Quantcast

Potere politico e potere economico in Basilicata: l’insurrezione è possibile?

Sabotare le compagnie petrolifere, manifestare con forza contro il malaffare sul territorio. Sarebbe l’ora di una dichiarazione di indipendenza dalla Total e dall’Eni, da Terna spa e dal sistema selvaggio delle imprese che, in nome dell’occupazione, drenano risorse pubbliche senza creare sviluppo

Le leggi le fanno loro. Sull’inquinamento ambientale, per esempio. “Sotto soglia, “sopra i limiti”, e così via. Nella sostanza viene applicato il principio “dell’inquinamento ottimale”. Vecchio campo di battaglia della Law and Economics della scuola di Chicago, quelli che “giusto è tutto ciò che giova al mercato”. Quelli che, per capirci, in pochi decenni hanno conquistato il dominio del Pianeta. (Marco D’Eramo. “Dominio”, Feltrinelli 2020).

L’inquinamento ottimale

Ebbene, le “emissioni sotto soglia” sono la conseguenza del ragionamento che i neoliberisti negli anni 80 predicavano nei convegni, nelle Università e sulle riviste di Economia e Diritto, foraggiati dalle Fondazioni degli inquinatori. “E’ un errore l’idea che fabbriche che producono fumi siano – per mezzo di leggi ambientali – rimosse dalle aree in cui il fumo provoca effetti nocivi. Lo scopo dei regolamenti dovrebbe essere non di eliminare l’inquinamento da fumo, ma piuttosto di assicurare la quantità ottimale di inquinamento, vale a dire la quantità che massimizza il valore della produzione. Successivamente, in Europa e in Italia, questo assunto si è tradotto in un minimo e un massimo, in modo da tutelare il valore del prodotto da inquinamento se e quando supera il valore dei pesci morti nel fiume. Le compagnie petrolifere applicano questo principio soprattutto nei territori dove i controlli sono scarsi e tecnicamente obsoleti e dove le leggi stabiliscono valori ottimali di inquinamento molto convenienti. E quando lo fanno ritengono di essere nel giusto contro uno Stato ingiusto, perché per loro giusto è tutto ciò che giova al Mercato.

Dunque, emissioni sotto soglia, o sotto i limiti di legge, sono un eufemismo che copre, nei fatti, il principio di quantità ottimale di inquinamento, normativamente addolcito in base alle sensibilità politiche e sociali di un Paese. Il che vuol dire che se anche la legge prevede un limite massimo di emissioni – diciamo di particolato atmosferico – le emissioni ci sono comunque e gli effetti sulla salute anche. Tuttavia quelle emissioni sono “inevitabili”.

La produzione di idee e strategie

Ora, nei “pensatoi” Eni e Total, si cerca di dimostrare che l’inquinamento non esiste nella misura raccontata dagli “estremisti” ambientalisti e che la crisi climatica non è poi così grave. Si inquina nella quantità necessaria, minima, inevitabile a garantire la produzione senza la quale vivremmo in un mondo arcaico. E vincono loro perché loro finanziano think tanks, studi, ricerche, analisi, intere facoltà universitarie, giornali, siti web, tv. E insieme tanti “intellettuali” che fanno da venditori delle “risultanze dei pensatoi”. L’effetto è che tutti (o quasi) parlano e pensano come loro: se le emissioni di sostanze inquinanti sono sotto soglia, va tutto bene.

Ma attenzione, i loro pensatoi, sfornano continuamente strategie per contrastare l’offensiva della crisi climatica. Molte compagnie pubblicizzano i loro sforzi per ridurre le emissioni di carbonio, per aiutare i poveri, per promuovere la giustizia sociale. “La BP punta a zero emissioni nette, ma allo stesso tempo è orgogliosa delle innovazioni digitali sulla sua nuova enorme piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico”. Queste campagne pubblicitarie – scrive l’economista Paul Krugman – ricadono in quelli che alcuni sociologi ed economisti definiscono “strategia del rinvio” (“discours of delay”). “Le compagnie petrolifere e di gas naturale hanno un lungo trascorso di negazionismo nei confronti del cambiamento climatico, perfino dopo che i loro stessi scienziati le hanno più volte allertate sui danni provocati dalla combustione dei fossili. Ora però la comunicazione del settore è molto più sofisticata e spesso più efficace del puro e semplice negazionismo climatico. (…) Le compagnie petrolifere hanno smesso di promuovere il negazionismo dichiarato da oltre un decennio, e le varie associazioni di categoria, politici e think tank che portano l’acqua al loro mulino, ora fanno leva su messaggi che ammettono il problema, ma ne minimizzano la gravità e il bisogno urgente di soluzioni. Piuttosto esagerano i loro progressi per contrastare il cambiamento climatico.”

