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L’inchiesta della Procura di Potenza: così l’ex procuratore Capristo e l’avvocato Amara “gestivano” la giustizia

Obbligo di dimora per Carlo Capristo e arresto per l'avvocato siciliano. Indagati a piede libero altri magistrati

Ci sarebbe uno scambio di favori nei procedimenti giudiziari sull’ex Ilva di Taranto nell’inchiesta della Procura di Potenza nell’ambito della quale è stato arrestato l’avvocato siciliano Piero Amara, e disposto l’obbligo di dimora per l’ex procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo. Tra gli altri indagati il poliziotto Filippo Paradiso (arresto in carcere) e l’avvocato di Trani, Giacomo Ragno (domiciliari), Nicola Nicoletti (domiciliari). Indagati a piede libero Michele Nardi magistrato, Antonio Savasta, magistrato, Massimiliano Soave, commercialista, Franco Maria Balducci, Flavio D’Introno.

Le misure cautelari disposte dal gip di Potenza sono state eseguite dalla Guardia di Finanza di Potenza e Molfetta e dalla Squadra Mobile di Potenza. I reati per cui si procede sono corruzione, concussione, favoreggiamento, abuso d’ufficio.

Le investigazioni sono cominciate nel giugno 2020. La procura potentina guidata da Francesco Curcio ha puntato i riflettori sui rapporti tra magistrati e avvocati da una parte e avvocati ed ex Ilva dall’altra. Al centro delle indagini anche i procedimenti per due incidenti mortali sul lavoro all’ex Ilva di Taranto, oltre che il procedimento Ambiente svenduto per disastro ambientale nelle città jonica.

Sono diversi i capitoli dell’inchiesta che vedono coinvolto l’ex procuratore Capristo che appare come il filo rosso che lega tutta l’indagine.

Secondo i magistrati Capristo, quale Procuratore della Repubblica di Trani, al fine di consentire al funzionario di cancelleria Cotugno Domenico, responsabile della sua Segreteria e persona a lui particolarmente legata, di eludere le indagini prima si sarebbe auto-assegnato il procedimento penale a carico di ignoti relativo ad una fuga di notizie a beneficio dei difensori degli indagati riguardante le indagini e le intercettazioni relative a gravi reati contro la Pubblia amministrazione, poi avrebbe omesso di svolgere qualsiasi indagine al fine verificare chi, all’interno degli apparati giudiziari e di polizia, avesse propalato la notizia relativa alle indagini in corso (ancora segrete) nei confronti, fra gli altri, di De Feudis Sergio e Antonio Modugno nonostante esistessero elementi indiziari che consentissero di approfondire le investigazioni proprio su Cotugno.

Sempre Capristo in concorso con il magistrato Michele Nardi (a piede libero) è indagato per corruzione in atti giudiziari. L’allora procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, avrebbe venduto la sua funzione giudiziaria a Nardi in cambio del suo impegno a sostenerlo nella nomina di Procuratore della Repubblica di Trani (avvenuta nel 2008) Impegno che secondo la procura di Potenza si sarebbe sostanziato in un’attività di raccomandazione, persuasione, sollecitazione nei confronti di chi era in grado di determinare la nomina di Capristo. Una volta nominato procuratore di Trani, Capristo, sarebbe venuto meno ai suoi doverdi di imparzialità nell’esercizio dell’azione penale e dei suoi poteri di indagine, di vigilanza e sorveglianza sui magistrati del suo ufficio, garantendo totale, stabile e permennete protezione dei variegati e illeciti interessi di Nardi e di persone di suo interese nonché la protezione e copertura in favore dei sostituti procuratori della repubblica Antonio Savasta e Luigi Scimè, con i quali lo stesso Nardi avrebbe aggiustato procedimenti di suo interesse presso l’autorità giudiziaria di Trani e con i quali avrebbe svolto attività delittuose lucrose che ruotavano intorno a procedimenti penali loso assegnati.

Capristo- spiega ancora la Procura- in conseguenza dell’accordo corruttivo da una parte curava in prima persona gli interessi di Nardi, in procedimenti che lo vedevano sia parte offesa che indagato, dall’altra pur considerato i magistrati Savasta e Scirè poco affidabili in quanto dediti a perseguire interessi non istituzionali nell’esercizio delle loro funzioni, pur sapendoli coinvolti in numerose vicende di natura penale e disciplinare e pur in presenza di richieste anomale dei due sostituti, anziché vigilare sulla loro attività giudiziaria, li avrebbe valorizzati sia dal punto di vista professionale, attribuendo loro incarichi di particolare rilevanza, sia con giudizi lusinghieri e tutelandoli con azioni ed omissioni nelle sedi competenti a valutare le condotte illegittime degli stessi.

