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Dal caso Rionero al sistema “cerberus”

Il mostro a forma di cane con tre teste che secondo Dante Alighieri sarebbe il simbolo delle lotte intestine fra fazioni appartenenti a una stessa città

Il mostro a forma di cane con tre teste che secondo Dante Alighieri sarebbe il simbolo delle lotte intestine fra fazioni appartenenti a una stessa città

È la rappresentazione di un sistema di potere la cui immagine alimentatrice del senso comune induce a concettualizzare l’esercizio di un singolare potere tricefalo disteso nell’angoscioso calvario dei diabolici cerchi della nostrana gestione politica e istituzionale.

Tre teste, emblema visivo di ciò che appare, di ciò che è struttura, di qualcosa che risiede all’interno di una bolgia colma di viziose risorse economiche pubbliche, preminentemente di tipo assistenzialistico, facente capo ad istituzioni dello Stato, come il Comune, la Provincia, la Regione, gli Enti pubblici strumentali, ecc. per poi diramarsi nei molteplici rivoli sociali dell’industria, commercio, agricoltura, servizi, sino a raggiungere quegli interessi burocratici ed imprenditoriali contigui a rendite e faccende di corporazioni professionali, quali medici, avvocati, ingegneri, liberi professionisti, magistrati, ecc.

Ne consegue che tali baronie finiscono per esondare sulle gestioni di ospedali, enti, tribunali, iper strutture commerciali, aziende ecologiche, società energetiche, imprese edilizie ecc., i cui intrecci economici palesi ed occulti incuneandosi artatamente in ogni anfratto di società civile, abusano degli stati di precarietà, bisogno, sofferenza, influenzano attraverso il controllo bancario, mass mediatico, informatico, manipolano il consenso attraverso capi bastone e caporalini, inquinano la democrazia spingendola su derive oligarchiche sempre più stringenti.

Parliamo di oligarchie plebee, rozze, incolte, il cui distintivo è l’ostentare mediocrità, convinte di raggiungere senza meriti ed in modo cinico ed arrogante l’anelato e mai celato arricchimento attraverso l’uso improprio delle istituzioni pubbliche, al fine di gestire senza scrupolo alcuno ingenti flussi finanziari.

“Forte con i deboli e debole con i forti” è il tipico contrassegno di un ceto arrogante, tutto impettito, vanitoso della propria magra pochezza, che fregiandosi del sostegno dei potenti e della acquiescente manovalanza della marmaglia, si mostra incurante che tutto ciò avvenga a spese della qualità della vita della grande maggioranza della popolazione, preda di ossessive ed asfissianti oppressioni anche di natura psicologica.

Si è al cospetto di vere e proprie consorterie superbe e fameliche, agenti in barba ad ogni tipo di regola svolgendo nelle istituzioni pubbliche il ruolo di veri padroni con forti tratti illiberali, di cacciatori di privilegi e prebende, di picciotti del consenso elettorale, quest’ultimo prima carpito, poi orientato con l’uso di collaudate pratiche retiforme, a maglie intrecciate con fili annodati tra loro, a maneggiare friabili fasci di clientele e di familismo amorale, spingendosi, sempre più argutamente, ai limiti della battigia della legalità, sino al punto da immaginarne i deleteri aspetti e gli ombrosi risvolti dell’ intermediazione illecita.

È su questo triste palcoscenico che si consuma la deplorevole recita elettorale, svolta tra diverse, variegate e colorite parti in commedia, in cui salgono in cattedra faccendieri senza scrupoli verniciati in malo modo, infimi politicanti da strapazzo, improvvisati frattali del pensiero corto, tutti dotati di differenti copioni, in modo che l’illusoria recitazione venga giudicata con i parametri della concorrenza politica, ma ciò accade al solo scopo recondito del fazioso accaparramento di quella parte più considerevole e congrua della torta in palio.

Poteri, questi, ormai, palesemente fuori dalla dinamica democratica, in cui spuntano e guazzano diverse strutture para clericali cosiddette di carità, cellule territoriali che svolgono nel sistema la preziosa doppia funzione di contraenti, oltreché di copertura morale costituendo l’architrave cultural-religiosa, sottilmente beffarda, su cui è poggiato l’insieme del sistema di potere.

Sistema fazioso, affaristico, ben oleato, che muove i suoi fili a ragnatela agganciando trasversalmente rappresentanze della politica, del sindacato, della burocrazia, della chiesa, ecc. per cui le azioni poste in essere appaiono in modo più o meno anonime e molecolari offuscando il grave danno a detrimento del bene pubblico.

La pratica della trasversalità giustificando culturalmente la consociazione innesca nella società un processo di allontanamento dalla polis, intesa come cittadinanza consapevole delle proprie scelte programmatiche, partecipate, propositive, alternative, democratiche.

