Quantcast

Afghani in Basilicata: abbiamo bisogno di aiuto

"Alcuni di noi hanno seri problemi di salute e hanno bisogno di visite mediche specialistiche"

Hanno nomi per noi quasi impronunciabili: si chiamano Abdurraziq, Rohullah, Hoshang. Si sono lasciati dietro il clima di terrore instaurato in Afghanistan dal ritorno dei Talebani. Da qualche settimana con un ponte aereo sono giunti in Italia, e in numeri ridotti anche in Basilicata. Li abbiamo incontrai in una struttura della provincia di Potenza, dove sono ospiti. Appaiono spaesati, i loro volti ci insegnano cosa vuol dire fuggire da una guerra infinita. Sono giovani uomini, donne e bambini. Tra loro un medico, un giornalista, alcuni studenti, alcuni nuclei familiari e chi è fuggito solo, ancora con gli infradito ai piedi, e senza famiglia al seguito. Parlarci insieme, in un inglese stentato, non ci impedisce di intuire quale sia il loro stato del momento.

Qualcuno sogna Milano, qualcun altro non ha ancora elaborato del tutto come sia stato possibile che dopo una fase di ‘quasi’ progresso durato 20 anni, con gli americani nella capitale afghana, oggi tutto sia precipitato così in fretta. Tra i bisogni concreti, scarpe, vestiti, difficoltà ad abituarsi ad una nuova cultura, ad una nuova alimentazione.

Ma da esseri umani, oltre che cronisti, c’è qualcosa, in questo incontro che ci ha colpiti. Tra di loro un medico che parla bene l’inglese ci ha spiegato: “Da ieri abbiamo i documenti, finalmente respiriamo un po’ di libertà, ma tra di noi c’è qualcuno che ha problemi di salute, non sappiamo a chi rivolgerci”. Proseguendo nel dialogo, il dottore ci parla di un ragazzo con “problemi reumatici”. La cosa ci sembra non grave, poi il dottore fa segno verso il cuore e dice “heart”. Chiarisce che un ragazzo, tra di loro, ha “seri problemi cardiaci” e ha bisogno di cure. Mentre un altro signore ha problemi a un orecchio e avrebbe bisogno di un otorino.

A quel punto, da parte nostra, non indossando camici, ma solo una misera penna, non possiamo fare altro che rilanciare un appello. Oltre alla necessità che si metta in moto la macchina sanitaria pubblica, chiediamo, sul momento, se ci siano un cardiologo e un otorino in ascolto, che raccolgano l’invito, anche solo per amore dell’umanità. La solidarietà è la moneta minima, di scambio, con chi sta peggio e si è appena lasciato il baratro alle spalle. Confidiamo…