Piero Amara, Capristo, Nicola Nicoletti, Filippo Paradiso e Giacomo Ragno. Capristo inoltre avrebbe veduto la propria funzione giudiziaria, sia quando era procuratore di Trani che di Taranto, agli avvocati Piero Amara e  Giacomo Ragno. In questo caso a fare da intermediario tra Capristo e Amara sarebbe stato Filippo Paradiso, poliziotto in servizio al Ministero dell’Interno. In cambio l’ex procuratore avrebbe ottenuto l’interessamento di Amara e Paradiso (remunerato dall’avvocato Amara) per gli sviluppi della sua carriera. Avendo cessato l’incarico di procuratore capo di Trani, nel 2016, teneva particolarmente- scrive la procura- all’interessamento dei due affinché gli venisse assegnato un altro incarico nelle procure vacanti tra cui la Procura generale di Firenze, la Procura della Repubblica di Taranto.

Per questo nella sua qualità di procuratore capo di Trani, al fine di accreditare presso l’Eni Amara, quale legale in grado di interloquire direttamente con i vertici della procura e quindi al fine di agevolarlo nel suo percorso professionale, si sarebbe autoassegnato, in co delega con i sostituti Savasta Antonio e Alessandro Pesce due procedimenti penali scaturiti da due esposti anonimi redatti dallo stesso Amara e consegnati a mani proprie o per il tramite di un fiduciario allo stesso Capristo. Nonostante la palese strumentalità degli esposti anonimi che li avevano generati nei quali veniva prospettata la fantasiosa esistenza di progetto criminoso — che risultava, in modo ovviamente artificioso, concepito in Barletta, (proprio affinchè il fatto fosse di competenza della Procura di Trani) — che mirava a destabilizzare i vertici dell’Eni ed in particolare a determinare la sostituzione dell’Amministratore Delegato De Scalzi, che in quel momento era invece indagato dalla AG di Milano per gravi fatti di corruzione, sicché con le delazioni ln esame si intendeva fare apparire il De Scalzi come vittima di un complotto ordito da soggetti che avevano rilasciato presso la procura di Milano dichiarazioni indizianti a suo carico.
Capristo disponeva lo svolgimento di indagini anche approfondite ed inconsuete, se non illegittime (fra cui escussioni ed acquisizioni tabulati) in considerazione della natura anonima dell’esposto, anche sollecitando in tale senso i colleghi co-delegati che invitava in più occasioni ad effettuare ulteriori approfondimenti investigativi che risultavano funzionali agli interessi di Amara.
Inoltre l’allora procuratore capo Capristo accettava una interlocuzione assolutamente impropria ed anomala con Piero Amara sulle vicende investigativ oggetto degli esposti anonimi nonostante alcun indagato o parte offesa avesse nominato Amara quale proprio legale e nonostante i procedimenti fossero stati secretati. Con tale condotta Capristo avrebbe consentito ad Amara di proporsi e mettersi in luce presso Eni, per un verso, come punto di riferimento e tramite verso la AG in quella specifica vicenda e, per altro verso, come legale meritevole di nuovi ed ulteriori (e ben remunerati) incarichi.

Capristo, Amara, Nicoletti e l’ex Ilva. Nella qualità di Procuratore della Repubblica di Taranto, al fine di accreditare Amara e Nicoletti presso Ilva InAs e al fine di agevolare la loro ascesa professionale Capristo si mostrava amico ed estimatore sia di Amara che di Nicoletti e si sarebbe reso promotore di un approccio dell’ufficio certamente più aperto, dialogante e favorevole alle esigenze dell’Ilva, così da rafforzare nell’Amministrazione Straordinaria di Ilva — e, in particolare, nel Laghi Enrico – il convincimento che Amara e Nicoletti, potessero più agevolmente di altri professionisti interloquire con la Procura di Taranto.

Ambiente svenduto, il ruolo di Capristo. Nel procedimento Ambiente Svenduto, per disastro ambientale ed altro, Capristo avrebbe assecondato e portato a conclusione, coordinando un composito gruppo di pm delegati, le “trattative” svolte in diversi incontri per una applicazione della pena ex art 444 cpp seguite alla proposta di Ilva in AS persona giuridica (che attribuiva a tale “patteggiamento” valore strategico, non solo a livello processuale, ma anche ai fini dello sviluppo economico e produttivo dell’azienda), della quale Piero Amara era divenuto consulente esterno, e di cui Nicoletti era pure grande fautore, richiesta che veniva poi rigettata dall’Organo Giudicante competente;

L’incidente mortale dell’operaio  e il consulente “suggerito” da Amara. Nel procedimento per l’incidente mortale avvenuto il 17 settembre 2016, costato la vita all’operaio Giacomo Campo nel quale Aamara veniva nominato difensore di fiducia dell’Ilva Spa in A.S., Capristo avrebbe ricevuto indicazioni dallo stesso Amara per la nomina di Sorli Massimo quale consulente tecnico che avrebbe dovuto svolgere un sopralluogo e connessi accertamenti presso l’impianto, come poi avvenuto,. Il consulente, infatti la domenica 18 settembre 2016 giuse a Taranto, da Torino, con un volo aereo pagato da Amara tramite un suo prestanome, Miano Sebastiano. In serata l’ingegnere Sorli, riceveva l’incarico per gli accertamenti irripetibili e il lunedì concludeva il sopralluogo.