In pratica, come hanno fatto negli ultimi 50 anni a fianco della controrivoluzione neo liberista, l’obiettivo è di imporre un linguaggio e un corpus di idee (ideologia) nell’opinione pubblica. Su questo versante l’ambientalismo appare disorientato e non riesce a contrastare la subdola controffensiva delle compagnie.

Dominio e potere in Basilicata

Loro hanno il dominio e in Basilicata questo dominio è assoluto. Perché? Perché i lucani parlano come i petrolieri e i loro amici e dunque pensano come i petrolieri e i loro amici. Mi spiego. Il terreno di scontro è quello delle idee. È evidente che su quel terreno loro hanno un esercito ben equipaggiato, ben finanziato e dunque quasi imbattibile. Su quel terreno convergono altri piccoli eserciti spesso di mercenari assoldati dalle aziende “più feroci e potenti” dell’indotto. Mercenari che non hanno alcun spessore intellettuale, ma che sanno parlare alla “plebe”, si fanno capire e impongono “idee”. In genere si tratta di politici locali, o di mezze calzette delle libere professioni.

Insieme hanno costruito un corpus “ideologico” interiorizzato dalla politica e dalle popolazioni locali.

L’inquinamento ambientale è visto non come un danno al territorio e alle persone, ma come un debito contratto con la natura, un debito che non si può e non si vuole saldare e tuttavia con la speranza che si possa dilazionare, posporre dal domani al dopodomani. L’inquinamento è un debito da saldare in futuro non una tragedia di oggi.  E questo perché chi investe nel petrolio, e non solo, pretende una remunerazione immediata del capitale.

Tutto si basa sull’indifferenza nel futuro o, se vogliamo, sul disinteresse per il lungo termine: il futuro non è contemplato. Come pensano i disoccupati della zona della valle del Sauro o della val d’Agri? Allo stesso modo dei petrolieri: l’inquinamento è un problema del futuro, nell’immediato ho bisogno di un salario, di pane, di sopravvivenza. Parlano come loro e pensano come loro.

Il debito a-morale e la “riconoscenza indotta”

Il messaggio che viene lanciato sul territorio è truccato, eufemizzato, senza che la gente se ne accorga. Apparentemente è: “se fai come ti dico, domani starai meglio”. Nella sostanza è: se non fai quello che ti chiedo, domani starai molto peggio”.

Le idee dei petrolieri, e dei loro vassalli, passano anche attraverso la strategia del debito morale indotto. Con il finanziamento di iniziative di vario genere, sia alle associazioni del territorio sia ai Comuni dell’area, si creano le condizioni per la “riconoscenza”. E quindi non solo i lavoratori e le loro famiglie sono in debito di riconoscenza per aver ottenuto “la grazia” di un lavoro che consente loro di mangiare e vestirsi, ma anche le altre articolazioni del territorio. Qui si insinuano le aziende feroci dell’indotto che in nome della libertà d’impresa e del libero mercato, calpestano l’una e l’altro, essendo loro beneficiari e servitori assoluti del re petroliere.

E dunque sia chiaro “un sistema libero dovrebbe permettere all’individuo di vendersi in schiavitù” (Robert Nozick). L’operaio che non si ribella alla pratica della restituzione di parte del salario al padrone, ha interiorizzato l’idea per cui egli è padrone di se stesso, proprietario del suo “capitale umano” ed è libero di gestire se stesso come meglio ritiene in base a calcoli di convenienza. Lui è sul mercato come una qualunque altra impresa, con la sua piccola impresa che è egli stesso, con le sue braccia, con il suo valore sulla piazza di compra-vendita. E dunque ciò che conta è l’azione individuale, sgomitare, farsi largo tra gli altri individui concorrenti nel quadro dell’unica relazione esistente tra esseri umani: il mercato. Il nemico di un disoccupato è un altro disoccupato, non il padrone. Lui agisce e assume decisioni in base alle condizioni di mercato. Ogni azione collettiva, la cooperazione tra persone, tra cittadini, è inutile. Ognuno pensa per sé. E dunque diventa impossibile smettere di servire quei padroni, opporsi, rivendicare diritti e dignità con azioni collettive “forti”: è difficile insorgere contro chi ti sottomette con il tuo permesso.

