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In Basilicata l’abito fa il monaco

Ci sono dirigenti nella pubblica amministrazione, uomini e donne, che sono null’altro che uno stipendio

Quell’abito lo indossa senza imbarazzo, lo ha desiderato, cercato, supplicato. Per ottenerlo ha dovuto mentire, millantare, adorare i peggiori politici del luogo. Per quell’abito ha ceduto dignità.

Lo sa bene, lui non è un monaco, ma è ben travestito. Però da quando indossa quell’abito gli altri lo trattano come un monaco, per gli altri lui è un monaco perché l’abito da queste parti fa il monaco.

E dunque lui si veste da direttore generale, ma in un Paese normale vestirebbe i panni adatti alle sue competenze, alle sue capacità, alla sua dignità di uomo qualunque, in un ufficio qualsiasi a sbrigare pratiche banali.

Ma ormai lui indossa quell’abito e lentamente si convince di essere quello che non è: un dirigente capace, esperto, autorevole e, tanto per godere, arrogante. Lui non è un dirigente, lui è uno stipendio.

Ha imparato a memoria tutto quanto basta per apparire monaco: frasi fatte, discorsi complicati e vuoti, burocrate della peggiore specie, di quelli  “che ci posso fare io”, quelli che “non dipende da me”, quelli che “vedremo, torni tra un mese”.

Ha imparato, però, a rispondere all’istante agli stimoli del padrone, quello che gli ha fornito l’abito. Fai quella delibera, ordina quel mandato di pagamento, chiama quel consulente, assumi quel ragazzo: “subito, signorsì”.

E come vuoi che funzionino certi apparati, aziende pubbliche, enti sub regionali, uffici regionali, quando a dirigerli c’è un abito anziché un monaco?

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