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Crisi automotive e Stellantis di Melfi. Summa, Cgil: “Governo dia risposte”

"Si affronti tema delle delocalizzazioni che non hanno ragion d’essere, legate non a problemi di mercato o di produttività industriale ma a operazioni meramente speculative avvallate anche da chi dovrebbe proteggere il sistema industriale italiano come Confindustria”

“A Melfi la mancata disponibilità di materie prime, microchip e semiconduttori sta mettendo a dura prova lo stabilimento Stellantis a vantaggio dei competitori stranieri. In ragione della crisi del settore e in attesa delle ineludibili  risposte che il governo deve dare, i sindacati hanno chiesto la convocazione di un tavolo di confronto. Tema cruciale da affrontare  è quello delle delocalizzazioni che non hanno ragion d’essere, legate non a problemi di mercato o di produttività industriale ma a operazioni meramente speculative avvallate anche da chi dovrebbe proteggere il sistema industriale italiano come Confindustria”. È quanto afferma il segretario generale Cgil Basilicata, Angelo Summa, in merito alla crisi del settore dell’automotive che sta investendo pesantemente anche lo stabilimento Stellantis di Melfi.

“L’Italia – afferma Summa – non può rimanere a piedi. Il settore dell’automotive con il suo indotto non è un semplice settore economico, è linfa per l’impianto produttivo del sistema paese, al Nord come al Sud. Un settore strategico che ha bisogno di risorse economiche conseguenti a  visioni di sviluppo e crescita. Eppure – continua – la direzione appare tutt’altra: le risorse economiche sembrano concentrarsi e fermarsi sugli incentivi per auto nuove piuttosto che su di un piano di sviluppo e crescita. Nessun  accenno programmatico, anzi, si affaccia l’idea di una deindustrializzazione dei settori trainanti proprio come l’automotive. La cartina tornasole che pone interrogativi e deve far tenere alta l’attenzione è il depotenziamento o addirittura la chiusura di impianti che non risultano in particolare crisi di commesse come il Gkn a Firenze, azienda che si occupa di componenti destinate alle industrie del settore automobilistico. Lo scivolamento verso il basso dell’Italia nella classifica delle nazioni europee produttori di automobili dovrebbe porre in campo azioni capaci di recuperare questo gap anziché ampliarne la forbice.

A leggere – afferma il leader sindacale – i dati emerge  una volontà precisa di deindustrializzazione, mentre l’automotive dovrebbe essere interesse collettivo nazionale e, come tale, tutelato dalle speculazioni economiche/ finanziarie di interessi esteri. Lo Stato deve intervenire anche usufruendo delle opportunità del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che al momento non contiene misure e indirizzi dedicati all’automotive, contrariamente di quanto  già sviluppato da altri paesi europei in sostegno dei loro comparti industriali automobilistici.

Questi elementi – conclude il segretario –  ci inducono a percepire la totale indifferenza verso il settore e, soprattutto, la mancanza di una visione di transizione industriale che collimi con quella energetica e digitale. Il prezzo da pagare rischia di essere molto alto soprattutto negli anni a venire,  al Sud in modo particolare. Un rischio di desertificazione industriale che porterà in assenza di politiche alternative, al momento assenti, a impoverimento sociale su vasta scala e di interi territori”.