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Emissioni odorigene area industriale di Tito: la polvere sotto il tappeto non risolve il problema

La causa è nota a tutti. Verrebbe da chiedersi come mai non ci sono impianti di compostaggio in regione, come mai da almeno vent'anni non si è mai programmato e realizzato una tale impiantistica, necessaria e fondamentale per chiudere il cerchio della raccolta differenziata dei rifiuti nei nostri comuni?

Non è la prima volta che nell’area industriale di Tito ci siano reazioni e forti lamentele (da parte di chi ci lavora nelle diverse aziende ivi situate, di chi frequenta quella zona, ma anche da parte dello stesso Comune di Tito per voce del suo sindaco), rispetto ai cattivi odori, forti olezzi, emissioni odorigene che pervadono l’intera area, in particolar modo nella stagione estiva. La causa di tutto questo è fin troppo risaputa dagli addetti ai lavori nelle istituzioni locali e regionali. La fonte che produce questa condizione di aria irrespirabile e fortemente imputridita, che di fatto nuoce alla respirazione di chi opera in quell’area, è un’azienda che riceve i materiali organici da raccolta differenziata di numerosi comuni in prevalenza in provincia di Potenza. Non potendo sottoporli a trattamento perché non è un impianto di compostaggio, li tiene temporaneamente in stoccaggio prima di avviarli fuori regione (anche in località distanti) affinché vengano lavorati in impianti dedicati. I comuni, cioè, pagano un deposito temporaneo, presso questa azienda, della frazione organica raccolta in modo differenziato e pagano per il loro trasferimento presso altri impianti extraregionali.

L’azienda, che si chiama New Ecology System-NES, gode cioè di una situazione così privilegiata, ormai da diversi anni, per il fatto che sopperisce all’assenza di impianti di compostaggio in Basilicata, unica regione in Italia a non averli.

Verrebbe da chiedersi come mai non ci sono impianti di compostaggio in regione, come mai da almeno vent’anni non si è mai programmato e realizzato una tale impiantistica, necessaria e fondamentale per chiudere il cerchio della raccolta differenziata nei nostri comuni. Cerchio che oggi non è chiuso, perché questi materiali non vengono lavorati per produrre concime organico in Basilicata ma prendono altre strade, vanno fuori regione, anche in posti lontani con un aggravio di costi molto alto. Perché, appunto, questi impianti che dovrebbero essere oggetto, sia nel numero che nella localizzazione geografica, del Piano d’Ambito regionale che Egrib (Ente di Governo per i Rifiuti e le Risorse Idriche) da oltre quattro anni non ha ancora elaborato e presentato alla Regione. Un Piano in cui si analizzi e verifichi produzione di materiale organico da raccolta differenziata nei diversi ambiti comunali e fabbisogni impiantistici per aree, e si decida quanti e dove realizzare ed avviare tali impianti che non vede ancora la luce.

E nel frattempo, mentre i comuni spendono molto per conferire alla NES e far trattare altrove la loro raccolta differenziata della frazione organica, questa azienda si avvantaggia con enormi profitti da questa situazione di perenne latitanza e ritardo istituzionale regionale in questo settore.

Sarebbe ora di far notare a qualcuno che gli impianti pubblici (o pubblici affidati con bandi a gestione privata) sono necessari per quello sviluppo sostenibile, o economia circolare, di cui in tanti si riempiono la bocca ma quasi nessuno mette in pratica. Lo stesso sindaco di Tito, che nei giorni scorsi ha rilanciato all’Arpab la richiesta di maggiori controlli e monitoraggi, avrebbe osteggiato nel passato recente, un possibile impianto di compostaggio nell’area industriale.

Lo stesso assessore regionale all’Ambiente, Gianni Rosa, in risposta alla nota del sindaco Scavone, ammette che in quell’area sono presenti impianti di trattamento rifiuti, che, per dimensioni e caratteristiche, non sono sottoposti ad Aia. Tuttavia, i problemi si risolvono alla radice.