del tribunale, aggiunga confusione alle faccende che ci chiamano in causa, ci mette tristezza. È il caso della storia che vi raccontiamo.

L’antefatto

Un’aggressione in piena regola, una persona ferita e una fuga precipitosa per evitare il peggio.

È il 15 marzo 2018, intorno alle 13,30 i giornalisti Giusi Cavallo e Michele Finizio, che stanno lavorando a un’inchiesta sull’affare eolico in Basilicata, accompagnati dai signori Fidanza e Becce, imprenditori agricoli della zona, si recano in un cantiere fantasma, per realizzare un servizio che riguarda un impianto eolico in costruzione in contrada Serra Acqua Fredda di Tolve. Di quel progetto eolico il giornale Basilicata24 aveva già scritto nelle settimane precedenti.

Appena arrivati sul posto, i due giornalisti, cominciano a scattare foto e a fare riprese. Dopo pochi minuti vengono avvicinati da due uomini, poi si saprà essere figli del titolare della ditta esecutrice dei lavori. I due passano subito ai fatti.

Aggrediscono Finizio: gli strappano di mano il telefonino lo scaraventano nel terreno, lo calpestano, lo spezzano in due e lo fanno sparire. Il telefono distrutto e la scheda memoria, non sono mai stati ritrovati.

Giuseppe Fidanza nel tentativo di recuperare il telefono di Finizio viene inseguito e aggredito con calci e pugni, da tre uomini.

Sia durante l’aggressione che durante la fuga i giornalisti chiedono l’intervento dei carabinieri, attraverso due chiamate al 112. Analoga richiesta d’aiuto parte da Domenico Becce e da Giuseppe Fidanza.

Una volta in salvo, i quattro sono raggiunti dai militari della Stazione di Tolve e di Acerenza.

Gli aggressori vengono identificati. Ad avere la peggio Giuseppe Fidanza, ferito alla testa, con tagli alla fronte e al sopracciglio: i medici del pronto soccorso di Potenza, gli riscontrano un trauma cranico e ferite giudicate guaribili in una settimana.

Il giorno successivo, nel pomeriggio del 16 marzo, invitati dal dirigente della Digos, Michele Geltride, Finizio e Cavallo si recano in Questura a formalizzare la denuncia. Stessa cosa faranno Becce e Fidanza.

Il cantiere surreale

Il luogo dell’aggressione è un “non cantiere”, o meglio un cantiere oscurato. Perché un cantiere che non ha una recinzione e nessuna misura di protezione a tutela dei passanti, è un cantiere che non esiste. Perché un cantiere che ha una tabella esposta senza la data di inizio e fine lavori, è un cantiere che non esiste. Un cantiere che non ha barriere all’ingresso è un cantiere che non esiste. “A chi fa gioco un cantiere tenuto nascosto alla vista di chiunque? E soprattutto che ci fa lì una ditta non citata nel totem del cantiere, né come esecutrice, né come subappaltatrice? Chi dovrebbe autorizzare i veicoli ad accedere a un cantiere che non esiste? E di quali procedure da rispettare in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro si parla? E se quel cantiere esiste, qualcuno vada a fare tutti i controlli del caso.” È quanto ci chiediamo in quei giorni. Nessuno, ci risulta, abbia fatto alcun controllo. Eppure, i carabinieri giunti sul posto qualche domanda potevano farsela. Nessuno, per quanto al momento ci risulta, nonostante i nostri articoli sul quel parco eolico a dimostrazione di gravi irregolarità, ha ritenuto necessarie verifiche su quanto da noi scritto. E nessuno ci ha querelato per diffamazione in relazione ai contenuti di quegli articoli.

 I carabinieri

Il giorno dell’aggressione è strano il comportamento dei due carabinieri della stazione di Tolve. “Ci incrociamo sulla strada all’ingresso del Paese. Ci tengono fermi lì a chiacchierare per circa mezz’ora. Non ci identificano. Uno di loro riceve una telefonata, a quel punto ci invitano a seguirli sul luogo dell’aggressione. Giungiamo in prossimità della strada che conduce al cantiere fantasma. Incrociamo una pattuglia della Stazione di Acerenza che ci raggiunge sul posto.”

