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Profili lucanici: il papponcello

Le natiche che si credono zigomi

Il papponcello è in carriera con le società che hanno a che fare con la pubblica amministrazione. Trentenne o anche quarantenne, spesso laureato, soffiato come uno sputo da un’università qualunque. Solitamente raccomandato. Pratico di zerbinismo, è sempre pronto a leccare il sedere del padrone. È “un signor sì” educato alla scuola degli affarismi più spietati.

Il papponcello è una figura diffusa. Lo vedi aggirarsi tra i Palazzi, in giacca e cravatta di circostanza o anche in tenuta casual-intellettual-chic-alternative. È disposto a tutto. Di lui il politico di riferimento si può fidare. Cocaina, tangenti, incontri riservati. Il papponcello aspira a diventare direttore di qualcosa, amministratore delegato di una qualunque società amica o partecipata dalla Regione.

Lui vuole i soldi e la bella vita da manager o da vip di provincia. Ha imparato quattro chiacchiere all’Università e crede di possedere la scienza del management. Frivolo per natura, ama esporsi nei salotti della vacuità dove i politici si esibiscono in fatui discorsi. Quando respira l’aria del potere, va in estasi. Torna a casa soddisfatto, anzi “fatto”, pieno di un futuro immaginario che gonfia i sogni della notte.

L’esemplare femmina indossa tacchi e leggings simil sexy, o anche gonne corte improbabili. Muove le labbra come un ruminante. Trascina le gambe come una subrette al circo equestre e smanetta il sedere come una palla che rotola su un terreno scomposto.

Il papponcello è il simbolo della culocrazia. Alcuni politici che in questi anni hanno distrutto la Basilicata all’origine erano dei papponcelli scriteriati e indiavolati.

Hanno fatto carriera comportandosi come il duca d’Uzès: Il Re Sole chiese al duca d’Uzès quando la moglie avrebbe partorito e lui senza esitazioni rispose: “Quando vorrà vostra Maestà.”