Veleni in Val d’Agri: “politica e magistratura hanno fatto spallucce per anni”

Una testimonianza dal territorio svela quanto sia difficile tutelare ambiente e salute quando di mezzo c’è il potere di una multinazionale del petrolio, la debolezza e la soccombenza delle istituzioni che non ascoltano i cittadini

Sperando che la “chiusura” degli impianti petroliferi annunciata oggi, a Tempa Rossa, possa segnare davvero una nuova fase, di rispetto verso territori e cittadini, vi proponiamo un approfondimento che svela quanto sia difficile tutelare aria e salute quando di mezzo c’è una multinazionale del petrolio.

Scenario val d’Agri. “L’Arpab è sostenuta dalla Regione, la Regione prende le royalties dall’Eni; basterebbe solo questo per intuire perché non è possibile realizzare un monitoraggio dell’aria che sia oggettivo e realistico”. Questo è il corollario da cui parte Peppino Frezza, medico di Spinoso, grande conoscitore della val d’Agri, che ci racconta in che modo naufragò uno studio elaborato alcuni anni fa con l’Università di Firenze.

Centraline fisse e trasmissione on line dei dati” Da quella ricerca, promossa dall’associazione Pro Vita Sana di Spinoso (Potenza), sono passati 9 anni. Correva il 2012 “e grazie a contatti con scienziati di calibro, arrivammo sino al rinomato Dipartimento di Chimica, di Firenze”, racconta il medico. Lo studio, che si proponeva di monitorare le emissioni nell’area del Centro Oli e dei pozzi, in val d’Agri, era innovativo e “avanguardista”. In sostanza prevedeva l’installazione di “7 centraline fisse e una mobile”. Grazie ad un sistema ben architettato, l’80% dei dati sulle emissioni “potevano essere visibili in tempo reale a tutti”, l’altro 20% entrava in un database e costituiva lo “storico” della piattaforma. Costo dello studio, “600mila euro”, un’inezia per la Regione Basilicata, visti i fiumi di royalties concesse dall’Eni. La ricerca, con tanto di studiosi indipendenti al seguito, “venne presentata al cineteatro di Moliterno – aggiunge Frezza – nel novembre 2012”. “Avevamo anche previsto – sottolinea – che dopo un anno l’Università di Firenze venisse affiancata da quella di Napoli per evitare possibili pressioni sull’Ente da parte della multinazionale”

De Filippo fece solo finta di accettare”! Ciò che accadde dopo è una plastica rappresentazione di come funziona il potere in Basilicata. Afferma il medico: “Ci fu anche un incontro con la stampa. L’allora Governatore De Filippo a parole si disse molto interessato alla ricerca. Partì in quinta”. Ma da quel momento scattò il cortocircuito. “Presentato lo studio e consegnato alla Regione non ne sapemmo più nulla”. Forse l’interessamento fu solo di facciata. Forse la ricerca venne usata in modo diverso se solo un anno dopo “una dottoressa dell’Arpab ci disse che ora i monitoraggi vengono fatti col sistema delle masse d’aria in movimento”. Ed era proprio uno dei principi cardine di quel lavoro. Lavoro mai finanziato perché “indipendente” e difficile da “controllare” a piacimento.

Quel pm che cestinò le nostre denunce” C’è un altro elemento che in quella fase scoraggiò il dottor Frezza. “In quel periodo – spiega – ci furono cattivi odori nella Valle e alcuni cittadini svilupparono allergie e malesseri diffusi”. Seguirono numerose denunce e ci si aspettava che la cosa avesse sviluppi penali. “E invece per uno strano gioco del destino a distanza di 6 mesi venimmo a sapere che il pm aveva deciso di non procedere”. Aveva fatto decadere le indagini e quindi le denunce. Ora si può argomentare in mille modi il perché di quella scelta, ma certo appare assurdo che anche la magistratura per anni abbia fatto spallucce davanti al grido di allarme di cittadini trattati alla stregua di indigeni selvaggi.

Una valle con soli 20mila abitanti era il luogo ideale per l’Eni” Una serie di eventi, tutti più o meno dello stesso segno, hanno tolto la fiducia nelle istituzioni. Dal 2016 fino ai nostri giorni ci sono state due inchieste sul petrolgate. “Disastro ambientale” e “smaltimento illecito di rifiuti” sono i reati contestati all’Eni in val d’Agri. Coi tempi della prescrizione che rischiano di inghiottire parte delle accuse. Ed eccoci tornati al punto di partenza. “Quando Eni, oltre 20 anni fa, iniziò ad estrarre – osserva Frezza – sapeva benissimo di trovarsi in una valle con poco più di 20mila abitanti, dove era facile spegnere sul nascere ogni protesta delle popolazioni”. Da allora ad oggi sono passati tanti anni, ma i veleni sono sempre lì. Così come il Cane a sei zampe. Padrone delle dinamiche ed elargitore di royalties. Pochi abitanti in val d’Agri, ancora meno a Tempa Rossa, dove la Total da 2 mesi estrae greggio, ma inquina, sotto mentite spoglie, da almeno 30 anni. Danni ambientali e ripercussioni altissime per le popolazioni dell’area. La storia si ripete. Tra tragedie e farse. Che sia la volta buona?