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Se avessimo ascoltato Carlo Levi oggi la Basilicata sarebbe migliore

Le posizioni ideologiche di Santino Bonsera e l’eredità culturale dell’intellettuale torinese

Santino Bonsera, presidente del Premio Letterario Basilicata, risponde sulle pagine di un altro giornale a un mio editoriale apparso, invece, su questa testata. Molto originale la scelta del “luogo” del confronto. La partita si gioca a Roma e Bonsera va a Rimini a tirare la palla. Prima di rispondere nel merito del mio articolo, il presidente Bonsera, preferisce un incipit fuori campo attribuendomi un’importanza che non merito. Mi annovera tra i personaggi che anche in passato hanno tentato di asservire il Premio Basilicata a interessi personali e di partito. Non solo, il sottoscritto avrebbe attaccato il Premio con argomentazioni retoriche e populiste. L’articolo è qui, i lettori potranno farsi un’idea. Devo comunque informare Bonsera che non mi sono mai occupato del Premio prima d’ora, mai detto né scritto una parola. Sono interessato ai fatti, non alle targhe e ai palcoscenici.

Chiedo scusa per queste mie precisazioni che nulla c’entrano con il contenuto di quello che spero sia un dibattito, un confronto e non una partita di ping pong tra sfoggi di erudizione e dotte citazioni.

Questa mia riflessione ha un limite, il lettore non può confrontarla con quanto scritto da Bonsera. È la conseguenza del fatto che quando un giornale prova ad aprire un dibattito, è su quel giornale che bisogna intervenire. Tuttavia se il lettore ha voglia può scaricare da qui l’immagine dell’articolo del presidente, piuttosto leggibile anche se con un po’ di fatica.

E veniamo al dunque. Nel mio articolo del 5 agosto scorso chiedevo ai dirigenti del Premio di spiegare meglio  le seguenti affermazioni: Nei circa venti anni di peregrinatio del Premio Basilicata nella provincia, abbiamo potuto rilevare che la rappresentazione della nostra regione nella  storia “ufficiale”  è falsa: scritta dai piccoli/grandi uomini, pretesi storici,  che, baloccandosi con la civiltà contadina, con le lotte operaie, con le “masciare”, hanno descritto il popolo lucano chiuso e isolato sui monti inaccessibili,  immerso nell’ignoranza e nella superstizione, incapace di partecipare alla vita civile della nazione, crocifiggendolo nell’assurda rappresentazione di un popolo senza storia, anzi fuori del processo storico, secondo la concezione di Levi, per il quale la Basilicata è ‘terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre’. A Levi ancora si ispirano in modo acritico cultori di storia patria.”

Una posizione non completamente condivisa dal sottoscritto e da molti altri, su cui un dibattito pubblico mi è apparso necessario e interessante. Bonsera nella sua risposta chiarisce il senso e la fondatezza intellettuale di quella affermazione richiamando l’opinione di alcuni studiosi che la sostengono. Tuttavia, a mio modestissimo parere, l’affermazione rimane arbitraria e ideologica.

Dire che in Levi “prevaleva un’inclinazione antropologica che anziché pendere dalla parte della civilizzazione della storia pendeva verso la magia e la zoologia”, è un’affermazione assolutamente arbitraria e giustificata soltanto da un vigore ideologico.

“La storiografia lucana che si ispira alla concezione sociologica di Levi – scrive Bonsera – è ripetitiva e tutta ripiegata a raccontarci la Basilicata della miseria abbandonata a se stessa ancora immersa nel mondo arcaico ove si svolge tuttora la vita primitiva della cosiddetta civiltà contadina…”

Insomma, per farla breve, Bonsera, richiamando anche altri studiosi, solo alcuni naturalmente, quelli che sostengono le tesi a lui care, mette sul piatto la contrapposizione tra la realtà di una Basilicata moderna, civilizzata, protagonista nella storia del Mezzogiorno e del Paese e la realtà narrata da Levi e ripresa da altri storici e intellettuali di una Basilicata arcaica, primitiva, avviluppata nella cosiddetta civiltà contadina.

Questa contrapposizione per cui le due realtà descritte sono tra esse alternative, è un azzardo interpretativo che segnala uno scarso approfondimento dell’opera di Carlo Levi e delle connessioni con l’opera di Scotellaro, De Martino e altri, Pasolini compreso.

Carlo Levi e Pierpaolo Pasolini si conoscevano e si stimavano molto e soprattutto su un punto si trovavano in perfetta sintonia. Per loro – cito Filippo La Porta – “il mondo che si presume arretrato, o arcaico, o appena sfiorato dalla modernità, non è un mondo da redimere, da correggere, ma contiene una sua verità preziosa, che getta un dubbio su qualsiasi magnifica sorte progressiva. Il sottoproletariato delle borgate romane contiene, accanto al degrado obiettivo, una “alterità” che mette in discussione tutti i valori dell’allora boom industriale e modernizzazione (imperfetta) del nostro paese. E così la Lucania significa, per Carlo Levi, la civiltà contadina, che conosce nell’esperienza concreta del confino e non in qualche libro di storia o di antropologia. E scorgeva nella civiltà lucana – arcaica, preistorica, magica, fiabesca – non solo e non tanto un mondo da emancipare, da restituire al progresso quanto un modello alternativo di civiltà, e cioè una alternativa all’homo economicus della civiltà borghese, urbano-industriale, al culto della Storia.”

