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Stellantis Melfi, lo sfogo di una lavoratrice: “Si lavora di meno e in condizioni peggiori”

Il brutto rientro in fabbrica degli operai. “Questo mese farò solo 5 giornate di lavoro, niente notti e salari ridotti”

“Sapevamo che a settembre non sarebbe stato un rientro facile, ma non immaginavamo potesse essere così incerto e demotivante”. A sfogarsi, ai nostri taccuini, è una lavoratrice della Stellantis di Melfi, che racconta perché e in che modo da luglio ad oggi, le cose sono addirittura peggiorate. “Negli accordi di luglio – spiega – si parlava di un rientro con 20 turni settimanali, poi si è passati a 17, ed ora siamo a 15 turni e da ieri addirittura a 10”. Meno lavoro, in sintesi, e per di più con uno scenario “in cui siamo passati da 2 linee dove operavamo in precedenza, ad una sola”.

Una riorganizzazione “caotica” decisa unilateralmente dalla multinazionale Stellantis, per cui “saremo costretti a lavorare su una sola linea con un carico di lavoro maggiore”. Questo da un lato. Dall’altro lato, però, e per paradosso, si lavora meno. Già, perché è prevista la cassa integrazione ordinaria. “Mentre a luglio era stata prevista col contratto di solidarietà una rotazione della cassa più equa – aggiunge – ora siamo tornati a quella ordinaria, così decidono i capi chi deve lavorare e chi no. Solo i più servili matureranno più giornate di lavoro, quindi un salario maggiore”. Ed eccoci al punto.

“Io come tanti colleghi questo mese maturerò solo 5 giornate lavorative e siccome è stato per ora abolito anche il turno di notte, troveremo una busta paga molto ridotta. Il bollo dell’auto mi toccherà pagarlo quando sarà…”. Tanta amarezza, da parte della lavoratrice, che al momento non riesce a vedere un futuro certo. “La cassa integrazione di questo mese è stata giustificata con la mancanza di microchip provenienti dalla Cina – spiega – ma dietro questo che è un fatto sicuramente vero, a Melfi in realtà si cerca di nascondere altri problemi, altre incertezze sul futuro. E nel frattempo ci tengono anche sulle spine. Chi si ribella, alza la voce e dice le cose come stanno, lavora di meno, chi obbedisce zitto e buono, invece, racimola qualche giornata in più, e uno stipendio più dignitoso”. E conclude: “Ho deciso di andare in Fiat per lavorare, non per stare a casa, non per essere un’assistita dallo Stato grazie alla cassa integrazione”.