Anche i politici entrano in una dinamica “debitoria”, che però in questo caso è reciproca. Loro, ossia i petrolieri e i vassalli-imprese dell’indotto- creano le basi del consenso elettorale facendo gestire alla politica il mercato delle assunzioni. E la politica evita di creare problemi ai petrolieri e alle loro aziende vassalle, anzi queste ultime funzionano da server del consenso elettorale.

In questo quadro si svolge un vero e proprio mercato del “debito di riconoscenza”. I politici creano il debito: la persona assunta per grazia ricevuta da Tizio ha un debito con Tizio, quel debito sarà risarcito con il voto. L’azienda dell’indotto, quella vassalla del re petroliere, compra quel debito a sua volta: la persona assunta ricambia accettando condizioni sfavorevoli, senza tuttavia estinguere il debito. L’azienda vassalla mette a disposizione del re petroliere quel debito a garanzia del controllo sui lavoratori. L’operaio è così indebitato per tre volte e non ha alcuna possibilità di insorgere: “non posso mettermi contro il mio creditore-benefattore”. Siamo alla mercanzia dell’essere umano.

Le idee sono armi

Wiliam Simon, “sacerdote” del neoliberismo affermava che “le idee sono armi, le sole armi con cui altre idee possono essere combattute.” Ed è quello che hanno fatto loro, ed è quello che dovremmo fare noi, contro di loro. “Una lotta di idee e di linguaggio, perché quando smetteremo di parlare come vogliono loro cominceremo a smettere di pensare come vogliono loro.” (Marco D’Eramo, 2020)

Agli scettici o ai pessimisti, potrebbe essere sufficiente ricordare quello che disse Stalin a chi gli chiedeva di tenere in maggior conto le esigenze dei cattolici: “Quante divisioni ha il Vaticano?” Non è vissuto abbastanza per assistere alla sconfitta definitiva del suo impero sovietico per opera di un pontefice polacco. Quel Papa non aveva un esercito, ma aveva ingaggiato una “guerra delle idee”. L’ha vinta, senza divisioni corazzate.

La storia è piena di tumulti, rivolte, insurrezioni popolari e rivoluzioni che hanno sconfitto re e imperatori, dittatori e governatori. Nella maggior parte dei casi si è trattato di un’offensiva partita dalle idee, idee usate come armi. “Nulla di buono fu mai ottenuto dalla società senza un conflitto, senza una lotta, senza un’insurrezione, senza una rivolta dei dominati contro i dominanti, degli ignobili contro i nobili. Machiavelli l’ha detto: le buone leggi nascono dai tumulti.” (D’Eramo, 2020).

Ai lucani rassegnati potrebbero saltare in mente le parole di Etienne de La Boétie (1574): “Sono dunque i popoli stessi che si lasciano, o piuttosto si fanno malmenare, perché ne sarebbero dispensati smettendo di servire. È il popolo che si asservisce e che si taglia la gola; che potendo scegliere d’essere suddito o d’essere libero, respinge la libertà e si assoggetta al giogo; che consente al proprio male, o piuttosto lo ricerca.”

Tuttavia queste parole furono scritte prima che iniziasse l’età delle rivoluzioni. E dunque la storia avrebbe due secoli dopo risposto al filosofo e giurista francese con quello che accadde nel mondo dal 1789 al 1959. Non tutto è perduto.

Sabotare le compagnie petrolifere rifiutando le loro offerte di debito, manifestare con forza contro il malaffare sul territorio, assaltare le loro idee e i loro eufemismi fornendo chiavi di lettura più corrette all’opinione pubblica. Insomma è tempo di rivolta.

La Regione Basilicata è ormai dipendente dai ristorni petroliferi. Sarebbe l’ora di una dichiarazione di indipendenza dalla Total e dall’Eni, da Terna spa e dal sistema selvaggio delle imprese che, in nome dell’occupazione, drenano risorse pubbliche senza creare sviluppo.