E questa alterità esprimeva una critica radicale all’idea di progresso che ha portato la Basilicata nelle condizioni attuali. Per Levi “è impensabile una modernità che non sia fatta anche dei valori della civiltà contadina, di quella particolarissima visione della vita e della morte”.

Ecco, non aver compreso fino in fondo il pensiero leviano di progresso e modernità, assolutamente condiviso da Pasolini, è stata una delle cause della distruzione delle alternative di sviluppo a cui la Basilicata potesse aspirare.  Il disastro industrialista che ha colpito la regione dagli anni ‘60 in poi, gli insediamenti petroliferi e le conseguenze nefaste, sia sul piano economico sia sul piano sociale, sono l’esito di un’idea di modernità distorta.  Il pensiero leviano indicava una strada per la costruzione di un’identità lucana dello sviluppo, un’identità che stiamo ancora cercando.

L’esempio inequivocabile della prospettiva di Levi nella relazione mondo contadino- modernità è Matera oggi. L’esempio inequivocabile della critica irrazionale e ideologica mossa a Levi è in quello che è accaduto in val Basento a Tito, in val d’Agri, nella valle del Sauro. Senza giri di parole, Levi immaginava l’emancipazione di quel mondo contadino nel solco di un progresso che ne conservasse le radici buone e lasciasse essiccare quelle cattive. Altro che “mondo arcaico ove si svolge tuttora la vita primitiva”.

E dunque, credo che la critica superficiale e ideologica mossa a Carlo Levi da studiosi, intellettuali e storici cari a Bonsera sia una delle cause per cui il mondo contadino in Basilicata non sia transitato nella modernità, ma sia stato travolto da un “progresso” che lo ha escluso, annullato quasi completamente. C’è stata un’evacuazione pianificata dei valori della civiltà contadina dai loro luoghi naturali.

Lo spopolamento di questi anni è anche spopolamento di ricchezze e di valori legati a quel mondo. E così la politica, taluni intellettuali con la loro falsa modernità, ci hanno portati a vedere tutte le cose con un prezzo, senza dignità. E dunque anche il tempo e il suo scorrere lo abbiamo percepito come kronos: misurato dalle lancette, quantificabile, che passa e richiama l’attesa. Mentre l’egemonia del capitale, il dominio della corruzione, degli interessi egoistici, della cultura del denaro e del vacuo progresso si allargavano inesorabilmente. Proprio quando la dignità e i valori si sarebbero dovuti innescare nel kairos: tempo in quanto successione infinita di momenti e circostanze potenzialmente rivoluzionarie, tempo come occasione, potenza, cambiamento. Ed è questo il tempo che abbiamo perso. Grazie anche a chi ha emarginato il pensiero autentico di Levi, di Pasolini, di Scotellaro.

E allora siamo passati dagli abbracci alle strette di mano. Abbiamo imparato a stringere le mani per fare patti e disimparato ad abbracciarci per fare comunanza e condividere una modernità e un futuro che un tempo potevano appartenerci.

In fine mi chiedo e chiedo a Bonsera: Dove sono finiti gli intellettuali veri, quelli che picchiano sulle ferite per consegnarle alla memoria? Dove sono gli intellettuali veri, quelli che scavano nelle coscienze per tracciare percorsi di emancipazione? Dopo Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Tommaso Pedio e pochi altri, in Basilicata il nulla. Solo circoli chiusi a chiave dove si sfoggiano citazioni a convenienza.

Detto questo, Santino Bonsera, raffinato elegante ed educato intellettuale lucano, poteva risparmiarsi paragoni con la scuola di Barbiana che cita con malcelato disprezzo nel suo articolo: “… si tratta di un Premio nazionale e non di una scuola di Barbiana in salsa lucana”. Ma il culmine inspiegabile del furore scomposto del presidente del Premio Basilicata è quando scrive che “sulle critiche avanzate c’è un tentativo della cultura sinistro-populista di impadronirsi del Premio per ridurlo alla propria statura di mediocrità”. I fantasmi e le streghe non dovrebbero riguardare un intellettuale illuminato che disprezza masciare, magie, leggende e monachicchi. Tuttavia oggi scopriamo che anche Bonsera ha le sue “credenze” e le sue misteriose percezioni. Da ultimo, un intellettuale dovrebbe sapere che le critiche sono il sale della conoscenza e non l’arma di presunti usurpatori.

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In apertura: Carlo Levi in visita ad Aliano nel 1960. https://www.museialiano.it/carlo-levi/ Foto di Mario Carbone