Capristo, terminati gli accertamenti sollecitava i suoi sostituti a provvedere con massima sollecitudine al dissequestro dell’Afo 4 avvenuto poi nelle ore successive peraltro sulla base dell’impostazione difensiva dell’Ilva, rivelatasi infondata, relativa alla insuperabile necessità di alimentare, per mezzo dei macchinari coinvolti nel sinistro, l’altoforno e, quindi, impedire sbalzi di temperatura che lo avrebbero danneggiato. Al contrario in epoca successiva emergerà come tale temperatura costante all’interno dell’altoforno potesse essere mantenuta anche attraverso altri, ma più costosi sistemi). Ma non finisce qui. Capristo.sempre secondo i magistrati potentini- dgstiva, subito dopo l’incidente, i rapporti con la stampa in modo da fare intendere sia pure implicitamente ma univocamente, che Ilva in As, ovvero i suoi dirigenti, potessero essere stati vittime di attività di sabotaggio in loro danno e comunque proponendosi quale garante delle politiche di risanamento ambientale poste in essere da Ilva e quindi dai Commissari straordinari (manifestando pubblicamente, in più occasioni, che la sua Procura avrebbe a questo fine lavorato in sinergia con l’Ammimstrazione Straordinaria).

Capristo inoltre, in più occasioni avrebbe manifestato apertamente, all’esterno ed all’interno dell’ufficio, la sua posizione “dialogante” con Nicoletti (che così accreditava, al pari di Amara, presso la struttura commissariale come elemento indispensabile per la gestione dei rapporti con lautorità giudiziaria tarantina) e la sua benevola predisposizione ad assecondare e considerare le esigenze della struttura commissariale di Ilva determinando un complessivo riposizionamento del suo Ufficio rispetto alle pregresse, più rigorose, strategie processuali ed investigative, manifestate dalla Procura della Repubblica diretta dal suo predecessore (che ad esempio aveva rigettato una precedente richiesta di applicazione pena presentata da Ilva in AS persona giuridica);

In altro procedimento, per l’incidente mortale all’ex Ilva in cui perse la vita l’operaio Alessandro Morricella,  il procuratore Capristo dapprima avrebbe sollecitato il pm titolare delle indagini a concedere la facoltà d’uso dell’AFO 2, nonostante l’accertata parziale inadempienza da parte dell’Ilva alle prescrizioni; poi avrebbe concordato con Nicoletti, che conseguentemente esercitava pressioni sull’avvocato Francesco Brescia (dell’ufficio legale Ilva), affinché l’operatore sul “campo di colata” fosse indotto a confessare la sua esclusiva responsabilità al fine di escludere qualsivoglia coinvolgimento dell’azienda e della dirigenza; quindi richiedeva al pm titolare di valutare favorevolmente la posizione dell’ingegnere Ruggero Cola, difeso dall’amico avvocato Ragno, suggerendone lo stralcio e la definizione con richiesta archiviazione (senza raggiungere l’intento grazie alla opposizione del pm che non aderiva alla impostazione difensiva sebbene condivisa dal Procuratore); infine, approfittando del periodo di ferie del pm titolare — avrebbe indotto il sostituto in servizio ad esprimere parere favorevole a tale facoltà d’uso.

A fronte di tali favori resi da Capristo, Nicoletti, abusando della sua qualità di gestore di fatto degli Stabilimenti Ilva in AS di Taranto, condizionava i dirigenti Ilva sottoposti a procedimenti penali a Taranto (procedimenti nei quali rispondevano per reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni) affinché conferissero una serie di incarichi difensivi – poi remunerati dall’Ilva in AS, – all’avvocato Giacomo Ragno , considerato dagli inquirenti alter ego di Capristo, in ragione dello stretto legame tra i due risalente fin dai tempi in cui Capristo era Procuratore della Repubblica di Trani.

L’ultimo capitolo coinvolge oltre Capristo, anche i magistrati Antonio Savasta e Michele Nardi, l’avvocato Giacomo Ragno, il commecrialista Massimiliano Soave. In concorso tra loro gli indagati avrebbero costretto Sergio e Massimo Zuccaro, indagati per riciclaggio, a dare mandato all’avvocato Ragno, quale difensore di fiducia e al commercialista Soave quale consulente di parte e ad erogare agli stessi solo quale anticipo e senza alcuna attività difensiva la somma complessiva di 15mila euro. I due indagati infatti si sarebbero convinti che soltanto grazie al rapporto confidenziale che Ragno aveva con i magistrati oggi indagati, avrebbero potuto ottenere giustizia.

La procura di Potenza ha inoltre disposto il sequestro preventivo di 278mila euro nei confronti dell’avvocato Giacomo Ragno, pari all’importo delle parcelle rofessionali pagate da Ilva in As in suo favore. Tali somme infatti sono ritenute, alla luce degli indizi raccolti, provento del delitto di corruzione in atti giudiziari e del delitto di concussione.