In tal modo il cittadino è costretto ad operare in una realtà pseudodemocratica confusa e sghemba, in cui le regole e persino le leggi dello Stato vengono prima filtrate e poi trasmesse come risultanze di incroci, mediazioni, interpretazioni favorevoli e contigue al “modus operandi” dei gruppi di potere reggenti le pubbliche istituzioni e agenti negli enti di assistenza para pubblici e privati.

Dunque, la trasversalità consociativa espandendosi nella società civile marcia alla conquista del “senso comune” divenendo, così, “egemonia culturale” trasfigurando immagine e concetto di consorteria speculativa in elegante classe dirigente da accettare in quanto tale, tanto da legittimarne funzioni ed azioni in nome di un mascherato e poco definito bene pubblico.

L’esercizio di tale egemonia nasconde una violenza strisciante attuata in modo duale, tra paternalismo e coercizione, persuasione e imposizione, il cui risultato si evidenzia in una sorta di narcosi di massa etico culturale e mentale, che impedisce all’individuo e alla collettività capacità critica, relazionale ed aggregativa e che offuscando contesti culturali centrali e periferici, mirano a cancellare del tutto figura e ruolo dell’intellettuale come guida di ricerca e di conoscenza della realtà reprimendo la missione culturale di scuola e università per un sapere congiunto alla comprensione di fatti e realtà.

I risultati, di questa egemonia sono talmente evidenti persino nelle istituzioni scolastiche e nelle facoltà universitarie, dove è così palese la sistematica mortificazione dei livelli di apprendimento e non solo di quelli più alti, che annullano ogni residuo di criterio oggettivo di storia vivente introducendo parametri di selezione folli e dissennati che tarpano docenti e discenti con metatesi negative dai molteplici risvolti anche psicologici;

Con ciò riducendo la funzione intellettuale a mero scriba al servizio del potere, a utile trasmettitore di uno pseudo pensiero unico incentrato sul “vogliamoci bene, siamo tutti amici degli amici”, che invoglia all’individualismo del “amico mio che ti serve”?

Contrastare Cerberus, sistema culturalmente retrivo, socialmente corrosivo, politicamente corrotto e costituzionalmente pericoloso, è un sacro dovere di tutti quei sinceri democratici e soprattutto del mondo della scuola e della cultura, che dovranno prima costruire e poi contrapporre idee ed azioni innovative per una nuova “egemonia culturale”.

Impegno serrato e creativo, che ripartendo dal basso, sappia trovare quegli strumenti organizzativi idonei per mobilitare adeguatamente l’insieme della società civile agendo in modo trasversale a partiti politici, rappresentanze sociali e associazionismo culturale e terziario conquistando pazientemente, passo dopo passo, risultati e prospettive divenendo forza egemone collettiva e quindi popolo nella coscienza di possedere una lungimirante classe dirigente, guida intellettuale, morale e politica.

Una élite che sia consapevole che “la democrazia non è soltanto una costruzione giuridica”, ma soprattutto una costruzione sociale e politica”, che non può essere insidiata da vecchi e nuovi poteri pubblici privati selvaggi, strutturati in micro sovranità’ collegate a rete, che si modulano sulla rifeudalizzazione dei rapporti sociali, culturali, politici.

È democraticamente e giuridicamente doveroso porre un interrogativo di fondo su che tipo di democrazia presuppone oggi l’idea di cittadinanza come dovere oltre che come diritto, affinché lo Stato di diritto possa reagire tracciando un netto confine tra regole e necessità politiche dovrà porre mano all’attuazione dell’art. 49 della Costituzione.

Occorre disciplina e trasparenza nella gestione partiti politici, non è più rinviabile l’attuazione della riforma dei partiti, urge attuare l’art.49 della Costituzione imponendo ai partiti il rispetto di determinati vincoli, allo scopo di vigilare sulla democraticità dei partiti e aumentare la trasparenza nella loro gestione.

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art.49 Costituzione Italiana)

Nell’attesa, il quotidiano battagliare contro il Cerberus impone di compiere azioni mirate seguendo la metodologia investigativa che è racchiusa nella formula: “segui il denaro e non gli uomini”, metodo usato da Giovanni Falcone contro la mafia.

Criterio, questo, che sotto determinate condizioni e in modo molecolare è lo strumento più efficace sia per ricreare le condizioni di mercato competitive, che per rompere il consenso sociale che le consorterie riscuotono in molti territori dove esercitano loro potere.

Infine, osservando la mitologia dell’azione, per uccidere Cerberus, si dovrà attaccare a piccoli scatti e poi allontanarsi schivando rotolando e saltando lontano da Cerberus, ricordando che esso di sicuro interromperà un attacco continuo e centrale, quindi evitare di provarci.

Renato Cittadini – già consigliere regionale e sindaco di Barile

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