Insieme con i carabinieri di Tolve, Finizio raggiunge il luogo dell’aggressione, alla ricerca del telefonino. Tutti e tre setacciano in lungo e in largo il terreno: il telefonino non c’è, sparito. Nel frattempo uno degli aggressori, cambiatosi di abiti, a bordo di un Suv, arriva sul luogo dei fatti. Stranamente agli altri tre- Cavallo, Becce e Fidanza- viene impedito di ritornare sul posto dell’aggressione, mentre uno degli aggressori è autorizzato a passare. Perché? Che senso ha? L’uomo si ferma e minaccia Finizio alla presenza del maresciallo: “abbiamo capito chi siete, siete quelli di Basilicata24 non vi fate più vedere in giro”. Al tentativo di risposta di Finizio, il maresciallo interrompe: “basta mo’ con queste questioni personali”. Questioni personali? Quel signore ha minacciato un giornalista in presenza di un uomo delle forze dell’ordine. Ha offeso la divisa ignorandola. Tuttavia, il maresciallo rimane indifferente di fronte a tale sfacciataggine. Nessuno verbalizza nulla. Pochi giorni dopo i fatti, Giusi Cavallo scriverà una lettera al Comandante della Legione Carabinieri di Basilicata per informarlo, in modo circostanziato, circa il comportamento dei militari in quelle ore. La conseguenza? Qualche tempo dopo una convocazione in caserma ad Acerenza di cui ancora oggi fatichiamo a comprendere il senso.

 I processi fanno l’autoscontro

Ebbene, nei mesi successivi, chiuse le indagini, i signori della ditta che lavorava su quel cantiere sono stati rinviati a giudizio per l’aggressione, e fin qui tutto normale. Non è chiaro, invece, il motivo per cui, gli aggrediti siano stati rinviati a giudizio con l’accusa di diffamazione a mezzo stampa per aver scritto di essere stati aggrediti. Delle due l’una: o è superficiale il giudice che rinvia a giudizio gli aggressori o sbaglia il giudice che rinvia a giudizio gli aggrediti. Il pm che ci manda a processo per diffamazione lo sa che un suo collega ha mandato a processo gli aggressori che avremmo diffamato scrivendo che ci hanno aggrediti?

Il pm che ci manda a giudizio, quali indagini ha fatto e quali prove inequivocabili ha acquisito per ipotizzare un reato di diffamazione?

Per carità, in punta di diritto, ci sta. I due processi sono legittimi. Tuttavia, vogliamo sottolineare il fatto che esercitare il diritto-dovere di critica e di cronaca, e fare inchieste, da queste parti diventa sempre più difficile.

Sia chiaro, non abbiamo alcun timore del processo: non è il primo e non sarà l’ultimo. Siamo preoccupati, invece, e in questo non siamo soli, di come funziona la macchina giudiziaria. Preoccupazione fondata, ormai, su molte altre esperienze che, nostro malgrado, abbiamo vissuto e viviamo, non solo a Potenza, ma anche altrove: da Roma a Catanzaro, da Taranto a Matera, a Napoli.

Ce la siamo cavata anche quando ci hanno rinviati a giudizio per diffamazione nei confronti di un signore “potente” che era stato condannato in primo grado per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Sapete perché anche in questo caso siamo stati rinviati a giudizio? Perché avevamo scritto che quel signore era stato condannato in primo grado per traffico illecito di rifiuti. Per questo abbiamo dovuto affrontare un processo a Napoli, mentre quel signore era agli arresti. Naturalmente siamo stati assolti, ma nell’ennesimo processo inutile che rallenta la macchina giudiziaria e che fa sperperare denaro pubblico.

In conclusione, se qualcuno dovesse ritenersi diffamato anche da questo articolo, rispetti la fila.

Nella foto, il totem del cantiere fantasma

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