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La Basilicata fra lo sviluppo mancato e la transizione necessaria

"Qualcuno ha scritto che l’ecologia senza lotta di classe è giardinaggio. In Basilicata oltre all’assenza storica di un modello di sviluppo e di una dimensione sociale della giustizia, è venuta meno anche l’idea di ecologismo stesso"

Risale ai primi decenni del 1900 il primo incontro dei lucani con il petrolio e l’idea che esso potesse diventare catalizzatore di sviluppo e progresso. Sviluppo e progresso tanto desiderati, oggi come allora, evidentemente mai arrivati, con buona pace della classe dirigente che ne ha gestito le trattative e le risorse. In quegli anni era Tramutola il luogo eletto ad “epicentro economico” regionale, dove i cittadini avevano una certa familiarità con un odore atipico diffuso da una sostanza nerastra che sgorgava naturalmente dal terreno e formava numerosi rigagnoli. L’11 maggio 1901 il consiglio comunale di Tramutola approvò la delibera “Voto al Governo del Re, perché sia inviato in questo Comune un Ingegnere delle Miniere con l’incarico di osservare la zona petrolifera esistente in questo territorio”.

Seguirono a tale delibera una serie di ispezioni, con le quali si giunse alla conclusione, tra la delusione degli abitanti del territorio, che investimenti per la coltivazione di idrocarburi in tale territorio non sarebbe stato economicamente vantaggioso per il territorio in quel contesto storico e amministrativo. La storia, però, non si fermò a quei primi incontri tra lucani e petrolio. Le attività che si svolgono oggi in Basilicata sono autorizzate da apposita concessione, denominata “concessione Val d’Agri”, rilasciata nel 1998 e poi ampliata nel 2005 con l’unificazione delle concessioni Grumento Nova e Volturino, con validità sino ad ottobre 2019, operante in stato di deroga fino al 30 aprile 2021, data del nuovo accordo preliminare che, da quello che si apprende, è in attesa di ratifica e, pertanto, si continua ad estrarre senza compensazioni ambientali. Le compensazioni verranno finanziate in misura retroattiva con il nuovo accordo. Ma fino ad allora chi tutela territorio e cittadini?

All’attuale assetto produttivo si è giunti dopo prolungate indagini esplorative e procedure autorizzative che ebbero avvio nel 1979, mezzo secolo dopo le illusorie speranze dei cittadini di Tramutola, e che sfociarono nelle prime operazioni di coltivazione dei primi anni novanta. Ripercorrendo la storia del rapporto tra popolo e petrolio, costante è la speranza di progresso e sviluppo che accompagna i sentimenti del popolo lucano quando le “torri di fuoco” arrivano sul territorio.

Progresso e sviluppo che spesso e volentieri ha fatto nel tempo il paio con altri slogan ripetuti a più riprese nel tempo da petrolieri e politicanti lucani e non: “royalties”, “sviluppo sostenibile”, “compensazione ambientale”, “possibilità di lavoro” e “saremo come la Norvegia”. A tirar le somme, dopo più di trent’anni dall’avvio dei primi impianti di coltivazioni, possiamo facilmente dire di non essere diventati come la Norvegia e che si fa sempre più difficile credere che ciò possa accadere. Partiamo dalla prima illusoria speranza che ha da sempre accompagnato la popolazione lucana, al netto di chi si è sempre opposto e continua a farlo a qualsiasi progetto di coltivazione di idrocarburi sul territorio, ovvero “progresso e sviluppo”. (continua nella pagina successiva)